Lavoro/Benanav

Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


Dibattiti tra i sostenitori del reddito di base incondizionato (Rbi; il corrispettivo piu’ utilizzato ‘ Ubi, acronimo di universal basic income, N.d.T.) vertono perlopiu’ su alcune ipotesi, se per esempio i pagamenti dell’Ubi dovrebbero essere maggiori o inferiori, se dovrebbero essere tassati per chi guadagna redditi alti, se dovrebbero integrare o sostituire altri programmi di welfare state, e se dovrebbero essere estesi il piu’ possibile o limitati ai cittadini.
Per i teorici dell’automazione, l’Ubi risolve il rompicapo centrale della loro visione: come fornire alla gente un reddito per dare valore alle loro preferenze, in un mondo in cui il lavoro umano e’ stato reso in buona parte o del tutto obsoleto.
Il reddito di base universale e’ la soluzione tecnica che trasforma lo scenario da incubo dell’innovazione nel sogno della post-scarsita’. Su questa premessa, i teorici dell’automazione spesso lo presentano come uno strumento politico neutro – che piace tanto alla sinistra quanto alla destra – che risolve il problema della disoccupazione e della sottoccupazione globale, proprio come si presumeva che le tecnologie della Rivoluzione Verde dovessero risolvere i problemi della fame nel mondo.
Vi e’ un’affinita’ implicita tra il determinismo tecnologico, che e’ al cuore del dibattito sull’automazione, e il ricorso a esso per trovare soluzioni tecnocratiche. Entrambe le posizioni eliminano difficili questioni sociopolitiche trasformandole in fatti apparentemente oggettivi.

Info:
https://effimera.org/capitalismo-in-declino-lautomazione-in-uneconomia-stagnante-di-alexis-moraitis-e-jack-copley/
https://www.malacoda.it/n-3-2023/il-futuro-del-lavoro-di-fronte-alla-robotica-serviranno-i-migranti/

https://newleftreview.org/issues/ii120/articles/aaron-benanav-automation-and-the-future-of-work-2
https://futura.news/lautomazione-mette-a-rischio-il-mercato-del-lavoro/

Lavoro/Benanav

Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


Denaro gratuito” (UBI/Rbi) Il dibattito sull’automazione si regge su quattro principi fondamentali.
Il primo sostiene che i lavoratori sono gia’ stati soppiantati da macchine sempre piu’ progredite, dando luogo cosi’ a una crescita sempre piu’ considerevole di “disoccupazione tecnologica”.
Secondo, questa sostituzione e’ un segnale indiscusso del fatto che siamo vicini a raggiungere una societa’ in buona parte automatizzata, nella quale quasi tutto il lavoro sara’ eseguito da macchine semoventi e da computer intelligenti.
Terzo, anche se l’automazione dovesse comportare la liberazione collettiva del genere umano dalla fatica fisica del lavoro, viviamo in una societa’ nella quale la maggior parte delle persone deve lavorare per vivere, il che significa che il sogno potrebbe benissimo trasformarsi in un incubo.
Quarto, di conseguenza l’unico modo per scongiurare la catastrofe di una disoccupazione di massa – come quella in corso negli Stati Uniti nel 2020, sebbene per motivi assai diversi – e’ istituire il reddito universale incondizionato (Ubi, Universal basic income), spezzando una volta per tutte il rapporto diretto tra entita’ dei redditi percepiti dalle persone e quantita’ di lavoro che svolgono.

Info:
https://effimera.org/capitalismo-in-declino-lautomazione-in-uneconomia-stagnante-di-alexis-moraitis-e-jack-copley/
https://www.malacoda.it/n-3-2023/il-futuro-del-lavoro-di-fronte-alla-robotica-serviranno-i-migranti/

https://newleftreview.org/issues/ii120/articles/aaron-benanav-automation-and-the-future-of-work-2
https://futura.news/lautomazione-mette-a-rischio-il-mercato-del-lavoro/

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Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


Nella letteratura accademica, la deindustrializzazione e’ “definita comunemente come un declino della quota della manifattura sull’occupazione complessiva”.
Tale quota e’ calata prima di tutto nel mondo ad alto reddito, a partire dalla fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.
Nel 1970, il settore manifatturiero dava lavoro al 22 per cento sul totale dei lavoratori degli Stati Uniti, percentuale scesa ad appena l’8 per cento nel 2017. Nello stesso periodo, le percentuali di occupazione nel manifatturiero sono scese dal 23 al 9 per cento in Francia e dal 30 per cento all’8 per cento nel Regno Unito. Giappone, Germania e Italia hanno vissuto decrescite inferiori ma nondimeno sostanziali: in Giappone dal 25 al 15 per cento, in Germania dal 29 al 17 per cento, e in Italia dal 25 al 15 per cento.
In tutti i casi, le diminuzioni sono state associate alla fine con cali significativi nel numero complessivo delle persone occupate nel settore manifatturiero. Negli Stati Uniti, in Germania, Italia e Giappone, il numero complessivo dei posti di lavoro nel manifatturiero e’ diminuito approssimativamente di un terzo rispetto ai picchi postbellici; in Francia e’ calato del 50 per cento e nel Regno Unito del 67 per cento.
Di solito, si presume che la deindustrializzazione in questi Paesi ad alto reddito debba essere la conseguenza delle delocalizzazioni offshore degli stabilimenti di produzione. Di sicuro, la delocalizzazione offshore ha contribuito alla deindustrializzazione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che vantano i piu’ grandi deficit commerciali del mondo. Eppure, in nessuno dei Paesi menzionati, compresi Stati Uniti e Regno Unito, la perdita dei posti di lavoro nel manifatturiero e’ stata associata a cali nei livelli assoluti di produzione del manifatturiero. Al contrario: tra il 1970 e il 2017 il volume della produzione del manifatturiero, quantificata secondo il valore reale aggiunto, e’ piu’ che raddoppiata in Stati Uniti, Francia, Germania, Giappone e Italia […]
Certo, i Paesi a basso e medio reddito stanno producendo sempre piu’ beni da esportare nei Paesi ad alto reddito; tuttavia, la deindustrializzazione in corso in questi ultimi non puo’ essere semplicemente l’esito dello spostamento della capacita’ produttiva nei primi, poiche’ i Paesi ad alto reddito alla fine del primo decennio del Duemila hanno prodotto molti piu’ beni rispetto a qualsiasi altro periodo del passato. In linea con le aspettative di fondo dei teorici dell’automazione, si producono sempre piu’ beni, ma utilizzando sempre meno lavoratori.

Info:
https://effimera.org/capitalismo-in-declino-lautomazione-in-uneconomia-stagnante-di-alexis-moraitis-e-jack-copley/
https://www.malacoda.it/n-3-2023/il-futuro-del-lavoro-di-fronte-alla-robotica-serviranno-i-migranti/

https://newleftreview.org/issues/ii120/articles/aaron-benanav-automation-and-the-future-of-work-2
https://futura.news/lautomazione-mette-a-rischio-il-mercato-del-lavoro/

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Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


In realta’ il progresso tecnologico e’ molto intensivo dal punto di vista dell’uso delle risorse, e costringe i ricercatori a seguire alcune strade di ricerca a discapito di altre.
Nella nostra societa’, le aziende devono concentrare i loro sforzi nella messa a punto di tecnologie che portino a risultati redditizi […]
Ne consegue che, come tutte le tecnologie moderne, queste offerte digitali sono ben lontane dall’essere “socialmente neutre”.
Internet, cosi’ come e’ stato messo a punto dal governo degli Stati Uniti e modificato dalle imprese capitalistiche, non e’ l’unico Internet che potrebbe esistere. Altrettanto si potrebbe dire della robotica: scegliendo tra i possibili percorsi del progresso tecnologico, il controllo del capitale sul processo lavorativo resta di primaria importanza.
Le tecnologie in grado di conferire potere agli operai alla catena di montaggio non vengono sviluppate, mentre le tecnologie che permettono una sorveglianza minuziosa di quegli stessi operai stanno diventando rapidamente prodotti molti richiesti.
Queste peculiarita’ del cambiamento tecnologico nelle societa’ capitalistiche hanno implicazioni importanti per chiunque cerchi di trasformare i mezzi tecnici esistenti in nuovi strumenti in grado di emancipare.
E’ altamente inverosimile che i progressi tecnologici trainati dai profitti possano avere la meglio sull’ingrata fatica del lavoro umano in quanto tale, quanto meno da soli e specialmente quando la manodopera resta a basso costo, abbondante e facilmente sfruttabile.

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Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


Anche se non porra’ del tutto fine al lavoro, il cambiamento tecnologico porta a intervalli regolari una devastante distruzione di posti di lavoro in alcuni settori.
In qualche caso cio’ dipende dal fatto che le tecnologie consentono la piena automazione di un particolare processo lavorativo. Piu’ spesso, dipende dal fatto che le innovazioni tecnologiche consentono alle aziende di superare ostacoli presenti da tempo e di aumentare la produttivita’ della manodopera in specifici settori industriali.
Quello agricolo, per esempio, e’ stato uno dei primi settori a essere completamente rivoluzionato dai moderni metodi di produzione: nelle campagne inglesi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo, nuove forme di allevamento di animali in fattorie recintate furono abbinate alla rotazione delle colture per aumentare le rese. Nonostante cio’, l’agricoltura rimase difficile da meccanizzare, a causa del terreno irregolare dei campi e dei cicli stagionali, e per secoli ha continuato a essere il principale bacino per l’occupazione.
Negli anni Quaranta, i progressi nei fertilizzanti sintetici, nell’ibridazione delle colture, nella meccanizzazione dei macchinari agricoli e nello sviluppo dei pesticidi hanno reso finalmente possibile mettere a punto forme industrializzate di produzione agricola e di allevamento animale, e cio’ ha determinato un cambiamento della logistica operativa.
La produttivita’ del lavoro decollo’ e le fattorie iniziarono a sembrare fabbriche a cielo aperto.
Tenuto conto dei limiti alla crescita della domanda di capacita’ produttiva agricola, il settore comincio’ a licenziare i lavoratori a un ritmo incredibile. Non più tardi della fine degli anni Cinquanta, l’agricoltura dava lavoro al 24 per cento della forza lavoro in Germania ovest, al 25 in Francia, al 42 in Giappone e al 47 in Italia; nel 2010, tutte le percentuali di questi Paesi non superavano il 5 per cento.

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