Capitalismo/Maronta

Deglobalizzazione. Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro – Fabrizio Maronta – Hoepli (2024)


Una constatazione forse scontata, ma che e’ bene ribadire a scanso di equivoci.
Malgrado i guasti sociali, ecologici e politici del capitalismo industriale e malgrado si moltiplichino, specie in Occidente, gli appelli a concepire e perseguire modelli di sviluppo alternativi, e’ sin qui risultato impossibile sollevare un paese dalla poverta’ senza ricorrere a un intenso sviluppo industriale.
Il senso stesso del termine «sviluppo», in ambito economico e sociale, ha finito per coincidere con l’iter di industrializzazione e con i cambiamenti culturali, materiali e psicologici che l’organizzazione di una societa’ industriale comporta […]
Ma perche’ l’industria ha questa ineguagliata capacita’ di incidere sullo sviluppo di un paese?
Perche’ la meccanizzazione delle attivita’ economiche mediante il vapore, i motori a combustione interna e l’elettrificazione alimentata da varie fonti energetiche moltiplica la forza umana. La moltiplica al punto da consentire al lavoro di sfidare le nefaste profezie malthusiane e di assorbire, specie all’inizio del processo, schiere di lavoratori poco specializzati in settori ad alta produttivita’.
Ampie fasce di popolazione con impieghi produttivi: nessun’altra forma di economia e’ finora riuscita a coniugare i due elementi. Non l’agricoltura e l’artigianato preindustriali, che impiegavano molti individui ma con bassi livelli di produttivita’, non i servizi avanzati (come la finanza o le dot.com), che viceversa di norma sacrificano la quantita’ d’impiego alla produttivita’.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/deglobalizzazione-intervista-a-fabrizio-maronta/
https://www.letture.org/deglobalizzazione-fabrizio-maronta

Capitalismo/Maronta

Deglobalizzazione. Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro-Fabrizio Maronta – Hoepli (2024)


Buona parte di quella massa debitoria e’ costituita da titoli derivati, una grande invenzione finanziaria dei primi anni settanta concepita, sulla carta, per suddividere quanto piu’ possibile il rischio d’insolvenza (del debitore) su piu’ creditori.
Di fatto, per moltiplicare artificialmente volume e valore delle attivita’ finanziarie, concedendo ai cittadini occidentali di difendere il proprio tenore di vita – e ai loro governi di non tagliare troppo la spesa pubblica – si usa il debito quale sostituto della crescita economica, vittima degli shock petroliferi e della fine del «miracolo» postbellico.
Si tratta, in sostanza, di titoli finanziari garantiti da crediti, detti sottostanti, a loro volta costituiti da insiemi di singole obbligazioni (debiti) cedute dietro compenso dal creditore originario a uno o piu’ intermediari, ognuno dei quali li combina (impacchetta) in vario modo per costituire la garanzia di un singolo titolo derivato. Il titolo cosi’ ottenuto e’ collocato sui mercati con un buon tasso d’interesse, per renderne allettante l’acquisto.
Acquisto da parte di chi? Un po’ di tutti nel dorato mondo finanziario degli anni ottanta, novanta e duemila […]
[La risposta alla domanda] – perche’ e’ crollato tutto – ci porta al cuore della questione.
Gran parte dei crediti che sottostavano ai derivati rivelatisi in pochi giorni carta straccia – privi del valore che le banche loro detentrici avevano a bilancio come attivi – era costituito da mutui ipotecari: i famigerati subprime. Ovvero subottimali, per estensione insufficienti, non all’altezza, non conformi. A cosa? Direttamente, alle garanzie patrimoniali e di reddito sufficienti a indurre nel creditore la fondata certezza che interessi e capitale siano ripagati; indirettamente, potremmo spingerci a dire, non all’altezza del sogno americano e delle condizioni minime a esso associate.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/deglobalizzazione-intervista-a-fabrizio-maronta/
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