Lavoro/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


Non si profilano all’orizzonte innovazioni in grado di moltiplicare posti di lavoro ben remunerati per le persone poco qualificate.
Tutto il contrario: con l’aumentare della produttivita’ nell’industria e la diffusione di computer e robot, la maggior parte della domanda si crea nel settore dei servizi poco qualificati.
E’ improbabile che la produttivita’ di questi lavoratori possa crescere. Per esempio, la produttivita’ di un corriere e’ quella che e’, puo’ variare solo a seconda di come si organizzano le consegne e del numero di pacchi. Lo stesso vale per gli operatori delle case di riposo, i tassisti, gli addetti alle pulizie e i camerieri nei ristoranti.
Per giunta, molte di queste attivita’ si prestano a forme di lavoro «flessibile» e gli addetti sono perlopiu’ immigrati o persone appartenenti a comunita’ marginali.
Sindacalizzare questo tipo di lavoratori non e’ affatto semplice. Associati alla liberalizzazione dei mercati del lavoro e all’assottigliarsi della vecchia forza lavoro industriale, questi sviluppi spiegano l’avvento di quello che l’economista britannico Guy Standing chiama il precariato […]
Un altro fattore che plasma le nostre economie, la societa’ e la politica, e al momento pesa sul rallentamento della crescita, e’ la demografia.
Sotto questo profilo, spiccano due dati importanti (collegati tra loro): il mutamento delle popolazioni mondiali, nella struttura e nella crescita, e l’invecchiamento.
Nel 1960, in quelli che oggi sono i paesi a reddito alto viveva un quarto della popolazione mondiale, cio’ 3 miliardi di persone. Nel 2018 il dato era sceso al 16 per cento di 7,6 miliardi di persone, mentre la quota di popolazione dei paesi in via di sviluppo era aumentata di 9 punti percentuali […]
Sia la Cina sia l’India hanno una popolazione piu’ numerosa di tutti i paesi a reddito alto messi assieme. L’India, in particolare, e’ ormai popolosa quanto la Cina e piu’ […]
Stando alle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite basate su un’ipotesi di fecondita’ media, nel 2050 il pianeta avra’ 9,7 miliardi di abitanti, di cui il 22 per cento vivra’ nell’Africa sub-sahariana, il 31 per cento in Cina e in India, il 48 per cento nei paesi in via di sviluppo dell’Asia orientale e meridionale e solo il 14 per cento in quelli che oggi sono i paesi a reddito alto.

Info:
https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/08/05/news/il-mondo-di-oggi-si-e-rotto-a-margine-del-libro-di-martin-wolf-6818502/
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Economia di mercato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


A rendere inefficace la tassazione delle societa’ sono soprattutto l’erosione della base imponibile mediante il trasferimento dei profitti e la concorrenza fiscale.
Per erosione dell’imponibile e trasferimento dei profitti s’intende la possibilita’ di dichiarare i profitti in giurisdizioni che applicano aliquote piu’ basse.
I principali strumenti che le corporation hanno a disposizione a questo scopo sono: il trasferimento della proprieta’ intellettuale nei paradisi fiscali; la deducibilita’ del debito per abbassare i profitti dichiarati nelle giurisdizioni ad alta tassazione; infine, la manipolazione dei prezzi dei trasferimenti infragruppo allo scopo di spostare i profitti nelle giurisdizioni a bassa tassazione.
Il trasferimento dei profitti nelle giurisdizioni con una pressione fiscale bassa si presta particolarmente bene alle esigenze delle aziende digitali, dato che e’ difficile stabilire con certezza dove operano.
Ma se ne servono ampiamente anche le aziende del settore delle scienze della vita, le cui attivita’ consistono soprattutto di proprieta’ intellettuale.
A tutto cio’ bisogna aggiungere la corsa al ribasso delle aliquote sui redditi societari alimentata dalla concorrenza fiscale tra le diverse giurisdizioni.
Ne e’ un esempio l’abbattimento dell’imposta sulle societa’ negli Stati Uniti deciso dall’amministrazione Trump […]
Nel 2015, per esempio, circa meta’ dei profitti esteri delle multinazionali americane non petrolifere risultava in paesi con aliquote effettive del 27 per cento, mentre la meta’ restante veniva dichiarata in paradisi fiscali con aliquote effettive del 7 per cento.
La possibilità di trasferire i profitti praticamente ovunque per sottrarli al fisco e’ persino piu’ dannosa della semplice estrazione di rendita, perche’ determina effetti distorsivi sulla concorrenza. Infatti, le piccole imprese nazionali che le loro tasse le pagano sono molto svantaggiate rispetto alle grandi corporation che invece giocano sporco […]
Un altro esempio (seppure con conseguenze piu’ limitate) e’ l’esenzione del carried interest dall’imposta sul reddito. Il carried interest e’ quella particolare modalita’ di remunerazione, sottoforma di commissioni di incentivo, percepita dai manager (o general partners) di fondi di private equity e di fondi comuni speculativi (hedge funds). Le norme fiscali in vigore prevedono che queste remunerazioni vengano tassate come plusvalenze, e non come reddito. Cosi’, ad alcune delle persone meglio pagate al mondo si accordano aliquote fiscali su misura (e molto piu’ leggere). Perche’ e’ palese che il carried interest non e’ una plusvalenza. Piuttosto, e’ un reddito incerto, come puo’ esserlo quello di uno scrittore. Se fosse una plusvalenza, allora dovrebbe esserci la possibilita’ di incorrere in una perdita di capitale, mentre in effetti il carried interest non comporta perdite, tutt’al piu’ nella peggiore delle ipotesi si riduce a zero. Quindi e’ un reddito, e come tale andrebbe tassato.

Info:
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Stato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


La variante demagogica dell’autoritarismo e’ il frutto del maggioritarismo portato ai suoi limiti distruttivi.
Il capo del governo usa il potere (che in teoria detiene temporaneamente) per eliminare sia le istituzioni indipendenti sia l’opposizione e per affermarsi come leader assoluto, come hanno fatto Erdogan, Orban e Putin. La democrazia liberale si trasforma cosi’ in una democrazia illiberale, poi in una vera e propria dittatura.
Questa e’ ormai la modalita’ piu’ comune di instaurazione dei regimi autoritari. Anziche’ mettere in atto un golpe o una rivoluzione, l’aspirante autocrate divora la democrazia dall’interno […]
In genere si instaura un’autocrazia piu’ morbida rispetto al fascismo e al comunismo storici, il che la rendera’ pure meno odiosa ai cittadini, ma non ne modifica la natura.
La politica si deistituzionalizza e diventa un affare personale, con un leader dispotico e la sua corte che prendono le redini del paese.
Non a caso, caratteristiche comuni di questi regimi sono la presenza di una cerchia ristretta di servitori fedeli, l’assegnazione di incarichi prestigiosi secondo criteri familistici […]
Un sistema del genere combina i vizi del populismo con i mali del dispotismo. I primi sono la miopia politica, lo sprezzo delle competenze e la preminenza delle questioni di attualita’ su considerazioni di piu’ lungo periodo. I secondi sono la corruzione e l’arbitrio. Populismo e dispotismo insieme portano all’inefficienza economica e, col passare del tempo, al fallimento.

Info:
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Societa’/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


Che cos’e’ il patriottismo?
Nel 1945 George Orwell ne dava questa nota definizione:
Per «patriottismo» intendo la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo ma che non si ha il desiderio di imporre agli altri.
Il patriottismo e’ per sua natura difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente. Al contrario, il nazionalismo e’ inseparabile dal desiderio di potere.
L’obiettivo costante di ogni nazionalista e’ quello di assicurarsi maggior potere e maggior prestigio, non per se’ stesso ma per la nazione o quell’altra unita’ nella quale ha deciso di dissolvere la propria individualita’.
Per esserne cittadini, non c’e’ bisogno di credere che lo stile di vita del proprio paese sia «il migliore al mondo» […]
Perche’ il patriottismo e’ importante?
Perche’ democrazia liberale significa governo basato sul consenso. Si deve essere disposti ad accettare come legittimo il governo di persone che si disprezzano, con idee che si reputano detestabili. Affinche’ questa combinazione di consenso e dissenso regga, bisogna porre la lealta’ alle istituzioni della repubblica democratica – le elezioni, il parlamento, il governo e la legge – al di sopra dell’attaccamento a un partito, a una fazione o a un territorio del paese.
Se questa lealta’ piu’ profonda viene meno, la repubblica democratica rischia il disfacimento, forse anche la guerra civile […]
Sicche’ la fedelt’ alle istituzioni deve a sua volta basarsi sulla fiducia nelle norme di pari diritti politici e civili per tutti i cittadini, a prescindere dallo status sociale, dal genere, dall’etnia o dalla fede religiosa, oltre che nel diritto dei vincitori di elezioni regolari a formare il governo cui si deve obbedienza, purche’ agisca nel perimetro della legge. La grande maggioranza delle persone deve accettare queste regole democratiche fondamentali […]
Patriottismo invece funziona perche’ un amore condiviso per il proprio paese – luogo, storia, idea, realta’ – e la promessa di un domani migliore aiutano a tollerare le differenze di opinioni e valori e potrebbero davvero essere la base su cui tutto si fonda.

Info:
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Societa’/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


Fra i mutamenti che hanno interessato lo scenario politico degli ultimi decenni, uno dei piu’ significativi e’ il tramonto della vecchia polarizzazione tra i partiti dominanti del centro-destra, radicati nel mondo imprenditoriale (grandi e piccole imprese) e nella classe media di professionisti e autonomi, e i partiti di centro-sinistra, con una base costituita dalla classe operaia industriale e dai movimenti sindacali ottocenteschi e primo novecenteschi, e il sostegno di un’intellighenzia «progressista» un tempo piuttosto minoritaria.
In quel panorama politico la discriminante era l’economia: la destra si schierava per uno Stato meno interventista e una maggiore liberta’ d’impresa, mentre la sinistra propugnava uno Stato interventista e una gestione attiva dell’economia […]
La contrapposizione binaria appartiene ormai al passato e lo scenario si è fatto assai piú complesso e teso […]
La questione di fondo e’ che, mentre in passato c’era solo quella economica, oggi ci sono altre due dimensioni a dividere gli elettori, cioe’ l’identita’ nazionale e i valori sociali […]
La sinistra rimane tendenzialmente favorevole a una spesa pubblica e a una regolamentazione dell’economia maggiori, ma e’ anche globalista (soprattutto per quel che riguarda la liberta’ di movimento delle persone e la cooperazione internazionale) e socialmente progressista.
Per contro, la destra difende lo Stato minimo e la libera impresa, la sovranita’ nazionale e una regolamentazione rigida dei flussi migratori, ed e’ socialmente conservatrice […]
Nel primo decennio del Duemila, e’ venuto a crearsi un sistema partitico «di elite multiple» o, per essere piu’ precisi, «di elite binarie»: «gli elettori con un reddito alto continuano a votare per la destra, mentre gli elettori con un livello di istruzione alto sono passati a sostenere la sinistra».
Questa frattura tra una «destra mercantile» e una «sinistra bramina» illumina molti aspetti della politica contemporanea. Da una parte, la classe bramina continua a cercare il consenso degli elettori puntando il dito contro le pratiche di rapina dell’elite mercantile e il sistema da essa gestito. Dall’altra, come sostiene Fukuyama, sembra interessata soprattutto a correggere una molteplicita’ di ingiustizie perpetrate per motivi di appartenenza razziale ed etnica, identita’ di genere e preferenze sessuali, oltre che a silenziare qualsiasi opinione su questi temi che non sia allineata ai propri dogmi.
Il problema e’ che una parte consistente della base tradizionale del centro-sinistra vede in queste posizioni un disprezzo per la storia, le tradizioni, i valori e persino per un ampio gruppo di concittadini.
L’elite mercantile, intanto, ha conquistato il voto degli elettori meno istruiti e piu’ poveri evidenziando l’arroganza intellettuale e culturale, lo scarso patriottismo, l’ostilita’ ai valori tradizionali, la slealta’ nei confronti dei gruppi etnici dominanti e l’incapacita’ di gestire l’economia dei bramini.
Non solo, la classe mercantile si sta rivelando molto abile nel rompere la vecchia coalizione tra intellettuali di sinistra e lavoratori organizzati.

Info:
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Economia di mercato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)

La storia dei moderni sistemi democratici rappresentativi e’ breve. Quella dell’economia capitalistica mondiale non e’ tanto piu’ lunga. Ma dall’esame condotto fin qui emergono alcuni punti essenziali.
Primo: negli ultimi due secoli, tanto la democrazia quanto il capitalismo hanno conosciuto un’evoluzione importante. Il diritto al voto e’ stato ampliato notevolmente e il capitalismo e’ diventato assai piu’ complesso dal punto di vista istituzionale. Inoltre, ed e’ l’elemento piu’ importante, governi democratici e capitalismo di mercato hanno interagito, gli uni influenzando l’altro e viceversa.
Secondo: il capitalismo di mercato non conosce confini. Con il passare del tempo, e con la progressiva diminuzione dei costi di trasporto e comunicazione, le opportunita’ di condurre attivita’ economiche internazionali si sono moltiplicate.
Terzo: le fasi di maggiore crescita del capitalismo globale sono coincise con le fasi di democratizzazione. Del pari, le crisi del capitalismo globale si sono accompagnate a un arretramento della democrazia.
Quarto: a trainare il processo di democratizzazione non e’ stata soltanto l’economia. Altrettanto importanti sono state le due guerre mondiali e la Guerra fredda, al termine delle quali la vittoria dei paesi occidentali ha stimolato la democratizzazione dei paesi sconfitti. Se dopo la Prima guerra mondiale l’impulso al rinnovamento del capitalismo globale e alla democratizzazione non diede i risultati sperati, al termine della Seconda guerra mondiale la democrazia attecchi’ nei paesi che erano usciti sconfitti. La fine della Guerra fredda, invece, ha lasciato luci e ombre.
Quinto: il capitalismo globale ha comportato enormi sconvolgimenti economici e sociali, i piu’ rilevanti dei quali sono stati causati dalle crisi finanziarie globali.
Sesto: economia di libero mercato e democrazia sono legate l’una all’altra. Il giudizio della storia sulla speranza di avere una democrazia vivace senza un’economia di mercato concorrenziale non e’ stato favorevole. Allo stesso modo, non si puo’ citare nessun esempio di paese capitalistico ricco che non sia anche democratico.
Infine, la democrazia liberale occidentale versa oggi in condizioni molto preoccupanti. Le cause si possono ricondurre in parte ai fallimenti dell’economia, cioe’ crescita economica fiacca, disuguaglianze crescenti e perdita di buoni posti di lavoro. Ancora una volta, democrazia liberale e capitalismo globale devono essere salvati insieme.

Info:
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Populismo/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


Populismo e’ un’etichetta controversa.
C’e’ chi sostiene che non la si dovrebbe usare, il che peraltro e’ molto difficile. Piuttosto, e’ indispensabile darne una definizione piu’ precisa.
Se ne possono individuare due aspetti, vale a dire l’ostilita’ verso le elite e il rifiuto del pluralismo.
Nella sua dimensione antielitaria, il populismo contrappone la gente «vera», virtuosa e oppressa, alle elite corrotte e autoritarie. Quanto alla dimensione antipluralistica, «in parole povere, i populisti non affermano: “Siamo il 99 per cento”, ma sottintendono invece: “Siamo il 100 per cento” […]
Cio’ che consegue da questa lettura del populismo, come una forma esclusoria della politica delle identita’, e’ che esso tende a mettere in pericolo la democrazia, la quale prevede invece il pluralismo e la consapevolezza che dobbiamo trovare delle soluzioni eque per vivere insieme come cittadini liberi, uguali ma anche irreducibilmente diversi. L’idea del popolo unico, omogeneo, autentico e’ una fantasia» […]
Dalla combinazione di antielitarismo e antipluralismo nasce un regime che nega la legittimita’ degli oppositori, dei partiti politici (diversi da quello al potere), dei tribunali indipendenti, e in particolare delle corti costituzionali indipendenti, della burocrazia imparziale e della stampa libera.
Per i populisti di questo tipo «“il popolo stesso” e’ un’entita’ fittizia esterna alle attuali procedure democratiche, un corpo omogeneo e moralmente unificato la cui presunta volonta’ puo’ ritrovarsi contrapposta agli effettivi risultati elettorali nelle democrazie».
I leader che assumono simili atteggiamenti vogliono porsi al di sopra della legge e mantenere il potere per sempre: in altre parole, vogliono essere dittatori […]
Infine, il leader sfrutta le crisi, o addirittura le crea ad arte, allo scopo di acquisire poteri di emergenza. Le minacce alla sicurezza nazionale sono particolarmente utili in tal senso, perche’ inducono l’opinione pubblica ad accettare senza troppi allarmismi la violazione delle normali procedure.

Info:
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Populismo/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)

“A giudicare dai fatti” [e’] accaduto che la crescente incertezza economica ha messo i sentimenti anti-immigrazione e illiberali al servizio della politica.
Quegli atteggiamenti saranno pure esistiti in passato, in forma piu’ o meno palese, ma e’ stato per effetto del cambiamento economico che hanno assunto peso politico.
Tuttavia, se da una parte e’ evidente che i fattori economici hanno contribuito parecchio a spostare il consenso verso partiti e leader populisti, dall’altra non e’ chiaro perche’ i populisti di destra sono riusciti ad accattivarsi il sostegno della vecchia classe lavoratrice disillusa a scapito dei partiti di sinistra.
Le possibili spiegazioni sono tre. La prima: i partiti tradizionali di centro-sinistra avevano in buona misura sposato il programma economico che ha deluso le aspettative di molti e causato la crisi finanziaria, senza avanzare proposte radicalmente diverse.
La seconda: laddove una visione politica piu’ rivoluzionaria e’ riuscita a prevalere su quella convenzionale […]
Infine, il segmento dominante dal punto di vista culturale dei partiti di centro-sinistra e’ composto in misura via via maggiore da laureati, accademici, dipendenti pubblici, giornalisti e lavoratori creativi, giovani e minoranze etniche. Sicche’ la parte piu’ anziana della classe lavoratrice, conservatrice sulle tematiche sociali, patriottica e alle prese con un disagio crescente, se ne sente sempre piu’ lontana.

Info:
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Economia di mercato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)

Al pari di tutte le attivita’ imprenditoriali, le imprese sono incentivate a ignorare le esternalita’, per esempio i danni ambientali e sociali.
Se un’azienda scarica sostanze inquinanti, o scarica i suoi dipendenti, a pagarne le conseguenze sono altri, cioe’ le famiglie, le comunita’, lo Stato.
Esiste poi un problema intrinseco alla creazione di grandi imprese: il potere monopolistico. La societa’ di capitali e’ nata proprio per soddisfare il bisogno di creare imprese molto grandi. E le dimensioni conferiscono potere di mercato, accrescendo la probabilita’ che le imprese cerchino di incrementare il valore per gli azionisti sfruttando gli altri […]
Certe politiche, poi, hanno lo scopo specifico di accrescere il potere di mercato. Una delle piu’ importanti e’ la tutela dei diritti di proprieta’ intellettuale (soprattutto con il diritto d’autore e i brevetti). Se esistono diverse buone ragioni per offrirla, e’ innegabile che questo tipo di protezione e’ collegata alla creazione di monopoli.
Tra l’altro, le imprese sono istituzioni potenti, in grado di influenzare le leggi in materia di proprieta’ intellettuale, per esempio facendo pressioni perche’ il diritto d’autore sia esteso a tempo indeterminato […]
Altri problemi derivano dal fatto che le imprese hanno un forte interesse a internalizzare i guadagni ed esternalizzare i costi scaricandoli sul resto della societa’, e possono farlo ricorrendo a tutta una serie di strategie. L’esempio piu’ palese e preoccupante e’ l’inquinamento, a livello locale e su larga scala.
Ma neppure il comportamento delle imprese nel mercato del lavoro va sottovalutato: per esempio, le pratiche discriminatorie nei confronti dei dipendenti determinano costi sociali, esattamente come trasferire tutti i rischi legati alla gestione dell’incertezza sui lavoratori […]
Una trasformazione piu’ recente dell’economia di mercato, favorita in parte dalle innovazioni digitali, e’ la comparsa dei mercati winner-take-all [chi vince prende tutto]. Caratterizzato com’e’ da costi marginali pari a zero, economia delle piattaforme e big data, di fatto il mondo digitale permette alle imprese di maggior successo di dominare i mercati mondiali.
Tra le opportunita’ a loro disposizione, c’e’ quella di vendere agli inserzionisti i dati raccolti dai clienti […]
Qual e’ il risultato e’ presto detto: le imprese vincenti si accaparrano rendite monopolistiche che superano per diversi ordini di grandezza il costo opportunita’ dei fattori di produzione impiegati (terreni, capitale e capacita’ umane).
All’inizio del 2022, tra le dodici societa’ di maggior valore a livello mondiale si annoveravano ben otto imprese tecnologiche, vale a dire Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta Platforms, Nvidia, Taiwan Semiconductor Manufacturing e Tencent Holdings, di cui sei americane, una cinese e una taiwanese. Sono tutte monopoli, o quasi.

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Lavoro/Wolf

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La capacita’ e la volonta’ delle multinazionali di spostare risorse economiche e know-how da un paese all’altro, e soprattutto la loro capacita’ di integrare le catene di produzione travalicando i confini nazionali sono state un fattore determinante della globalizzazione.
Come e’ evidente, tutto cio’ rappresenta un vantaggio decisivo per le imprese (e il capitale) e uno svantaggio per i lavoratori dei paesi a reddito alto. Questi ultimi, come abbiamo visto, hanno perso l’accesso privilegiato al know-how e al capitale integrati in quelle aziende che un tempo consideravano le loro. Giocoforza hanno perduto non solo potere contrattuale ma anche il posto di lavoro.
In realta’, il movimento dei capitali delle imprese e’ stato solo un aspetto di un fenomeno di proporzioni assai piu’ grandi, cioe’ la liberalizzazione della finanza.
Negli ultimi quarant’anni il settore finanziario e’ cresciuto enormemente. Ha anche causato molte crisi, in particolare la crisi asiatica del 1997-98 e la crisi transatlantica del 2007-12.
Oltre a costringere numerosi paesi ad abbandonare i tassi di cambio fissi, la liberalizzazione della finanza ha sollevato tutta una serie di problemi che prescindono dall’instabilita’ finanziaria e riguardano piuttosto la concorrenza fiscale, l’elusione e l’evasione delle imposte e la corruzione […]
La globalizzazione, insomma, e’ figlia del progresso tecnologico, e lo sara’ sempre. Al contempo, la tecnologia sta avendo sull’occupazione industriale gli stessi effetti che ha avuto sull’agricoltura: da una parte, sta facendo impennare la produttivita’, dall’altra sta distruggendo posti di lavoro.
Per esempio, nella Francia del 1800 i lavoratori occupati in agricoltura erano il 59 per cento; nel 2012 il dato era al di sotto del 3 per cento. La stessa dinamica si e’ osservata in altri paesi.
E’ quasi certo che, man mano che robot e macchine sostituiscono i lavoratori, l’occupazione industriale continuera’ a scendere tanto nei paesi a reddito alto quanto in numerosi paesi emergenti e in via di sviluppo. Da qui a cinquant’anni, probabilmente la percentuale di occupati nell’industria si attestera’ a pochi punti percentuali, se non al di sotto.

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