Capitalismo/Dardot

La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberalismo – Dardot Pierre, Haud Gueguen, Christian Lavak, Pierre Sauvetre – Meltemi (2023)

Gli esordi del neoliberalismo vengono spesso associati al Cile di Pinochet, alla Gran Bretagna della Thatcher e agli Stati Uniti di Reagan.
Ma non era solo conquistando il potere nei diversi Stati nazionali che i neoliberali speravano di neutralizzare i loro avversari socialisti.
A partire dagli anni Trenta e Quaranta, il progetto di organizzazione di un nuovo ordine economico mondiale e’ stato centrale nell’agenda neoliberale. L’obiettivo perseguito era sempre quello di sbarrare la strada alla pianificazione socialista e allo Stato sociale emergente, ma il nemico designato era piu’ specificamente il “nazionalismo economico”, ossia la tendenza degli Stati a proteggere la loro economia nazionale, in particolare in risposta alle richieste di solidarieta’ sociale o di sviluppo industriale e agricolo autonomi.
Questo tipo di nazionalismo autocentrato rischiava di provocare una “disintegrazione” dell’economia globale, che i neoliberali vedevano come una totalita’ interdipendente, basata su accordi istituzionali sovranazionali. Hanno dovuto pero’ adattarsi alla proliferazione degli Stati nazionali nel XX secolo, iniziata dopo la Prima Guerra Mondiale e proseguita dopo la Seconda Guerra Mondiale con la decolonizzazione.
Riconoscere la realta’ politica delle nazioni, pero’, non significava ammettere la loro piena autonomia economica. Questa griglia di lettura dell’economia mondiale si basava sull’idea di “un doppio Stato, con un governo culturale e uno economico”: da un lato, la politica come governo degli uomini (l’imperium) e, dall’altro, l’economia come gestione delle cose e della proprieta’ (il do- minium). Secondo questa distinzione, gli Stati nazionali restavano responsabili del governo politico degli uomini, ma dovevano sottomettere la loro economia all’ordine economico mondiale, normato dalla divisione internazionale del lavoro e dalla libera concorrenza.
Ma quando le norme commerciali o bancarie, cosi’ come quelle tecniche, sanitarie o sociali, tendono a limitare la liberta’ della concorrenza, a ostacolare l’industria e a ridurre la competitivita’, allora il nazionalismo cambia valore e si legittima come mezzo per sfuggire alle norme di un ordine mondiale deviato che danneggia le imprese nazionali.
Naturalmente, questo nazionalismo non ha nulla a che fare con lo sviluppismo latinoamericano o con il terzomondismo piu’ o meno socialista di molti Paesi di recente indipendenza. E’ il nazionalismo dei potenti che intendono affrancarsi dalle regole comuni quando queste ultime violano i dogmi della liberta’.
Questo e’ il dilemma politico fondamentale che attraversa l’intera storia del neoliberalismo: la “societa’ della libera concorrenza”, a seconda degli interessi e delle forze degli Stati in diversi momenti della storia, puo’ essere promossa dalla via globalista o dalla via nazionalista. In questo senso, il protezionismo di Trump e la Brexit non sono esattamente quelle novita’ assolute presentate talvolta all’opinione pubblica.

Info:
https://www.meltemieditore.it/wp-content/uploads/massimiliano-guareschi-il-manifesto-12-febbraio-2024-quel-neoliberismo-autoritario-su-la-scelta-della-guerra-civile-aa.-vv.-meltemi.pdf
https://www.carmillaonline.com/2024/01/24/una-guerra-civile-strisciante-e-costante/
https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/27174-christian-laval-haud-gueguen-pierre-dardot-pierre-sauvetre-la-scelta-della-guerra-civile.html
https://ilmanifesto.it/pierre-dardot-un-abbraccio-mortale-per-la-gauche
https://ilmanifesto.it/il-neoliberismo-autoritario
https://www.pandorarivista.it/articoli/per-una-prassi-istituente-recensione-a-del-comune-o-della-rivoluzione-nel-xxi-secolo/

Societa’/Armao

Capitalismo di sangue – Fabio Armao – Laterza (2024)

Che la democrazia non stia passando un buon momento lo dimostrano alcuni dati: il numero delle liberal-democrazie e’ tornato ai valori del 1989 e ospita soltanto il 13 percento della popolazione mondiale, le autocrazie elettorali contano per il 44 percento e le autocrazie in senso stretto per il 26 percento.
Il declino della democrazia riguarda soprattutto l’America Latina e l’Asia, ma anche il 20 percento degli stati membri dell’Unione Europea ha gia’ manifestato una chiara propensione ad «autocratizzarsi» […]
Democrazie e autocrazie, in altri termini, si rivelano entrambe funzionali a un nuovo totalitarismo generato dalla globalizzazione neoliberista, che rappresenta l’antitesi del libero mercato, ridotto a una ben misera foglia di fico per i governanti (o gli economisti) che avessero ancora il coraggio di evocarlo.
Il capitalismo, dopo secoli di convivenza e di scambi di reciproca utilita’ con lo stato, ha preso il sopravvento sulla politica, al punto da imporre il blocco della redistribuzione delle ricchezze; costringendo sempre piu’ famiglie a redditi di mera sussistenza e distruggendo quei ceti medi cui aveva affidato le proprie fortune ai tempi dell’industrializzazione e dei consumi di massa.

Info:
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/IL_FATTO_QUOTIDIANO_27012024.pdf
https://www.micromega.net/author/fabio-armao/ 

https://www.globalist.it/culture/2024/03/25/capitalismo-di-sangue-analisi-su-conflitti-globali-e-crisi-economica/

Stato/Chomsky

Un altro futuro è possibile – Noam Chomsky, C.J. Polychroniou – Ponte alle Grazie (2025)


Una conseguenza delle politiche socioeconomiche neoliberiste e’ il collasso dell’ordine sociale, che crea un terreno fertile per l’estremismo, la violenza, l’odio, la ricerca di capri espiatori e per figure autoritarie che possono atteggiarsi a salvatori.
Ci dirigiamo verso una forma di neofascismo.
L’Encyclopædia Britannica definisce il neoliberismo «un’ideologia e un modello politico che enfatizzano il valore della concorrenza del libero mercato» con «un intervento statale minimo».
Questa e’ l’immagine convenzionale. La realta’ e’ differente.
L’attuale modello politico ha fatto in modo che i padroni dell’economia, che dominano anche lo Stato, possano inseguire il profitto e il potere con pochissimi vincoli. In breve, una guerra di classe senza restrizioni di sorta.
Una componente di quel modello e’ stata una forma di globalizzazione che unisce a un protezionismo estremo per i padroni la ricerca di manodopera a bassissimo costo e condizioni di lavoro peggiori in modo da massimizzare il profitto, lasciando arrugginire in patria le varie «rust belts». Sono scelte politiche, non necessita’ economiche […]
Una conseguenza correlata al «neoliberismo reale» e’ stata la rapida finanziarizzazione dell’economia, che consente imbrogli senza rischi finalizzati al profitto immediato – senza rischi perche’ il potente Stato che interviene pesantemente nel mercato per garantire protezioni negli accordi commerciali fa lo stesso per salvare i padroni se qualcosa va storto.

Info:
https://www.carocci.it/wp-content/uploads/2024/10/12-04-2025-10-lanotizia.pdf?srsltid=AfmBOoq8IYMCOrvVnlDHmAvNSzrOQuX4KTjC-56DkO_bsmUMJ3RfjrzU
https://www.anapia.it/2025/04/30/un-altro-futuro-e-possibile/

https://mowmag.com/culture/come-si-combatte-il-neofascismo-abbiamo-letto-un-altro-futuro-e-possibile-di-noam-chomsky-l-intellettuale-piu-citato-al-mondo-per-capirlo-dalla-crisi-climatica-alla-guerra-nucleare-e-sull-intelligenza-artificiale

Geoeconomia/Maronta

Deglobalizzazione. Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro – Fabrizio Maronta – Hoepli (2024)

La storia della «nostra» globalizzazione e’, in nuce, la storia di un doppio e convergente movimento.
Da un lato la definitiva affermazione del modello capitalistico statunitense, cui il crollo del blocco sovietico a economia pianificata toglie l’unico residuo antemurale; dall’altro lato, specie a partire dagli anni novanta del Novecento, l’adozione di quel modello su scala enorme, inedita, da parte delle economie asiatiche.
Su tutte la Cina, che ne fa il motore della propria rincorsa alla modernita’.
Una modernizzazione concepita non come fine in se’, ma come mezzo di affrancamento dalla subalternita’ a un Occidente di cui la dirigenza del partito-Stato riprende tecnica e a volte stilemi, ma non la meccanicistica subordinazione della politica all’economia. Quest’ultima resta infatti uno strumento sovrano a servizio di un fine diverso da quello prettamente economico e commerciale.
Il fine e’, a un tempo, politico e geopolitico.
E’ politico nella misura in cui persegue il «glorioso arricchimento» dei singoli come mezzo di pacificazione sociale, coesione nazionale e preservazione del Partito comunista cinese quale unico soggetto titolato a detenere il potere e a incarnare lo Stato. E’ geopolitico in quanto usa la ritrovata salienza per proiettare all’esterno la potenza nazionale, in modo da consolidare i traguardi interni, riscattare la lunga fase di declino (rispetto al glorioso passato imperiale) e rivendicare al paese un «giusto rango» nella gerarchia mondiale.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/deglobalizzazione-intervista-a-fabrizio-maronta/
https://www.letture.org/deglobalizzazione-fabrizio-maronta

Economia di mercato/Slobodian

Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia – Quinn Slobodian – Einaudi (2023)

La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 inauguro’ l’era della globalizzazione []
Le visualizzazioni dominanti di questo fenomeno ci parlano di connessione: linee blu di laser che collegano le localita’ del mondo piu’ distanti, una matassa di scambi e mobilita’.
La tendenza era quella dell’interconnessione: l’Organizzazione mondiale del commercio, l’Unione Europea, e il North American Free Trade Agreement (Accordo di libero scambio nordamericano) vennero creati a pochi anni di distanza l’uno dall’altro.
Ma, a guardare piu’ attentamente, c’era anche una cronologia alternativa, contrassegnata dalla frammentazione quanto dall’unita’.
Le due Germanie si riunificarono nel 1990, ma l’Unione Sovietica si dissolse l’anno seguente. La Jugoslavia si disgrego’ proprio mentre veniva fondata l’Unione Europea. La Somalia cadde in una condizione di guerra civile, restando priva di Stato centrale per piu’ di un decennio.
Con la fine della Guerra fredda, nuove barriere rimpiazzarono le vecchie. Le merci e il denaro erano liberi di fluire, ma non le persone. Vennero eretti muri in tutto il mondo. Secondo una stima, circa 18000 chilometri di confini terrestri al mondo vennero rafforzati con barriere […]
La globalizzazione ha forze sia centripete sia centrifughe. Ci lega gli uni agli altri mentre ci separa.

Info:
https://left.it/2023/11/23/il-capitalismo-dellaframmentazioneche-alimenta-le-derive-autoritarie/
https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/
https://jacobinitalia.it/capitalismo-fuori-controllo/
https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-capitalismo-della-frammentazione

 

Capitalismo/Galli

Arricchirsi impoverendo. Multinazionali e capitale finanziario nella crisi infinita – Giorgio Galli, Francesco Bordicchio – Mimesis (2018)

Negli ultimi vent’anni, la globalizzazione dei sistemi alimentari e agricoli e’ stata presentata come un fenomeno naturale e inevitabile. Invece non c’e’ nulla di naturale nella globalizzazione, in particolare in quella del cibo […]
La globalizzazione ha prodotto sradicamento, disoccupazione, fame e insicurezza alimentare a un livello senza precedenti.
Il quadro storico richiede una precisazione: in “non c’e’ nulla di naturale nella globalizzazione”, la precisazione e’ sull’aggettivo “naturale”: e’ naturale, nel senso di consequenziale, l’evoluzione del capitalismo, che parte col settecentesco “libero scambio” ed evolve, secondo la sua logica, in una struttura di multinazionali oligopolistiche, che fanno ritenere “naturale” la “lex mercatoria” (definizione di Guido Rossi), elaborata dai loro giuristi stipendiati e imposta come “legge” internazionale attraverso accordi statuali (come appunto attraverso il Wto, World trade organization, organizzazione per il commercio mondiale), accordi stipulati da Stati continentali, la cui classe dirigente e’ portata al vertice dalle stesse multinazionali, accordi che qualificano il “libero scambio” del XXI secolo: un’area di competizione tra” “poche centinaia di Leviatani economici.

Info:

https://www.mimesisedizioni.it/rassegna/marchesi-libero-arricchirsi-impoverendo-galli-bochicchio.pdf
https://www.mimesisedizioni.it/rassegna/quotidiano-sud-arricchirsi-impoverendo-galli-bochicchio.pdf

Economia di mercato/Guerrieri

Partita a tre. Dove va l’economia del mondo – Paolo Guerrieri – il Mulino (2021)


Ci si chiede da tempo quali possano essere i fattori alla base del pronunciato aumento delle disuguaglianze e divergenze economico-sociali dei paesi avanzati.
Le risposte hanno evidenziato una molteplicita’ di cause. In primo piano figurano le grandi trasformazioni economiche e produttive […].
A partire dal consolidarsi del processo di globalizzazione e della delocalizzazione dei processi produttivi nell’area emergente, che hanno finito per distruggere posti di lavoro e penalizzare i lavoratori meno qualificati negli Stati Uniti e in Europa […]
Un altro contributo all’aumento delle disuguaglianze, altrettanto significativo, e secondo molti addirittura superiore, e’ venuto dalla diffusione delle nuove tecnologie (in particolare quelle legate alle tecnologie digitali) e dai fenomeni di automazione e riorganizzazione delle imprese che ne sono conseguiti […]
Tra le altre cause, va citata, inoltre, la travolgente finanziarizzazione dell’economia avvenuta in questi ultimi decenni. La finanza, nel generare mercati sempre piu’ aperti e interdipendenti a livello mondiale, caratterizzati da forte mobilita’ dei capitali, ha favorito in molti paesi una maggiore concentrazione del reddito e della ricchezza, accentuando ulteriormente le disuguaglianze e marginalizzando fasce crescenti di lavoratori e cittadini.

Info:
https://www.letture.org/partita-a-tre-dove-va-l-economia-del-mondo-paolo-guerrieri
https://archivio.blitzquotidiano.it/libri/italia-che-fine-fara-paolo-guerrieri-scruta-il-futuro-partita-a-tre-dove-va-leconomia-del-mondo-3407568/

 

Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


In molti ormai hanno spiegato come il modello standard di capitalismo democratico sia andato erodendosi con l’avvento della globalizzazione.
Con la scomparsa del comunismo sovietico, il neoliberismo ha conosciuto una sorprendente ripresa per circa due decenni: Hayek, a lungo deriso e trattato alla stregua di un fanatico, aveva trionfato su pianificatori del mondo come Lenin e Keynes. Gli esperimenti filosofici di Hayek […] entrarono con tale profondita’ nel pensiero di economisti, istituzioni internazionali e non solo, che anche governi nazionali e partiti cominciarono a nutrire nei propri confronti la medesima diffidenza che la teoria della “scelta pubblica” portava loro.
Il neoliberismo divenne cosi’ la dottrina politico-economica dominante del capitalismo moderno, almeno fino alla sua completa demistificazione con la Grande recessione, utopia di un’economia capitalista globale autoregolata e di politiche nazionali ridotte all’amministrazione di liberi mercati, all’imposizione di un adeguamento flessibile a essi o, eventualmente, alla mera tutela folcloristica di tradizioni culturali e politiche locali.
Con l’avanzare del modello di crescita neoliberale ebbe inizio, parallelamente, anche una lenta erosione del modello standard di democrazia stabilito nel dopoguerra.
A partire dalla fine degli anni settanta, la partecipazione della popolazione a elezioni di qualunque tipo diminui’ in modo considerevole e costante in tutte le democrazie a economia capitalista, soprattutto nelle fasce piu’ basse di distribuzione del reddito e di opportunita’, tra coloro cioe’ che piu’ di tutti, di fatto, dipendono da politiche redistributive di tutela.
Tutti i partiti, al contempo, senza distinzione quanto al loro orientamento istituzionale, hanno conosciuto un crollo dei propri iscritti. Lo stesso dicasi per i sindacati,che dalla fine degli anni ottanta solo raramente hanno potuto avvalersi del diritto di sciopero con qualche prospettiva di successo.

Info:
https://www.fondazionedivittorio.it/lezione-streeck-limiti-potenzialita-della-ue-egemonie-planetarie-popoli-crisi
https://www.doppiozero.com/wolfgang-streeck-neoliberalismo-e-poi

https://www.corriere.it/la-lettura/24_giugno_21/come-sonnambuli-la-guerra-la-lettura-anteprima-nell-app-1af31e72-2fe1-11ef-8a97-996e27b017a2.shtml
https://ilmanifesto.it/uneuropa-svizzera

Lavoro/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


La capacita’ e la volonta’ delle multinazionali di spostare risorse economiche e know-how da un paese all’altro, e soprattutto la loro capacita’ di integrare le catene di produzione travalicando i confini nazionali sono state un fattore determinante della globalizzazione.
Come e’ evidente, tutto cio’ rappresenta un vantaggio decisivo per le imprese (e il capitale) e uno svantaggio per i lavoratori dei paesi a reddito alto. Questi ultimi, come abbiamo visto, hanno perso l’accesso privilegiato al know-how e al capitale integrati in quelle aziende che un tempo consideravano le loro. Giocoforza hanno perduto non solo potere contrattuale ma anche il posto di lavoro.
In realta’, il movimento dei capitali delle imprese e’ stato solo un aspetto di un fenomeno di proporzioni assai piu’ grandi, cioe’ la liberalizzazione della finanza.
Negli ultimi quarant’anni il settore finanziario e’ cresciuto enormemente. Ha anche causato molte crisi, in particolare la crisi asiatica del 1997-98 e la crisi transatlantica del 2007-12.
Oltre a costringere numerosi paesi ad abbandonare i tassi di cambio fissi, la liberalizzazione della finanza ha sollevato tutta una serie di problemi che prescindono dall’instabilita’ finanziaria e riguardano piuttosto la concorrenza fiscale, l’elusione e l’evasione delle imposte e la corruzione […]
La globalizzazione, insomma, e’ figlia del progresso tecnologico, e lo sara’ sempre. Al contempo, la tecnologia sta avendo sull’occupazione industriale gli stessi effetti che ha avuto sull’agricoltura: da una parte, sta facendo impennare la produttivita’, dall’altra sta distruggendo posti di lavoro.
Per esempio, nella Francia del 1800 i lavoratori occupati in agricoltura erano il 59 per cento; nel 2012 il dato era al di sotto del 3 per cento. La stessa dinamica si e’ osservata in altri paesi.
E’ quasi certo che, man mano che robot e macchine sostituiscono i lavoratori, l’occupazione industriale continuera’ a scendere tanto nei paesi a reddito alto quanto in numerosi paesi emergenti e in via di sviluppo. Da qui a cinquant’anni, probabilmente la percentuale di occupati nell’industria si attestera’ a pochi punti percentuali, se non al di sotto.

Info:
https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/08/05/news/il-mondo-di-oggi-si-e-rotto-a-margine-del-libro-di-martin-wolf-6818502/
https://www.ilmonocolo.com/post/la-crisi-del-capitalismo-democratico

https://www.editorialedomani.it/economia/libro-martin-wolf-bh9jht73

Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberalismo – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)

Nell’autunno del 2020, la stampa economica e il dibattito pubblico erano unanimi nel ritenere che l’esperienza della pandemia avrebbe consolidato e accelerato una tendenza gia’ in atto, ossia l’accorciamento delle catene internazionali di approvvigionamento, di accumulazione del capitale e del valore aggiunto posto in essere dalla globalizzazione all’apice del suo sviluppo.
Interruzioni reali o temute dei flussi globali di materie prime, anche e soprattutto nel campo dei semilavorati, misero in luce la vulnerabilita’ dell’economia e della societa’ che i rapporti reciproci di dipendenza globale producevano e che imprese e consumatori domandavano agli stati, tra gli altri, di risolvere […]
A porsi nel modo piu’ evidente e immediato su tutti fu il problema della filiera dei farmaci, la loro eccessiva lunghezza e la gestione in mano al mercato, non governata dalla politica. Cio’ che si scopri’ e’ che, persino nel caso di produzioni nei ricchi paesi di consumo, la fabbricazione di farmaci in un’economia iperglobalizzata dipendeva spesso da prodotti intermedi provenienti soprattutto da paesi asiatici, dalla Cina perlopiu’, ma anche dall’India. Quando, dopo l’inizio della pandemia, questi paesi interruppero le forniture, per volonta’ o impossibilita’, alcuni farmaci antidolorifici come il paracetamolo cominciarono a scarseggiare negli Stati Uniti e in Europa.
Posta alla merce’ delle forze di mercato, la distribuzione farmaceutica passo’ da infrastruttura sociale qual’ era a settore di produzione commerciale […]
Problemi analoghi sorsero anche in altri settori, scatenando discussioni tanto sotto il profilo dell’approvvigionamento che della sicurezza nazionale, tutte sotto il titolo della sempre piu’ frequente parola d’ordine e formula magica dell’anno: resilienza.
Quello della resilienza divenne l’obiettivo di un’ampia gamma di interventi – horribile dictu – di protezione dal libero commercio mondiale, da parte di aziende, governi o entrambi. Le previsioni indicano, per esempio, come si e’ visto, che l’uso della tecnologia robotica (l’“industria 4.0”) portera’ sempre piu’ a un rientro della produzione industriale nei paesi di provenienza – a un reshoring (“rilocalizzazione”) in luogo dell’offshoring (“delocalizzazione”) – con una conseguente reindustrializzazione del Nord globale.

Info:
https://www.fondazionedivittorio.it/lezione-streeck-limiti-potenzialita-della-ue-egemonie-planetarie-popoli-crisi
https://www.doppiozero.com/wolfgang-streeck-neoliberalismo-e-poi

https://www.corriere.it/la-lettura/24_giugno_21/come-sonnambuli-la-guerra-la-lettura-anteprima-nell-app-1af31e72-2fe1-11ef-8a97-996e27b017a2.shtml
https://ilmanifesto.it/uneuropa-svizzera