Geoeconomia/Guzzi

Eurosuicidio. Come l’Unione Europea soffocato l’Italia e come possiamo salvarci – Gabriele Guzzi – Fazi (2025)

Sostanzialmente, l’euro ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico del nostro paese relativamente alle altre nazioni, riportandoci alla condizione che avevamo all’incirca alla fine del miracolo economico.
Piu’ precisamente, rispetto al Regno Unito, il pil pro capite reale a parita’ di potere d’acquisto del 2022 e’ paragonabile a quello che avevamo nel 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, del 1962; rispetto agli usa, del 1961.
Questo e’ stato l’euro per la nostra economia: una straordinaria e terribile macchina del tempo. Siamo tornati indietro di quasi mezzo secolo. Il problema e’ che questi anni si sentono tutti. Si sono tradotti in un arretramento politico, culturale, demografico, geopolitico ed emotivo di un paese che era riuscito – si dovrebbe dire quasi “nonostante se stesso” – ad affermarsi come inedita potenza industriale.

Info:
https://www.lindipendente.online/2026/01/17/eurosuicidio-il-tabu-europeo-e-il-declino-italiano-un-libro-di-gabriele-guzzi/
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2025/12/Gabriele-Guzzi-Eurosuicidio-46322ab1-1085-47e5-8e31-018eb0c44dbc.html

https://www.lafionda.org/2026/02/04/perche-e-necessario-parlare-di-eurosuicidio/
https://www.tag24.it/1379222-eurosuicidio-allarme-gabriele-guzzi-come-si-fa-a-salvare-litalia

Economia di mercato/Cottarelli

Chimere. Sogni e fallimenti dell’economia – Carlo Cottarelli – Feltrinelli (2023)


A livello generale, il termine “globalizzazione” riassume diverse manifestazioni di una piu’ ampia tendenza: quella per cui sviluppi sociali ed economici a livello nazionale iniziano a essere influenzati da quello che accade in altre parti del mondo, anche lontane.
Sono varie le dimensioni della nostra vita che possono essere globalizzate, e spesso non reagiamo bene a tale processo che, molti dicono, ci fa perdere il senso della nostra identita’, delle nostre peculiarita’.
La globalizzazione ci fa apparire, per usare un termine caro ai sovranisti, “omologati”.
In campo politico-giuridico anche le regole che condizionano la nostra vita possono essere globalizzate, almeno a livello regionale, dando spesso luogo a reazioni di insofferenza: pensate a come le regole fissate dai “burocrati di Bruxelles” siano spesso criticate e il loro rigetto sia diventato un cavallo di battaglia dei sostenitori della Brexit e dell’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione Europea.
In campo economico, si puo’ parlare di globalizzazione sia dei fattori di produzione (il capitale, il lavoro, le conoscenze tecniche), sia dei beni e servizi che utilizziamo. Insomma, il campo e’ molto vasto […]
La corrente fase di globalizzazione, quella che abbiamo vissuto negli ultimi tre decenni, e’ caratterizzata da quattro fenomeni tra loro legati e da cui derivano varie forme di dipendenza da quanto accade nel resto del mondo.
Il primo fenomeno e’ la crescita nelle esportazioni di beni e servizi rispetto al Pil mondiale […]
Il secondo aspetto della globalizzazione e’ l’impetuosa crescita degli investimenti di imprese che si vanno a stabilire all’estero (delocalizzazione): secondo la Banca mondiale, si passa da circa 200 miliardi di dollari all’inizio degli anni novanta a un record di 3 trilioni nel 2007 […]
Un terzo fenomeno della globalizzazione e’ la formazione delle “catene di offerta” o “catene del valore” (supply chains o value chains), per cui i beni che utilizziamo vengono prodotti in diversi paesi, un pezzo in uno, un pezzo in un altro, e poi magari l’assemblaggio viene fatto in un altro paese ancora […]
Naturalmente, questo fenomeno crea una dipendenza da quel che accade in tutti i paesi della catena: l’interruzione in un punto qualunque della catena causa un disturbo all’intera catena produttiva.
Il quarto aspetto e’ la concentrazione della produzione di particolari prodotti in certe parti del mondo. Ovvio che ne deriva un’enorme dipendenza mondiale da quello che accade nei paesi dove e’ concentrata la produzione di specifici prodotti.

Info:
https://www.democraziaedirittisociali.it/wp-content/uploads/2024/01/Introduzione.pdf
https://maremosso.lafeltrinelli.it/interviste/nuovo-libro-carlo-cottarelli-chimere-economia
https://www.repubblica.it/economia/2023/05/29/news/carlo_cottarelli_libro_criptovalute_globalizzazione-402425296/
https://www.feltrinellieditore.it/speciali/2023/05/16/carlo-cottarelli-e-le-chimere-delleconomia/

Green New Deal/Chomsky

Un altro futuro è possibile – Noam Chomsky, C.J. Polychroniou – Ponte alle Grazie (2025)


Secondo le stime piu’ elevate, per costruire un’infrastruttura globale di energia pulita che soppianti quella attuale basata sui combustibili fossili servira’ una spesa media per investimenti nell’economia mondiale pari a circa il 2,5% del pil globale annuo, pari a circa 2 mila miliardi di dollari oggi e una media di circa 4.500 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050.
Si tratta ovviamente di un sacco di soldi ma, come percentuale del pil annuale, e’ circa un decimo di quello che Stati Uniti e altri paesi ad alto reddito hanno speso per prevenire il tracollo economico durante il lockdown.
Questi investimenti dovrebbero concentrarsi su due aspetti: 1) migliorare drasticamente l’efficienza energetica di edifici, automobili, sistemi di trasporto pubblico e processi di produzione industriale; 2) espandere in modo altrettanto decisivo le fonti di energia rinnovabile – principalmente solare ed eolica – in tutti i settori e in tutte le regioni del pianeta, a prezzi competitivi rispetto ai combustibili fossili.
Questi investimenti sono il fulcro del Green New Deal globale.
Essi, peraltro, costituiranno anche una nuova fonte di creazione di posti di lavoro in tutte le aree del pianeta.
Questo perche’ per costruire una nuova infrastruttura energetica globale ciascuno deve svolgere il proprio lavoro: tutti i tipi di mestieri, a tutti i livelli, dai conciatetti agli idraulici, ai camionisti, macchinisti, contabili, capiufficio, ingegneri ferroviari, ricercatori e avvocati.
Costruire un’infrastruttura siffatta richiede il doppio o il triplo di persone impiegate nell’infrastruttura energetica basata sul fossile.
La transizione energetica globale fornira’ anche energia meno costosa.

Info:
https://www.carocci.it/wp-content/uploads/2024/10/12-04-2025-10-lanotizia.pdf?srsltid=AfmBOoq8IYMCOrvVnlDHmAvNSzrOQuX4KTjC-56DkO_bsmUMJ3RfjrzU
https://www.anapia.it/2025/04/30/un-altro-futuro-e-possibile/

https://mowmag.com/culture/come-si-combatte-il-neofascismo-abbiamo-letto-un-altro-futuro-e-possibile-di-noam-chomsky-l-intellettuale-piu-citato-al-mondo-per-capirlo-dalla-crisi-climatica-alla-guerra-nucleare-e-sull-intelligenza-artificiale

Geoeconomia/Tocci

Il sistema unipolare del post-guerra fredda dominato dagli Stati Uniti, che svettavano non solo sul piano militare, ma anche su quello economico, politico e del soft power, non esiste piu’.
Eppure l’attuale sistema internazionale mantiene alcuni tratti distintivi del mondo unipolare del passato.
Militarmente, per esempio, lo stacco tra gli Stati Uniti e le altre grandi potenze continua a essere enorme […] la spesa militare statunitense nel 2023 era circa tre volte quella della Cina, ossia 916 miliardi di dollari contro i 296 cinesi. Russia e India spendevano circa un decimo degli Usa (rispettivamente 109 e 83,6 miliardi). Poi c’è l’Europa, che presa collettivamente spende circa 588 miliardi di dollari per la difesa (inclusi paesi non Ue come Regno Unito e Norvegia), ma purtroppo lo fa perlopiu’ in ordine sparso e su base nazionale, facendo si’ che le spese militari dei piu’ grandi paesi europei come Germania, Francia e Italia rappresentino solo una piccola parte della spesa militare americana (rispettivamente, 67, 61 e 35,5 miliardi di dollari nel 2023). In sintesi, se prendiamo come parametro del potere la spesa militare, continuiamo a vivere in un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti […]
Se poi passiamo alle altre dimensioni del potere, come quella economica, lo scenario diventa ancora piu’ frammentato. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare la prima economia mondiale, con un Pil nominale pari a circa 25 trilioni di dollari. Ma lo stacco non e’ abissale rispetto alla Cina, che si assesta a circa 18 trilioni, e alla Ue a 16 trilioni. Se questa dimensione economica viene declinata in termini tecnologici, gli Usa rimangono all’avanguardia nelle tecnologie digitali come l’intelligenza artificiale, le biotecnologie e il quantum computing, ma sulla transizione verde sono Cina ed Europa a essere in testa. L’India e’ ancora molto lontana, con un Pil pari a 3 trilioni di dollari. Ma essendo diventato il paese piu’ popoloso al mondo e con un tasso di crescita di oltre il 7 per cento, anche Delhi e’ in forte ascesa.
In termini economici, insomma, il mondo e’ gia’ multipolare. Quindi, nonostante la rilevanza del G7, e’ il G20 il formato multilaterale con piu’ potenziale di influire sull’economia globale. Il G20 e’, per molti versi, il volto multilaterale di un mondo economicamente multipolare […]
Se a questo aggiungiamo la dimensione politica, il quadro si complica ancora di piu’ […] immaginare una distinzione netta tra democrazie e autocrazie e’ impossibile. Così come e’ impossibile tracciare una chiara demarcazione tra paesi filo- e anti-occidentali.

Info:
https://formiche.net/2024/10/grande-incertezza-libro-nathalie-tocci/#content

Economia di mercato/Keen

L’economia nuova. Moneta ambiente complessita’. Pensare l’alternativa al collasso ecologico e sociale – Keen Steve – Meltemi (2023)


E’ il credito, e non certo il disavanzo pubblico, a rendersi pericoloso quando e’ troppo ampio rispetto al PIL.
E’ la crescita del debito privato, non la crescita del debito pubblico, il miglior indicatore che una crisi economica si sta avvicinando. Ed e’ il debito privato, e non il debito pubblico, che puo’ deprimere l’attivita’ economica quando e’ troppo alto.
Queste intuizioni indicano che il livello del debito privato e del credito sono indicatori economici tanto importanti quanto il tasso di disoccupazione o il tasso d’inflazione, se non di piu’. Dovrebbero essere tenuti sotto attento scrutinio e la politica economica dovrebbe essere orientata a mantenerli a un livello relativamente basso.
Resta da decidere che fare, dunque, della teoria economica neoclassica, una teoria che, non solo ignorando il ruolo del debito privato ma anche sostenendo con vigore il ruolo del finanziamento delle imprese attraverso il debito e non attraverso il conto capitale […] ha contribuito a che il livello odierno del debito privato triplicasse rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta.

Info:
https://kriticaeconomica.com/letture-kritiche/economia-nuova-steve-keen/
https://che-fare.com/almanacco/politiche/declino-italiano-e-cambiamento-climatico/
https://jacobinitalia.it/salvare-leconomia-da-se-stessa/
https://www.carmillaonline.com/2023/10/18/il-morbo-neoclassico/
https://www.micromega.net/baruffe-tra-economisti-la-questione-climate-change/
https://generazioneliberale.com/2023/03/05/keen-galbraith-ha-portato-la-realta-nelleconomia-e-per-questo-e-stato-dimenticato/

Green New Deal/Feltri

10 rivoluzioni nell’economia globale (che in Italia ci stiamo perdendo) – Stefano Feltri – Utet (2024)

L’inquinamento e’ il tipico esempio di esternalita’ negativa: la fabbrica che scarica liquami tossici nel fiume vicino risparmia un costo di smaltimento e aumenta i profitti, mentre la collettivita’ non ottiene alcun beneficio ma anzi subisce un danno duraturo e irreversibile […]
Certo, sarebbe piu’ semplice non inquinare affatto, ma molto spesso le nostre societa’ fondate sulla crescita costante del PIL preferiscono accettare una certa dose di comportamenti autodistruttivi per non perdere i benefici economici abbinati: tolleriamo l’esistenza dell’industria del fumo, del gioco d’azzardo o le acciaierie che inquinano l’aria e fanno ammalare gli operai perche’ non vogliamo perdere i posti di lavoro e il gettito fiscale che generano […]
Chi inquina paga, e chi non inquina ma subisce i danni dell’inquinamento viene indennizzato. I posti di lavoro e il gettito fiscale sono salvi, c’e’ l’inquinamento – certo – ma almeno la societa’ nel suo complesso non ci rimette […]
Si puo’ dire che «la tassa ha l’effetto di indurre il produttore a internalizzare il costo sociale dell’inquinamento nella propria funzione di massimizzazione del profitto e dunque determina la quantita’
ottima da produrre rispetto alla funzione di utilita’ sociale. 

Economia di mercato/Piketty

Il socialismo del futuro – Thomas Piketty – Baldini+Castoldi (2024)


La nozione di «prodotto interno lordo» (PIL) pone non pochi problemi.
Sarebbe semmai preferibile che gli istituti statistici si concentrassero sul «prodotto interno netto», vale a dire al netto del consumo di capitale fisso, corrispondente al netto del costo del capitale e delle infrastrutture (riparazioni degli edifici e dei macchinari, sostituzione dei computer, eccetera).
Questo capitale ridotto, infatti, non costituisce reddito per nessuno, ne’ per i dipendenti ne’ per gli azionisti, e in piu’ tende a crescere nel tempo. Durante gli anni Settanta, il consumo di capitale fisso ha rappresentato nelle economie sviluppate il 10% circa del PIL, e oggi supera il 15% del PIL stesso (segno dell’obsolescenza accelerata dei macchinari). Il che significa che una (piccola) parte dell’aumento della produttivita’ del lavoro calcolata in una misura superiore non e’ che un’illusione.
Parimenti, se si valutasse correttamente il consumo di capitale naturale, una parte dell’aumento del PIL mondiale scomparirebbe (il valore delle estrazioni annue di risorse naturali non e’ molto lontano da quello del PIL: si attesta attualmente sul 3% annuo e tende a crescere nel tempo, a seconda della valorizzazione delle risorse.

Info:
https://www.linkiesta.it/2023/05/thomas-piketty-ezra-klein-socialismo-partecipativo/
https://riccardosorrentino.blog.ilsole24ore.com/2021/08/27/piketty-un-sovranista-illiberale-sinistra/?refresh_ce=1

https://www.pandorarivista.it/articoli/capitale-e-ideologia-di-thomas-piketty/ https://www.micromega.net/piketty-stiglitz-capitalismo-socialismo
https://www.rivistailmulino.it/a/un-futuro-per-la-socialdemocraziahttps://lespresso.it/c/idee/2020/11/1/piketty-per-salvare-il-futuro-diamo-a-tutti-i-giovani-uneredita-di-cittadinanza/45519

Finanziarizzazione/Volpi

I padroni del mondo – Alessandro Volpi – Laterza (2024)

[Lo] strumento utilizzato per realizzare la privatizzazione – e la conseguente finanziarizzazione con l’intervento decisivo dei grandi fondi finanziari – e’ stato e continua ad essere costituito dalle societa’ a cui sono stati affidati i servizi pubblici locali, le cosiddette multiutility.
Con questo termine decisamente smart si qualifica il risultato del processo di sostanziale accorpamento di monopoli naturali trasferiti dal pubblico al privato e soprattutto guidati da una logica finanziaria per cui l’obiettivo assolutamente prioritario sono i dividendi e i prezzi dei titoli, assai piu’ rilevanti rispetto alla qualita’ e al godimento universale di tali servizi.
Numerose di queste societa’, negli ultimi vent’anni, sono state quotate in Borsa e pesano ormai a tal punto da disporre di un proprio indice dedicato.
Le cento principali multiutility italiane hanno un valore pari all’8,5% del Pil nazionale, oltre 150 miliardi di euro, e tra il 2019 e il 2021 hanno visto crescere il valore della loro produzione del 18,6%. Di questo centinaio di societa’, la gran parte ha il monopolio del settore idrico e di quello dei “servizi ambientali”: coprono infatti la quasi totalita’ delle vendite di elettricita’, il 63% dei volumi del gas, il 67% dell’acqua e il 43% dei rifiuti urbani raccolti.
Una quindicina di multiutility supera il miliardo di euro di ricavi e praticamente tutte hanno beneficiato del forte rialzo del prezzo dell’energia. In estrema sintesi, negli ultimi vent’anni i servizi idrici, i trasporti, la distribuzione dell’energia, la gestione del ciclo dei rifiuti sono stati ceduti dalle amministrazioni locali a societa’ esterne, prima partecipate del tutto dalle amministrazioni stesse e poi sempre più caratterizzate dalla presenza di capitale privato […]
Il passaggio ulteriore e’ stato quello dell’approdo in Borsa, che ha definitivamente cambiato la natura delle medesime societa’ ponendole sotto l’insindacabile giudizio degli andamenti del mercato finanziario, facile preda della speculazione.
Le multiutility possono cosi’ pagare dividendi robusti ai propri azionisti perche’ il rendimento dei titoli e’ la preoccupazione principale di tali societa’, altamente finanziarizzate, dove spesso pubblico e privato convivono.
L’ossessiva ricerca dei dividendi tuttavia avviene, non di rado, a discapito dei servizi e persino dei conti stessi.

Info:
https://www.thedotcultura.it/alessandro-volpi-ecco-chi-sono-i-padroni-del-mondo/
https://valori.it/fondi-padroni-mondo-libro-alessandro-volpi/

https://altreconomia.it/chi-controlla-i-padroni-del-mondo/
https://sbilanciamoci.info/i-fondi-dinvestimento-padroni-del-mondo/

Capitalismo/Franzini

Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle – Maurizio Franzini, Mario Pianta – Laterza (2016)

Una disuguaglianza che viene alimentata dal forte aumento dei redditi piu’ elevati presenta caratteristiche che ricordano l’ancien regime precedente alla rivoluzione francese.
La nuova ‘aristocrazia del denaro’ concentra la ricchezza in proporzioni che erano state a lungo dimenticate.
Il mantenimento e l’estensione della massa di questa ricchezza hanno la priorita’ sulla crescita dei flussi di reddito. Il risultato – come ha mostrato Piketty (2013) – e’ un crescente rapporto capitale/reddito e una maggiore concentrazione dei rendimenti del capitale, soprattutto in economie caratterizzate da una piu’ lenta crescita del Pil.
Il modo in cui tale ricchezza viene ottenuta e’ sempre meno il risultato di processi competitivi, innovazioni schumpeteriane, successi sul mercato. Ha sempre piu’ a che vedere con rendite monopolistiche, protezioni dalla concorrenza, bolle immobiliari e finanziarie.
I ‘super ricchi’ hanno sempre piu’ le caratteristiche di oligarchi, la cui ricchezza proviene dal potere e dal privilegio – protezioni politiche, posizioni monopolistiche, acquisizioni di imprese pubbliche privatizzate – piuttosto che dal successo economico.

Info:
https://www.rivisteweb.it/doi/10.7384/84410
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-mercato-rende-diseguali-di-franzini-e-raitano/
https://www.ilperiodista.it/post/disuguaglianze-cause-e-soluzioni-intervista-a-maurizio-franzini
https://sbilanciamoci.info/disuguaglianze-quante-sono-come-combatterle/

Capitalismo/Stiglitz

Joseph Eugene Stiglitz – Il prezzo della disuguaglianza: Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro – Einaudi (2014)

Gli apologeti della disuguaglianza – e sono molti – sostengono al contrario che lasciare piu’ denaro a chi sta in cima alla scala sociale avvantaggerebbe tutti, in parte perche’ porterebbe a una maggiore crescita.
Questa teoria (in inglese trickle-down) ha un lungo pedigree, ma e’ da tempo screditata. Come abbiamo visto, un livello di disuguaglianza piu’ elevato non ha portato affatto a una crescita superiore […]
Si puo’ pensare a quanto e’ accaduto in termini di fette di torta. Se la torta fosse equamente divisa, tutti ne avrebbero una porzione della stessa grandezza, quindi il primo 1 per cento ne riceverebbe l’1 per cento. Di fatto, oggi ne riceve una fetta molto grande, circa un quinto dell’intera torta. Ma cio’ significa che chiunque altro ne ottiene una porzione piu’ piccola.
Ora, chi crede nella teoria delle ricadute favorevoli afferma che questa metafora risponde alla politica dell’invidia. Non si dovrebbe guardare alle dimensioni relative delle fette, ma alla loro dimensione assoluta.
Dare di piu’ ai ricchi porta a una torta piu’ grande, quindi, anche se gli strati poveri e medi della popolazione ricevono una parte piu’ piccola della torta, il pezzo che ottengono e’ in assoluto piu’ grande.
Vorrei che fosse cosi’, ma non lo e’.
In realta’ accade l’opposto: come abbiamo osservato, nel periodo in cui la disuguaglianza aumentava, la crescita e’ stata piu’ lenta e la dimensione della fetta distribuita alla maggioranza degli americani e’ andata diminuendo […]
Dal momento che viviamo una disuguaglianza tanto elevata, e poiche’ tale disuguaglianza sta aumentando, cio’ che accade al reddito (o Pil) pro capite non ci dice molto di quel che l’americano tipico sta vivendo. Se infatti i redditi di Bill Gates e Warren Buffett salgono, anche il reddito americano medio cresce.
Piu’ significativo e’ cio’ che sta accadendo al reddito mediano, il reddito della famiglia che si trova a meta’ della scala dei redditi, il quale negli ultimi anni, come abbiamo visto, quando non e’ sceso e’ rimasto stagnante.

Info:
https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-prezzo-della-disuguaglianza/
https://www.ocst.ch/il-lavoro/425-approfondimenti/2181-la-disuguaglianza-il-suo-prezzo-e-cio-che-si-puo-fare-per-eliminarla
https://tempofertile.blogspot.com/2013/06/joseph-stiglitz-il-prezzo-della.html
https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/15721-joseph-stiglitz-per-combattere-le-disuguaglianze-bisogna-abbandonare-subito-le-idee-di-milton-friedman.html