Geoeconomia/Aresu

Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia – 
Alessandro Aresu – Feltrinelli (2022)


La prima categoria che puo’ aiutarci a leggere la globalizzazione cosi’ com’e’ – e come sara’ – e’ “la confusione degli orologi”.
Negli ultimi cinquant’anni, una parte enorme dell’umanita’ e’ uscita dalla poverta’ assoluta, con un miglioramento diffuso dell’istruzione, in particolare in Asia, e con una ridistribuzione delle capacita’ produttive e delle supply chains globali. Alcune potenze dell’Asia orientale, dal Giappone alla Corea del Sud fino alla Cina, si sono integrate con le reti dell’Europa occidentale e del Nord America, e hanno acquisito impressionanti capacita’ manifatturiere, ma anche di formazione e di organizzazione dei talenti. A questa struttura commerciale del mondo non corrisponde un’appartenenza comune sul piano culturale […] Quello che succede lontano dai nostri confini ci tocca, ma non per questo ci riguarda veramente. Ne’ siamo in grado di ricavarne una lezione. Gli eventi cosiddetti “globali” toccano le aree del mondo con effetti eterogenei […] L’invasione russa in Ucraina ha ripercussioni nettamente diverse per un politico tedesco, un ristoratore egiziano o un ingegnere indiano.
Noi siamo interdipendenti, sul piano biologico, economico e politico, ma questa relazione non porta alla stessa posizione, individuale e collettiva. Istantaneita’ e simultaneita’ della comunicazione ci fanno credere di vivere le stesse esperienze, nello stesso momento. Questa e’ sempre un’illusione […] Noi non viviamo nello stesso spazio e nemmeno nello stesso tempo. Si tratta di una considerazione banale, che non varrebbe la pena di sottolineare con forza se i processi di globalizzazione non avessero alimentato una percezione di unita’, di simultaneita’ dello spazio e del tempo che non corrisponde alla realta’ dei fatti e delle forze in campo […]
La seconda tendenza e’ “l’allargamento della sicurezza nazionale”. Questo e’ il vero metro dell’influenza dei poteri pubblici sulle attività dei cittadini […] Gli argomenti di sicurezza nazionale si allargano sempre di piu’ alle filiere produttive e tecnologiche, uscendo da considerazioni legate solo all’efficienza economica. Cio’ avviene attraverso l’arma a doppio taglio che connette politica ed economia, di cui gli Stati Uniti hanno perfezionato l’utilizzo fino all’ipertrofia: le sanzioni. Sono le sanzioni a caratterizzare l’allargamento della sicurezza nazionale in un mondo di profonda interconnessione finanziaria. Accanto al globalismo, emerge il sanzionismo, un uso sempre piu’ diffuso di sanzioni non solo finanziarie ma anche commerciali […]
Il terzo tema si puo’ comprendere attraverso un rovesciamento del Manifesto del Partito comunista. Tutto cio’ che e’ solido si scioglie nell’aria, scrivevano Marx ed Engels per presentare l’avanzata della borghesia, la sua straordinaria forza rivoluzionaria, in grado di recidere i legami del passato. Allo stesso tempo, possiamo dire che tutto cio’ che e’ nell’aria ritorna solido. Questa sentenza, a suo modo sorprendente, ci aiuta a cogliere l’aspetto fisico e materiale della nostra vita digitale. Ogni connessione e’ resa possibile da infrastrutture. La tecnologia, anche quando ci fa vivere virtualmente, possiede un’essenziale dimensione fisica. Cio’ che crediamo essere etereo o gassoso, in realta’ si alimenta sulla base di interazioni materiali, spazi e oggetti: le catene del valore, le miniere, le fabbriche, i chip, le batterie, i centri di stoccaggio e raffinazione, i robot, i pacchetti, i cavi sottomarini, i satelliti, i laboratori, l’organizzazione logistica […] Tutti questi aspetti sono sempre stati presenti nella struttura della globalizzazione ma sono sempre stati in un cono d’ombra. La fase in cui viviamo, con l’acuirsi del contrasto tra Stati Uniti e Cina, con l’emergere in primo piano di conflitti politici e guerre, porta in superficie questa natura ineliminabile delle strutture economiche, questo materialismo inevitabile della tecnologia.
Il quarto tema e’ “il costo delle scelte di un mondo diviso”. Se assumiamo come principio ordinatore non l’efficienza ma il conflitto, e se ci concentriamo sul ritiro della globalizzazione, attraverso barriere, sanzioni, ridisegno dei processi produttivi, allora ci imbattiamo in costi molto rilevanti. Vivere in un mondo che si deglobalizza, che si spacca tra una “sfera” cinese e una statunitense, con alcuni comprimari, non e’ un processo automatico. Richiede di abituarsi a concetti come sicurezza, riserve, diversificazione, che sembrano innocui nei rapporti di un think tank o nei documenti di un governo, ma poi vanno calati nella realta’ economica e sociale.
Implicano trasformazioni. Scuotono le strutture.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-dominio-del-xxi-secolo-di-alessandro-aresu/
https://www.iltascabile.com/recensioni/dominio-xxi-secolo-alessandro-aresu/
https://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/aresu-chip-reshoring-usa-cina/
https://www.pandorarivista.it/articoli/cina-stati-uniti-e-la-guerra-invisibile-sulla-tecnologia-intervista-ad-alessandro-aresu/

https://formiche.net/2022/11/dominio-xxi-secolo-aresu/#content

Economia di mercato/Roubini

La grande catastrofe. Dieci minacce per il nostro futuro e le strategie per sopravvivere – Nouriel Roubini – Feltrinelli (2023)

 Nel migliore dei casi la globalizzazione e’un’arma a doppio taglio.
“A causa della globalizzazione tanta gente oggi vive piu’ a lungo e il suo livello di vita e’ molto migliorato,” ha osservato l’economista Joseph E. Stiglitz nel suo bel saggio La globalizzazione e i suoi oppositori. “La gente in Occidente puo’ giudicare bieco sfruttamento i posti poco pagati alla Nike, ma per tante persone nel mondo in via di sviluppo e’ di gran lunga meglio che rimanere alla fattoria a coltivare riso.”
Stiglitz ci regala un’esaustiva analisi dei tanti vantaggi della globalizzazione, senza nasconderne i difetti.
“E’ chiaro quasi a tutti che e’ andato drammaticamente storto qualcosa,” scrive. I programmi opportunisti, egoisti, sono diventati un boomerang. “I nemici della globalizzazione accusano i paesi occidentali di ipocrisia. Hanno ragione. I paesi occidentali hanno spinto quelli poveri ad abbattere le barriere commerciali, conservando pero’ le proprie, in modo da impedire alle nazioni in via di sviluppo di esportare i propri prodotti agricoli, privandole cosi’ degli introiti da esportazione di cui avevano un gran bisogno.”[…]
Altre lamentele accusano i migranti di accaparrarsi case, sanita’, istruzione e altri servizi pubblici, nonostante le mille prove che il loro contributo economico eccede di gran lunga qualsiasi gravame sulle finanze statali […]
[Ma] permette agli industriali di produrre un nuovo tostapane, un forno a microonde o una macchina per il caffe’ con un quinto di lavoro e capitale. Questi nuovi apparecchi si venderebbero a 10 dollari invece dei 50 che costavano prima. Ogni consumatore che ne compra uno beneficia di un risparmio di 40 dollari. Secondo voi che cosa succederà? Quattro quinti dei lavoratori del settore produttori di tostapane, microonde e macchine per il caffe’ perderanno il posto. Le famiglie hanno bisogno di un solo tostapane, percio’ il prezzo piu’ basso non moltiplichera’ la domanda di tostapane per cinque o anche due. La domanda e’ relativamente fissa.

Info:
https://galileodiscovery.unipd.it/discovery/fulldisplay?docid=alma9939922439006046&vid=39UPD_INST:VU1&search_scope=MyInst_and_CI
https://www.pandorarivista.it/articoli/convivere-con-la-catastrofe-di-pablo-servigne-e-raphael-stevens/

https://businessweekly.it/la-grande-catastrofe/

Green New Deal/Fagan

Benvenuti nell’era complessa. Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il mondo nuovo in formazione – Pierluigi Fagan – Diarkos (2025)

Non c’e’ dubbio che il triplice aumento degli individui sul pianeta, ma anche l’aumento delle istituzioni come gli Stati, le organizzazioni mondiali, internazionali e regionali, private e pubbliche, nazionali e multinazionali, le culture e molto altro hanno rappresentato una vera e propria inflazione di complessita’ varietale.
Quanto alle interrelazioni, non vi e’ altrettanto dubbio che l’evoluzione dei moderni mezzi di trasporto e telecomunicazioni, affari e interessi comuni, tecnologie e migrazioni, turismo d’affari o di tempo libero, scambi commerciali e finanziari abbia segnato una pari inflazione di complessita’ delle interrelazioni in tempi recenti, e anche ben prima della fatidica “globalizzazione”.
Altresi’ e’ aumentato volume e intreccio tra i vari sistemi naturali e umani nel comune strato dell’essere planetario.
Questo esteso ed intenso mondo umano ha cominciato da tempo a premere sull’equilibrio stesso del suo contenitore, il contesto, in termini di risorse, manipolazioni ambientali, clima, e oggi cominciamo a ricevere i feedback di questa pressione impetuosa e disordinata sotto forma di disordine climatico e ambientale, diminuzione della biodiversita’, nonche’ varie sregolazioni del complesso naturale tra cui epidemie che facilmente si trasformano in pandemie e molto altro di un processo di cui siamo solo all’inizio.
Altresi’ va complicandosi la convivenza tra sfere di civilta’ e singoli Paesi, soprattutto le potenze.
Infine, tutto questo, come piu’ volte sottolineato all’inizio, si e’ manifestato in un tratto di tempo storico davvero molto breve, un fenomeno dal grande volume, intensita’, effetti e controeffetti, sviluppatosi in appena sette decenni o anche meno. Un inedito storico.

Info:
https://pierluigifagan.com/2025/01/05/benvenuti-nellera-complessa/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32417-pierluigi-fagan-il-nuovo-ordine-multipolare.html

https://mondointernazionale.org/focus-allegati/recensione-del-libro-benvenuti-nellera-complessa-mappe-e-strumenti-del-pensiero-per-esplorare-il-mondo-nuovo-in-formazione-di-pierluigi-fagan
https://www.odysseo.it/strumenti-per-gestire-insieme-il-futuro/

Economia di mercato/Cottarelli

Chimere. Sogni e fallimenti dell’economia – Carlo Cottarelli – Feltrinelli (2023)


A livello generale, il termine “globalizzazione” riassume diverse manifestazioni di una piu’ ampia tendenza: quella per cui sviluppi sociali ed economici a livello nazionale iniziano a essere influenzati da quello che accade in altre parti del mondo, anche lontane.
Sono varie le dimensioni della nostra vita che possono essere globalizzate, e spesso non reagiamo bene a tale processo che, molti dicono, ci fa perdere il senso della nostra identita’, delle nostre peculiarita’.
La globalizzazione ci fa apparire, per usare un termine caro ai sovranisti, “omologati”.
In campo politico-giuridico anche le regole che condizionano la nostra vita possono essere globalizzate, almeno a livello regionale, dando spesso luogo a reazioni di insofferenza: pensate a come le regole fissate dai “burocrati di Bruxelles” siano spesso criticate e il loro rigetto sia diventato un cavallo di battaglia dei sostenitori della Brexit e dell’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione Europea.
In campo economico, si puo’ parlare di globalizzazione sia dei fattori di produzione (il capitale, il lavoro, le conoscenze tecniche), sia dei beni e servizi che utilizziamo. Insomma, il campo e’ molto vasto […]
La corrente fase di globalizzazione, quella che abbiamo vissuto negli ultimi tre decenni, e’ caratterizzata da quattro fenomeni tra loro legati e da cui derivano varie forme di dipendenza da quanto accade nel resto del mondo.
Il primo fenomeno e’ la crescita nelle esportazioni di beni e servizi rispetto al Pil mondiale […]
Il secondo aspetto della globalizzazione e’ l’impetuosa crescita degli investimenti di imprese che si vanno a stabilire all’estero (delocalizzazione): secondo la Banca mondiale, si passa da circa 200 miliardi di dollari all’inizio degli anni novanta a un record di 3 trilioni nel 2007 […]
Un terzo fenomeno della globalizzazione e’ la formazione delle “catene di offerta” o “catene del valore” (supply chains o value chains), per cui i beni che utilizziamo vengono prodotti in diversi paesi, un pezzo in uno, un pezzo in un altro, e poi magari l’assemblaggio viene fatto in un altro paese ancora […]
Naturalmente, questo fenomeno crea una dipendenza da quel che accade in tutti i paesi della catena: l’interruzione in un punto qualunque della catena causa un disturbo all’intera catena produttiva.
Il quarto aspetto e’ la concentrazione della produzione di particolari prodotti in certe parti del mondo. Ovvio che ne deriva un’enorme dipendenza mondiale da quello che accade nei paesi dove e’ concentrata la produzione di specifici prodotti.

Info:
https://www.democraziaedirittisociali.it/wp-content/uploads/2024/01/Introduzione.pdf
https://maremosso.lafeltrinelli.it/interviste/nuovo-libro-carlo-cottarelli-chimere-economia
https://www.repubblica.it/economia/2023/05/29/news/carlo_cottarelli_libro_criptovalute_globalizzazione-402425296/
https://www.feltrinellieditore.it/speciali/2023/05/16/carlo-cottarelli-e-le-chimere-delleconomia/

Economia di mercato/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck (2024)


Il passaggio consumatosi dalla globalizzazione ricardiana all’iperglobalizzazione neoliberista puo’ essere ricondotto all’irreversibile perdita di competitivita’ industriale degli Stati Uniti, sotto il vecchio regime di globalizzazione.
Alla fine degli anni ottanta, gli Stati Uniti – o piu’ precisamente le aziende americane – erano ormai incapaci di sostenere la concorrenza di competitori tedeschi o giapponesi, piu’ efficienti e qualitativamente piu’ avanzati, su mercati interni fondamentali […]
Prevalse cosi’ una strategia che consisteva nel far leva sulla posizione di forza degli Stati Uniti a livello internazionale, per spalancare alle grandi imprese americane le porte del mondo quale sfera d’azione allargata; e cio’ soprattutto in aree alla periferia del sistema capitalistico in cui poter delocalizzare la produzione attraverso catene internazionali di approvvigionamento – dette con un eufemismo “catene del valore”, value chains – e mediante la creazione di strutture societarie transnazionali, investimenti finanziari mondiali e la diffusione del modello di consumo statunitense.
A tutto questo concorsero: un settore finanziario sempre piu’ ampio e opportunamente deregolamentato; l’imporsi del dollaro americano come valuta mondiale a tutti gli effetti; la presenza delle forze armate americane ovunque; la leadership delle principali universita’ statunitensi nell’industria globale della conoscenza […]
Infine, il controllo di organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, istituzioni originariamente keynesiane, nate per la salvaguardia del sistema di Bretton Woods, ora predisposte a strumenti di una politica nazionalista statunitense di denazionalizzazione dell’economia mondiale, sotto un’unica nazione, con al comando le grandi imprese finanziarizzate americane.

Info:
https://www.fondazionedivittorio.it/lezione-streeck-limiti-potenzialita-della-ue-egemonie-planetarie-popoli-crisi
https://www.doppiozero.com/wolfgang-streeck-neoliberalismo-e-poi

https://www.corriere.it/la-lettura/24_giugno_21/come-sonnambuli-la-guerra-la-lettura-anteprima-nell-app-1af31e72-2fe1-11ef-8a97-996e27b017a2.shtml
https://ilmanifesto.it/uneuropa-svizzera

Europa/Piga

L’interregno. Una terza via per l’Italia e l’Europa – Gustavo Piga – Hoepli (2020)


Per come gli economisti raccontano tipicamente la storia, ecco quello che e’ successo: la disuguaglianza mondiale e’ diminuita – Cina e India convergendo verso i Paesi piu’ ricchi –, la disuguaglianza nazionale – all’interno dei Paesi occidentali – e’ aumentata, perche’ i lavori “italiani”, affidati fino a poco tempo fa a una classe medio-bassa interna, sono stati trasferiti a un ceto basso mondiale, sempre piu’ “cinese” quanto a salari e condizioni lavorative.
In realta’ questa disuguaglianza nazionale e’ anche aumentata perche’ i responsabili politici italiani non hanno risposto al dolore di quei loro cittadini che hanno sofferto della globalizzazione, rallentandone o arrestandone gli effetti piu’ devastanti, con provvedimenti espliciti di protezione, prima ancora che di protezionismo.
Un dolore reso dieci volte peggiore dalla recessione del 2008 e, ancora una volta, dalla mancata risposta dei responsabili politici: globalizzazione e austerita’ si’, democrazia no.
Di fronte a due problemi, uno iniziale e strutturale – la globalizzazione – e uno successivo e contingente – la recessione – abbiamo assistito a un’assenza di risposta da parte dei politici […]
Perche’ la politica ha sentito il bisogno di non rispondere al dolore di chi stava soffrendo?
Cercare di rispondere a questa domanda porta all’identificazione di tre possibili colpevoli, che vanno, forse, a braccetto l’uno dell’altro.
Primo colpevole: una governance globale. Le istituzioni globali, per definizione, si prendono cura dei problemi e delle minacce globali, i problemi locali sono lasciati in secondo piano […]
Un secondo colpevole: una serie di istituzioni dominanti, incluso il Parlamento europeo, al loro debutto, rette o dirette dai ricchi cosmopoliti e globalisti, la cui azione e’ stata ricondotta spesso alla protezione delle grandi imprese e delle grandi banche e non dei piu’ deboli. Difficile che queste istituzioni possano essersi interessate alla cura di coloro che soffrivano, nel bel mezzo di una crisi che colpiva, soprattutto, gli appartenenti ai ceti piu’ deboli […]
Un ultimo punto. La diversita’, per non scindere mai il legame a doppio filo che lega politica ed economia, non e’ tra l’altro questione esclusivamente riservata alla dimensione politica. Per un economista, la diversita’ consente la condivisione del rischio e l’assicurazione di chi viene colpito da uno shock avverso: una forma implicita di solidarieta’.

Info:
https://www.questionegiustizia.it/articolo/recensione-a-l-interregno-una-terza-via-per-l-europa
https://www.promopa.it/senza-categoria/interregno-gustavo-piga/
https://www.laciviltacattolica.it/recensione/linterregno/

https://eticaeconomia.it/linterregno-e-la-possibilita-di-una-strada-europea-verso-lunificazione-fiscale/

Societa’/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


 L’evidenza empirica dimostra come la crescente densificazione delle relazioni tra societa’ – la loro crescente interdipendenza “globale” – inneschi non tanto un desiderio di integrazione tra stati, ma al contrario una maggior insistenza sulla differenziazione, tanto tra stati come all’interno di essi e all’interno di organizzazioni internazionali.
Localismo e regionalismo, separatismo e nazionalismo hanno oggi origini comuni: si tratta in entrambi i casi di preservare e ripristinare la capacita’ di azione collettiva di comunita’ identificabili, mediante la decentralizzazione dei meccanismi deliberativi e dei poteri di governo; un moto di resistenza a una trasformazione neoliberale del mondo, in senso economico e culturale, elevata a destino, e un rifiuto di quell’imperativo rivolto alle societa’ a adeguarsi al processo di integrazione e centralizzazione delle loro economie nazionali ora protese verso il mondo.
Quanto piu’ i processi di unificazione globale mettono a rischio la pluralita’ delle forme di vita umana esistenti, tanto piu’ strenua sara’ la sua difesa; anziche’ divenire sempre piu’ integrati e centrali, i sistemi statuali si fanno ogni giorno piu’ piccoli e plurali.
A nessuna latitudine si vedono progressi verso una centralizzazione degli stati e dei loro sistemi, che sia mediante uno spostamento verticale delle competenze verso l’alto o la fusione orizzontale tra singoli stati o substati.
Quel che si osserva piuttosto sono movimenti in direzione di un’ulteriore autonomia e diversificazione.

Info:
https://www.fondazionedivittorio.it/lezione-streeck-limiti-potenzialita-della-ue-egemonie-planetarie-popoli-crisi
https://www.doppiozero.com/wolfgang-streeck-neoliberalismo-e-poi

https://www.corriere.it/la-lettura/24_giugno_21/come-sonnambuli-la-guerra-la-lettura-anteprima-nell-app-1af31e72-2fe1-11ef-8a97-996e27b017a2.shtml
https://ilmanifesto.it/uneuropa-svizzera

Capitalismo/Dardot

La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberalismo – Dardot Pierre, Haud Gueguen, Christian Lavak, Pierre Sauvetre – Meltemi (2023)

Gli esordi del neoliberalismo vengono spesso associati al Cile di Pinochet, alla Gran Bretagna della Thatcher e agli Stati Uniti di Reagan.
Ma non era solo conquistando il potere nei diversi Stati nazionali che i neoliberali speravano di neutralizzare i loro avversari socialisti.
A partire dagli anni Trenta e Quaranta, il progetto di organizzazione di un nuovo ordine economico mondiale e’ stato centrale nell’agenda neoliberale. L’obiettivo perseguito era sempre quello di sbarrare la strada alla pianificazione socialista e allo Stato sociale emergente, ma il nemico designato era piu’ specificamente il “nazionalismo economico”, ossia la tendenza degli Stati a proteggere la loro economia nazionale, in particolare in risposta alle richieste di solidarieta’ sociale o di sviluppo industriale e agricolo autonomi.
Questo tipo di nazionalismo autocentrato rischiava di provocare una “disintegrazione” dell’economia globale, che i neoliberali vedevano come una totalita’ interdipendente, basata su accordi istituzionali sovranazionali. Hanno dovuto pero’ adattarsi alla proliferazione degli Stati nazionali nel XX secolo, iniziata dopo la Prima Guerra Mondiale e proseguita dopo la Seconda Guerra Mondiale con la decolonizzazione.
Riconoscere la realta’ politica delle nazioni, pero’, non significava ammettere la loro piena autonomia economica. Questa griglia di lettura dell’economia mondiale si basava sull’idea di “un doppio Stato, con un governo culturale e uno economico”: da un lato, la politica come governo degli uomini (l’imperium) e, dall’altro, l’economia come gestione delle cose e della proprieta’ (il do- minium). Secondo questa distinzione, gli Stati nazionali restavano responsabili del governo politico degli uomini, ma dovevano sottomettere la loro economia all’ordine economico mondiale, normato dalla divisione internazionale del lavoro e dalla libera concorrenza.
Ma quando le norme commerciali o bancarie, cosi’ come quelle tecniche, sanitarie o sociali, tendono a limitare la liberta’ della concorrenza, a ostacolare l’industria e a ridurre la competitivita’, allora il nazionalismo cambia valore e si legittima come mezzo per sfuggire alle norme di un ordine mondiale deviato che danneggia le imprese nazionali.
Naturalmente, questo nazionalismo non ha nulla a che fare con lo sviluppismo latinoamericano o con il terzomondismo piu’ o meno socialista di molti Paesi di recente indipendenza. E’ il nazionalismo dei potenti che intendono affrancarsi dalle regole comuni quando queste ultime violano i dogmi della liberta’.
Questo e’ il dilemma politico fondamentale che attraversa l’intera storia del neoliberalismo: la “societa’ della libera concorrenza”, a seconda degli interessi e delle forze degli Stati in diversi momenti della storia, puo’ essere promossa dalla via globalista o dalla via nazionalista. In questo senso, il protezionismo di Trump e la Brexit non sono esattamente quelle novita’ assolute presentate talvolta all’opinione pubblica.

Info:
https://www.meltemieditore.it/wp-content/uploads/massimiliano-guareschi-il-manifesto-12-febbraio-2024-quel-neoliberismo-autoritario-su-la-scelta-della-guerra-civile-aa.-vv.-meltemi.pdf
https://www.carmillaonline.com/2024/01/24/una-guerra-civile-strisciante-e-costante/
https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/27174-christian-laval-haud-gueguen-pierre-dardot-pierre-sauvetre-la-scelta-della-guerra-civile.html
https://ilmanifesto.it/pierre-dardot-un-abbraccio-mortale-per-la-gauche
https://ilmanifesto.it/il-neoliberismo-autoritario
https://www.pandorarivista.it/articoli/per-una-prassi-istituente-recensione-a-del-comune-o-della-rivoluzione-nel-xxi-secolo/

Societa’/Armao

Capitalismo di sangue – Fabio Armao – Laterza (2024)

Che la democrazia non stia passando un buon momento lo dimostrano alcuni dati: il numero delle liberal-democrazie e’ tornato ai valori del 1989 e ospita soltanto il 13 percento della popolazione mondiale, le autocrazie elettorali contano per il 44 percento e le autocrazie in senso stretto per il 26 percento.
Il declino della democrazia riguarda soprattutto l’America Latina e l’Asia, ma anche il 20 percento degli stati membri dell’Unione Europea ha gia’ manifestato una chiara propensione ad «autocratizzarsi» […]
Democrazie e autocrazie, in altri termini, si rivelano entrambe funzionali a un nuovo totalitarismo generato dalla globalizzazione neoliberista, che rappresenta l’antitesi del libero mercato, ridotto a una ben misera foglia di fico per i governanti (o gli economisti) che avessero ancora il coraggio di evocarlo.
Il capitalismo, dopo secoli di convivenza e di scambi di reciproca utilita’ con lo stato, ha preso il sopravvento sulla politica, al punto da imporre il blocco della redistribuzione delle ricchezze; costringendo sempre piu’ famiglie a redditi di mera sussistenza e distruggendo quei ceti medi cui aveva affidato le proprie fortune ai tempi dell’industrializzazione e dei consumi di massa.

Info:
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/IL_FATTO_QUOTIDIANO_27012024.pdf
https://www.micromega.net/author/fabio-armao/ 

https://www.globalist.it/culture/2024/03/25/capitalismo-di-sangue-analisi-su-conflitti-globali-e-crisi-economica/

Stato/Chomsky

Un altro futuro è possibile – Noam Chomsky, C.J. Polychroniou – Ponte alle Grazie (2025)


Una conseguenza delle politiche socioeconomiche neoliberiste e’ il collasso dell’ordine sociale, che crea un terreno fertile per l’estremismo, la violenza, l’odio, la ricerca di capri espiatori e per figure autoritarie che possono atteggiarsi a salvatori.
Ci dirigiamo verso una forma di neofascismo.
L’Encyclopædia Britannica definisce il neoliberismo «un’ideologia e un modello politico che enfatizzano il valore della concorrenza del libero mercato» con «un intervento statale minimo».
Questa e’ l’immagine convenzionale. La realta’ e’ differente.
L’attuale modello politico ha fatto in modo che i padroni dell’economia, che dominano anche lo Stato, possano inseguire il profitto e il potere con pochissimi vincoli. In breve, una guerra di classe senza restrizioni di sorta.
Una componente di quel modello e’ stata una forma di globalizzazione che unisce a un protezionismo estremo per i padroni la ricerca di manodopera a bassissimo costo e condizioni di lavoro peggiori in modo da massimizzare il profitto, lasciando arrugginire in patria le varie «rust belts». Sono scelte politiche, non necessita’ economiche […]
Una conseguenza correlata al «neoliberismo reale» e’ stata la rapida finanziarizzazione dell’economia, che consente imbrogli senza rischi finalizzati al profitto immediato – senza rischi perche’ il potente Stato che interviene pesantemente nel mercato per garantire protezioni negli accordi commerciali fa lo stesso per salvare i padroni se qualcosa va storto.

Info:
https://www.carocci.it/wp-content/uploads/2024/10/12-04-2025-10-lanotizia.pdf?srsltid=AfmBOoq8IYMCOrvVnlDHmAvNSzrOQuX4KTjC-56DkO_bsmUMJ3RfjrzU
https://www.anapia.it/2025/04/30/un-altro-futuro-e-possibile/

https://mowmag.com/culture/come-si-combatte-il-neofascismo-abbiamo-letto-un-altro-futuro-e-possibile-di-noam-chomsky-l-intellettuale-piu-citato-al-mondo-per-capirlo-dalla-crisi-climatica-alla-guerra-nucleare-e-sull-intelligenza-artificiale