Geoeconomia/Dian

La Cina, gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale – Matteo Dian – il Mulino (2021)

La critica dell’eurocentrismo e la contestazione degli assunti realisti e liberali ha costituito un terreno fertile per la costruzione di prospettive teoriche alternative.
Tra queste c’è la «scuola cinese» delle relazioni internazionali.
L’intuizione chiave della scuola cinese e’ quella di costruire una nuova teoria relazioni internazionali su idee provenienti dal pensiero antico cinese, attingendo da autori classici quali Confucio, Laozi e Mencio.
L’idea centrale e’ la rivalutazione dell’ordine internazionale che caratterizzava l’Asia pre-coloniale.
Secondo questi studiosi, prima della colonizzazione da parte dell’imperialismo occidentale, l’ordine regionale in Asia orientale era gerarchico e «Sino-centrico».
L’Impero cinese sarebbe stato il baricentro di un ordine stabile, legittimo e «armonioso». Il concetto di armonia (hexie) corrisponde alla possibilita’ e alla necessita’ di trovare un accordo tra posizioni e valori diversi, senza ricorrere a conflitti e violenza. La condizione di armonia non implica omogeneita’, ma la possibilita’ di coesistenza tra differenze […]
Le differenze ideologiche e politiche con l’Occidente non porterebbero necessariamente al confronto nel caso in cui entrambe le parti siano pronte a trovare un percorso di convivenza e conciliazione.
L’ascesa della Cina e’ quindi considerata come un elemento di stabilita’ e prosperita’ per l’intera comunita’ internazionale.

Info:
https://sinosfere.com/2022/04/08/la-cina-gli-stati-uniti-e-il-futuro-dellordine-internazionale-di-matteo-dian-recensione-di-silvia-menegazzi/
letture.org/la-cina-gli-stati-uniti-e-il-futuro-dell-ordine-internazionale-matteo-dian
https://www.marx21.it/cultura/libri/la-cina-gli-stati-uniti-e-il-futuro-dellordine-internazionale-matteo-dian/
https://secondotempo.cattolicanews.it/news-il-sottile-equilibrio-cina-usa-nel-nuovo-ordine-internazionale

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La Cina, gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale – Matteo Dian – il Mulino (2021)


I teorici critici e post-coloniali hanno messo in evidenza la necessita’ di superare l’idea che la politica internazionale contemporanea sia fondata su un’unica modernita’, vestfaliana e capitalista, sviluppatasi in Europa per essere esportata in altre aree del mondo.
Cio’ comporta due conseguenze fondamentali, sul piano analitico e sul piano politico.
Analiticamente, sarebbe quindi sbagliato cercare di comprendere la politica internazionale del mondo non occidentale attraverso le «leggi» derivate dallo studio dell’Occidente e della sua storia. Di conseguenza, viene respinta con forza l’idea che l’ascesa cinese possa essere comparata a quella delle potenze europee del XIX e XX secolo.
Dal punto di vista politico, si rifiuta l’idea che gli stati non occidentali debbano semplicemente compiere un processo di socializzazione e inclusione nell’ordine internazionale creato e dominato da potenze occidentali. Al contrario, la Cina e gli altri stati non occidentali sono considerati in grado di contribuire all’ordine internazionale con le loro idee e preferenze, considerate legittime quanto quelle liberal democratiche occidentali.

Info:
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La Cina, gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale – Matteo Dian – il Mulino (2021)


La Cina ha promosso, sin dagli anni di Deng, una versione ibrida di capitalismo, definibile come «capitalismo di Stato».
Questa forma di capitalismo e’ definita da diverse caratteristiche principali.
In primo luogo, il capitalismo e’ considerato uno strumento per rendere lo stato cinese forte e prospero, non un fine per promuovere una forma di sviluppo economico che tuteli i diritti, economici o politici dei singoli.
In secondo luogo, lo sviluppo e le riforme economiche sono funzionali a rafforzare, non a limitare, il potere dello stato e del partito comunista, che continua a mantenere il monopolio del potere politico, esercitato verticalmente in modo autoritario e leninista. Di conseguenza, nonostante la liberalizzazione della maggioranza delle attivita’ produttive, il partito mantiene la gestione delle leve del potere economico, controllando i settori strategicamente essenziali […]
In questi settori, il controllo dello stato e’ stato confermato e rafforzato. Le imprese di stato sono state oggetto di un processo di riforma e consolidamento, che mirava a raggiungere diversi obbiettivi.
In primo luogo, lo stato doveva mantenere la proprietà e la gestione di settori considerati centrali per il controllo politico della societa’, quali il settore bancario e le telecomunicazioni; inoltre, lo stato doveva continuare a gestire direttamente settori fondamentali per lo sviluppo industriale ed economico, quali l’energia, gli idrocarburi, o le infrastrutture. Infine, le autorita’ cinesi hanno promosso una politica di consolidamento mirata a rendere le imprese di stato in grado di competere, e poi primeggiare, nei mercati internazionali.

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La Cina, gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale – Matteo Dian – il Mulino (2021)


La BRI [Belt and Road Initiative o Nuova via delle seta] e’ funzionale al perseguimento di una serie di obiettivi molto significativi per Pechino.
In primo luogo, contribuisce all’espansione dell’influenza economica e politica cinese, riorientando il centro di gravita’ della politica estera dall’Asia orientale verso il continente Euro-asiatico, ma anche verso il Sud-Est Asiatico, l’Asia Meridionale e il Medio Oriente […]
Il secondo obiettivo geopolitico fondamentale riguarda la riduzione della dipendenza dalle vie di comunicazione del Mare Cinese Meridionale.
Cio’ diminuirebbe l’importanza del collo di bottiglia dello stretto di Malacca, dal quale transita fino al 40% del commercio cinese. In caso di conflitto con gli Stati Uniti, o anche con uno o piu’ stati del Sud Est Asiatico, una possibile chiusura dello stretto di Malacca isolerebbe la Cina dai mercati europei e dall’accesso alle materie prime del Medio Oriente. Per questo la creazione di corridoi alternativi alle esistenti vie di comunicazione marittime e’ centrale per l’intero progetto. Cio’ rende il corridoio Cina-Pakistan e l’hub logistico di Gwadar i punti strategicamente piu’ importanti dell’intera BRI.
Un terzo obiettivo e’ quello di estendere l’influenza cinese verso l’Asia Centrale e la Russia, intensificando sia i rapporti economici sia i collegamenti logistici con la Russia e le Repubbliche centro asiatiche […]
Al di la’ degli aspetti strettamente geopolitici, la BRI e’ considerata uno strumento funzionale a promuovere un ordine regionale basato sulla leadership ma anche su norme e idee cinesi.
L’aspetto piu’ evidente riguarda la centralita’ della sovranita’. In termini pratici, cio’ significa che la Cina offre ai propri partner forme di collaborazione economiche che rispettano il principio di non interferenza negli affari interni dei paesi partner. In cambio, pretende il rispetto della propria sovranita’ e la non interferenza nei propri affari interni. Cio’ significa che il governo cinese chiede ai propri partner di evitare critiche legate a questioni controverse quali la repressione degli Uiguri in Xinjiang, o la gestione delle proteste ad Hong Kong.
Questa impostazione risulta particolarmente attraente per alcuni partner regionali. Molti dei partecipanti al progetto BRI non sono regimi democratici e tendono a concordare con un approccio che implica una sostanziale assenza di problemi legati alla natura del loro regime politico.
L’attrattivita’ di questo approccio, che la Cina definisce «win-win», tuttavia, va altre alla mera coincidenza di interessi con altri regimi autoritari. Gli stati dell’ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico], ad esempio, condividono la natura politica ed ideologica del messaggio post-coloniale cinese, basato sulla centralita’ della sovranita’ e della non interferenza”

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La Cina, gli Stati Uniti e il futuro dell’ordine internazionale – Matteo Dian – il Mulino (2021)


E’ importante mettere in evidenza come la strategia di Trump sia riconducibile ad un insieme di idee coerente, per quanto estraneo al mainstream della politica estera americana.
Il concetto centrale, da questo punto di vista, e’ l’ostilita’ verso l’ordine internazionale ed in particolare verso le organizzazioni internazionali che lo definiscono, quali le Nazioni Unite, l’OMC, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e i diversi trattati di libero scambio.
Questa ostilita’ e’ generata da due convinzioni.
La prima e’ l’idea che organizzazioni internazionali limitino eccessivamente il potere americano e la capacita’ degli Stati Uniti di promuovere i propri interessi.
La seconda e’ la percezione che l’ordine internazionale a guida americana sia un prodotto dell’elite wilsoniana e moralista del Nord Est, impegnata a migliorare le condizioni del resto del mondo, ma incline a ignorare i problemi del «popolo» americano, in particolare dell’America profonda.
Queste idee hanno raccolto un notevole consenso soprattutto tra i «perdenti della globalizzazione», ovvero le fasce di popolazione piu’ colpite dagli effetti negativi della globalizzazione quali la delocalizzazione e i costi della transizione verso un’economia postfordista.

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