Buona parte di quella massa debitoria e’ costituita da titoli derivati, una grande invenzione finanziaria dei primi anni settanta concepita, sulla carta, per suddividere quanto piu’ possibile il rischio d’insolvenza (del debitore) su piu’ creditori.
Di fatto, per moltiplicare artificialmente volume e valore delle attivita’ finanziarie, concedendo ai cittadini occidentali di difendere il proprio tenore di vita – e ai loro governi di non tagliare troppo la spesa pubblica – si usa il debito quale sostituto della crescita economica, vittima degli shock petroliferi e della fine del «miracolo» postbellico.
Si tratta, in sostanza, di titoli finanziari garantiti da crediti, detti sottostanti, a loro volta costituiti da insiemi di singole obbligazioni (debiti) cedute dietro compenso dal creditore originario a uno o piu’ intermediari, ognuno dei quali li combina (impacchetta) in vario modo per costituire la garanzia di un singolo titolo derivato. Il titolo cosi’ ottenuto e’ collocato sui mercati con un buon tasso d’interesse, per renderne allettante l’acquisto.
Acquisto da parte di chi? Un po’ di tutti nel dorato mondo finanziario degli anni ottanta, novanta e duemila […]
[La risposta alla domanda] – perche’ e’ crollato tutto – ci porta al cuore della questione.
Gran parte dei crediti che sottostavano ai derivati rivelatisi in pochi giorni carta straccia – privi del valore che le banche loro detentrici avevano a bilancio come attivi – era costituito da mutui ipotecari: i famigerati subprime. Ovvero subottimali, per estensione insufficienti, non all’altezza, non conformi. A cosa? Direttamente, alle garanzie patrimoniali e di reddito sufficienti a indurre nel creditore la fondata certezza che interessi e capitale siano ripagati; indirettamente, potremmo spingerci a dire, non all’altezza del sogno americano e delle condizioni minime a esso associate.
Info:
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