Europa/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck (2024)


 La riconversione sentimentale dell’“Europa” in una terra dei desideri con proprieta’ riadattabili a piacimento permette alla politica in senso pratico di poter pretendere, cinicamente, una “soluzione europea” a tutto cio’ che essa, non volendosene o non potendosene piu’ occupare, ha trasferito verso l’alto, al governo tecno- e mercatocratico europeo; le permette cioe’ di usare l’“Europa” come un’arma politica atta a risolvere problemi di ogni tipo, dalla crescita economica alle finanze dello stato, dai flussi migratori a questioni di sicurezza interna ed esterna, dalla crisi bancaria alla crisi climatica e pandemica.
I politici piu’ accorti possono allora scegliere come muoversi nella struttura multilivello di quest’Europa solidamente neoliberale, nell’intercapedine tra politica nazionale e il sottobosco di istituzioni europee tanto opache come mai nessun’altra, e decidere cosi’ se derogare al proprio impegno a livello nazionale in nome dell’“Europa”, se additare quest’ultima come responsabile dei fallimenti della politica nazionale, se lasciare all’“Europa” l’onere di dettare loro la linea da preferire e sgravarsi cosi’ di qualunque responsabilita’ democratica, riparando se stessi e le proprie scelte a priori da qualunque forma di resistenza politica interna.
Uno spettacolo, questo, che si consuma davanti a un pubblico di persone cui manca qualunque forma di comprensione intuitiva del significato, delle regole e degli eventi comunitari europei.

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Economia di mercato/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck (2024)


Il passaggio consumatosi dalla globalizzazione ricardiana all’iperglobalizzazione neoliberista puo’ essere ricondotto all’irreversibile perdita di competitivita’ industriale degli Stati Uniti, sotto il vecchio regime di globalizzazione.
Alla fine degli anni ottanta, gli Stati Uniti – o piu’ precisamente le aziende americane – erano ormai incapaci di sostenere la concorrenza di competitori tedeschi o giapponesi, piu’ efficienti e qualitativamente piu’ avanzati, su mercati interni fondamentali […]
Prevalse cosi’ una strategia che consisteva nel far leva sulla posizione di forza degli Stati Uniti a livello internazionale, per spalancare alle grandi imprese americane le porte del mondo quale sfera d’azione allargata; e cio’ soprattutto in aree alla periferia del sistema capitalistico in cui poter delocalizzare la produzione attraverso catene internazionali di approvvigionamento – dette con un eufemismo “catene del valore”, value chains – e mediante la creazione di strutture societarie transnazionali, investimenti finanziari mondiali e la diffusione del modello di consumo statunitense.
A tutto questo concorsero: un settore finanziario sempre piu’ ampio e opportunamente deregolamentato; l’imporsi del dollaro americano come valuta mondiale a tutti gli effetti; la presenza delle forze armate americane ovunque; la leadership delle principali universita’ statunitensi nell’industria globale della conoscenza […]
Infine, il controllo di organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, istituzioni originariamente keynesiane, nate per la salvaguardia del sistema di Bretton Woods, ora predisposte a strumenti di una politica nazionalista statunitense di denazionalizzazione dell’economia mondiale, sotto un’unica nazione, con al comando le grandi imprese finanziarizzate americane.

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Europa/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck (2024)


 Perche’ l’Unione europea non e’ oggi un superstato?
Il progetto di un’“Europa unita”, risultante dalla fusione degli stati sovrani europei in un’unica entita’ statuale sovranazionale, non e’ mai stato inserito nell’agenda di nessun programma politico degno di questo nome […]
Signori indiscussi dell’Unione europea e delle istituzioni che l’hanno preceduta furono sempre e soltanto stati nazionali che tali volevano rimanere (la Francia, l’Italia, il Lussemburgo e la Danimarca), divenire (l’Irlanda e Malta) o tornare a essere (la Germania Ovest, a seguito della scissione, ossia l’attuale Germania prima della riunificazione, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania).
Parte di essi erano in competizione tra loro, parte voleva prendere altri a modello, alcuni volevano stipulare un accordo tra loro a proprio vantaggio, altri guardarsi le spalle, in particolare dai tedeschi, con cui in passato avevano avuto esperienze che preferivano non dover ripetere. Ognuno, dunque, aveva intenzioni diverse, nonche’ priorita’ e una motivazione mutevole negli anni.
Anche i temi di volta in volta affrontati cambiarono nel corso del tempo e con essi le forme istituzionali deputate a risolverli, organi perlopiu’ creati in modo pragmatico, contingente e ad hoc […]
Qualunque discussione sull’obiettivo ultimo dell’“integrazione europea”, del resto, veniva prontamente scansata, onde evitare controversie […]
L’Europa emersa dalla rivoluzione neoliberista della fine del XX secolo e’ un blocco dalla struttura gerarchica di stati formalmente sovrani, ma tenuti insieme dai gradi di un potere distribuito tra centro e periferia; un legame tra stati, dunque, tutto meno che egualitario poiche’ basato su una richiesta insistente d’inclusione – o piu’ che altro d’annessione, e d’annessione spesso vincolata all’obbligo di permanenza –; ma anche interno agli stati stessi, a partire da relazioni di potere e di dominio che contribuiscono alla coesione imperiale, accogliendo le influenze del centro in termini di gestione.

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Societa’/Streeck

Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberismo – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


 La democrazia quale sistema sociale di istituzioni interno al capitalismo ha fino ad oggi offerto una possibilita’ di riconoscimento agli interessi di classi popolari svantaggiate dal mercato e dalla societa’ capitalista attraverso la mobilitazione di maggioranze politiche.
Il suo modus operandi fu sempre quello della lotta, della prova di forza tra schieramenti sociali piu’ o meno ben organizzati e diretti, rappresentati da partiti e associazioni; il suo fine era il compromesso, ulteriormente ampliabile, rivedibile, ritirabile o sostituibile, che riconosceva e manteneva intatto sempre un pluralismo di interessi articolati essenzialmente sull’asse di capitale e lavoro, ma anche e per questo in modi molto diversi, sul rapporto tra conservazione e progresso […]
Nell’immagine, invece, che la democrazia come sistema di valori della societa’ civile produce di se’, i rapporti di potere politico-economico propri del capitalismo trovano sostituzione ora nel controllo tecnocratico, ora in un’economia di mercato lasciata libera al suo corso.
La democrazia cosi’ intesa richiede un’elite depositaria di significati che interpretino in termini normativi i valori vincolanti del sistema; essa non e’ popolare, ma elitaria e meritocratica; i suoi “valori” sono stabiliti da esperti in diritto per via deliberativa, e non da cittadini in lotta tra loro; essi sono costituzionali, sottratti cioe’ ai processi maggioritari, cosi’ da proteggerli dal cattivo uso che gli elettori potrebbero fare della democrazia, venendo a decisioni improvvide; gli interessi sono regolati dal diritto e come tali soggetti alla giustizia; la politica da attivita’ di lotta si fa discorso, non piu’ popolare ma elitario, e l’interpretazione giuridica dei dotti sostituisce la prova di forza politica.
Anziche’ rappresentati dalla democrazia, i cittadini sono ora educati a essa, da altri, loro pari, che chiariscono cosa essa sia; quel che si prospetta al termine di ogni “discorso”, se tutto va bene, e’ un accordo privo di vincoli e autorita’ che si lascia alle spalle il compromesso conquistato con la forza, ritenuto come superato nel processo di civilizzazione […]
L’involuzione della socialdemocrazia perseguita dalla nuova classe media nella democrazia liberale intacca in due modi questa premessa che e’ alla base di una critica alla societa’ organizzata in classi e strati. Il primo e’ negando alla sua “democrazia” – ossia alla maggioranza dei cittadini che la compongono – la capacita’ di far fronte in modo competente a “problemi complessi”, pretendendo cosi’ di sottrarre loro l’onere delle decisioni per affidarlo a un’espertocrazia colta e superiore e come tale certificata nel circolo dei piu’ dotti. Il secondo e’ impegnandosi a proteggere i valori morali della “democrazia”, ora costituzionalizzati, dalla potenziale maggioranza di cittadini il cui senso morale sia da essi giudicato immaturo e come tale da condannare.
Il dibattito sulla natura e portata della democrazia si trasforma cosi’ in una lotta culturale condotta da “democratici” contro “populisti”, che mira all’esclusione intellettuale e morale di questi ultimi. Il risentimento di fronte a un tentativo di screditare la cittadinanza, per un’incompetenza pratica o morale, rappresenta probabilmente una delle ragioni per cui i contromovimenti “populisti” da destra attraggono non solo una classe operaia materialmente in discesa, ma anche una piccola borghesia economicamente piu’ o meno agiata, che nella critica alla democrazia del nuovo centro borghese intellettuale trova negata la propria richiesta a un uguale riconoscimento di competenza e dignita’ civica.

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Societa’/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


 L’evidenza empirica dimostra come la crescente densificazione delle relazioni tra societa’ – la loro crescente interdipendenza “globale” – inneschi non tanto un desiderio di integrazione tra stati, ma al contrario una maggior insistenza sulla differenziazione, tanto tra stati come all’interno di essi e all’interno di organizzazioni internazionali.
Localismo e regionalismo, separatismo e nazionalismo hanno oggi origini comuni: si tratta in entrambi i casi di preservare e ripristinare la capacita’ di azione collettiva di comunita’ identificabili, mediante la decentralizzazione dei meccanismi deliberativi e dei poteri di governo; un moto di resistenza a una trasformazione neoliberale del mondo, in senso economico e culturale, elevata a destino, e un rifiuto di quell’imperativo rivolto alle societa’ a adeguarsi al processo di integrazione e centralizzazione delle loro economie nazionali ora protese verso il mondo.
Quanto piu’ i processi di unificazione globale mettono a rischio la pluralita’ delle forme di vita umana esistenti, tanto piu’ strenua sara’ la sua difesa; anziche’ divenire sempre piu’ integrati e centrali, i sistemi statuali si fanno ogni giorno piu’ piccoli e plurali.
A nessuna latitudine si vedono progressi verso una centralizzazione degli stati e dei loro sistemi, che sia mediante uno spostamento verticale delle competenze verso l’alto o la fusione orizzontale tra singoli stati o substati.
Quel che si osserva piuttosto sono movimenti in direzione di un’ulteriore autonomia e diversificazione.

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Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


 Con l’avanzare del modello di crescita neoliberale ebbe inizio, parallelamente, anche una lenta erosione del modello standard di democrazia stabilito nel dopoguerra.
A partire dalla fine degli anni settanta, la partecipazione della popolazione a elezioni di qualunque tipo diminui’ in modo considerevole e costante in tutte le democrazie a economia capitalista, soprattutto nelle fasce piu’ basse di distribuzione del reddito e di opportunita’, tra coloro cioe’ che piu’ di tutti, di fatto, dipendono da politiche redistributive di tutela. Tutti i partiti, al contempo, senza distinzione quanto al loro orientamento istituzionale, hanno conosciuto un crollo dei propri iscritti. Lo stesso dicasi per i sindacati, che dalla fine degli anni ottanta solo raramente hanno potuto avvalersi del diritto di sciopero con qualche prospettiva di successo.
Quanto al sistema dei partiti, […] i partiti di centro, tradizionali sostenitori dello stato, hanno via via abbandonato la comunita’ dei propri elettori per ritirarsi negli apparati di quest’ultimo […]
Come gia’ i sindacati, che per preservare il posto di lavoro dei propri iscritti dovettero quantomeno moderare le richieste di cui erano portatori, anche i partiti, se volevano governare stati ormai inseriti in un mercato mondiale, si videro costretti a non poter piu’ dare ascolto alla propria base, sacrificando […], la “capacità di risposta” (responsiveness) in nome della “responsabilità” (responsibility)[…]
Con l’adesione al fronte unitario della globalizzazione, centro-destra e centro-sinistra hanno perduto entrambi la propria identita’ politica, per quanto definita solo in modo vago.
Nel processo di adattamento al mercato mondiale, la politica democratica del dopoguerra e’ passata dall’essere un progetto a lungo termine per il perseguimento di modelli ideali di societa’ differenti – in modo particolare, di uno gerarchico-paternalista, da un lato, e uno egualitario e non classista, dall’altro – a un insieme di reazioni pragmatiche a breve termine, a fronte di condizioni contestuali e di mercato in costante e imprevedibile mutamento.
Come mai prima, la politica si e’ svuotata di ideologia e, in senso stretto, di prospettive, divenendo indistinguibile nelle sue versioni. La democrazia ha cosi’ potuto compiere il passaggio a una postdemocrazia: da un lato, forma d’intrattenimento che riduce gli elettori a spettatori, dall’altro, mostra di reazioni sconnesse ed estemporanee a eventi inattesi, coordinata da spin doctor ed esperti di comunicazione.
Anche il comportamento elettorale, di conseguenza, e’ cambiato, per gli strateghi della politica come per gli elettori, non piu’ orientati a un ideale sociale collettivo, a un futuro comune cui tendere, ma guidati da reazioni istintive, svincolate da posizioni e ideologie di classe e prive di alcuna tensione a un obiettivo.
La fluttuazione dell’elettorato da un partito all’altro e’ cresciuta allora in maniera esponenziale e i vecchi partiti del modello standard si sono ritrovati con una base sempre meno stabile e duratura di sostenitori su cui poter contare.

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Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


In molti ormai hanno spiegato come il modello standard di capitalismo democratico sia andato erodendosi con l’avvento della globalizzazione.
Con la scomparsa del comunismo sovietico, il neoliberismo ha conosciuto una sorprendente ripresa per circa due decenni: Hayek, a lungo deriso e trattato alla stregua di un fanatico, aveva trionfato su pianificatori del mondo come Lenin e Keynes. Gli esperimenti filosofici di Hayek […] entrarono con tale profondita’ nel pensiero di economisti, istituzioni internazionali e non solo, che anche governi nazionali e partiti cominciarono a nutrire nei propri confronti la medesima diffidenza che la teoria della “scelta pubblica” portava loro.
Il neoliberismo divenne cosi’ la dottrina politico-economica dominante del capitalismo moderno, almeno fino alla sua completa demistificazione con la Grande recessione, utopia di un’economia capitalista globale autoregolata e di politiche nazionali ridotte all’amministrazione di liberi mercati, all’imposizione di un adeguamento flessibile a essi o, eventualmente, alla mera tutela folcloristica di tradizioni culturali e politiche locali.
Con l’avanzare del modello di crescita neoliberale ebbe inizio, parallelamente, anche una lenta erosione del modello standard di democrazia stabilito nel dopoguerra.
A partire dalla fine degli anni settanta, la partecipazione della popolazione a elezioni di qualunque tipo diminui’ in modo considerevole e costante in tutte le democrazie a economia capitalista, soprattutto nelle fasce piu’ basse di distribuzione del reddito e di opportunita’, tra coloro cioe’ che piu’ di tutti, di fatto, dipendono da politiche redistributive di tutela.
Tutti i partiti, al contempo, senza distinzione quanto al loro orientamento istituzionale, hanno conosciuto un crollo dei propri iscritti. Lo stesso dicasi per i sindacati,che dalla fine degli anni ottanta solo raramente hanno potuto avvalersi del diritto di sciopero con qualche prospettiva di successo.

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Economia di mercato/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


L’industria della carne suina in Germania offre un buon esempio dei diversi modi in cui l’esperienza del virus sta incidendo sui flussi commerciali internazionali, accorciandoli o perlomeno riorientandoli.
La Germania e’ il terzo paese al mondo nella produzione di carne suina. Qui vengono allevati regolarmente circa 25,5 milioni di suini, uno per ogni tre abitanti; ogni anno, 55 milioni di suini grosso modo trovano la morte nei macelli tedeschi.
Nel primo semestre del 2020 furono prodotti circa 2,6 milioni di tonnellate di carne di maiale, di cui un quarto esportato in Cina, pari quasi al doppio rispetto al normale, a causa di un’epidemia suina nel paese destinatario. Nel complesso, sui quasi 5 milioni di tonnellate prodotti annualmente, 2,4 sono esportazioni.
I primi mesi della pandemia nel 2020, quando in uno dei principali stabilimenti produttori di carne suina in Germania parte del personale contrasse il virus, illustrano bene in che modo l’industria tedesca realizzi i propri record di produzione ed esportazione in un’economia mondiale globalizzata.
Per la stragrande maggioranza si trattava di lavoratori a basso costo dell’Europa dell’Est, assunti con stipendi da fame come falsi autonomi da altrettanto false e autonome societa’ subappaltatrici, e piu’ o meno obbligatoriamente alloggiati in gran numero in angusti alloggi appartenenti ai loro datori di lavoro, in cambio di affitti piuttosto esosi; questo e le miserevoli condizioni di lavoro nel macello in cui erano impiegati furono indicati come fattori responsabili del contagio di massa.
Le condizioni scandalose del settore erano note da anni e avevano destato regolarmente l’interesse dell’opinione pubblica, senza pero’ alcun risultato, forse anche per il carattere inviolabile di cui il surplus di esportazioni gode in Germania.
L’elevato rischio di contagio che i lavoratori colpiti rappresentavano anche per la popolazione locale cambio’ le cose.
Al contempo, le notizie inerenti all’industria della carne e al suo modello di profitto richiamarono l’attenzione pubblica su alcuni degli aspetti piu’ mostruosi dell’economia globalizzata. Ci si comincio’ a chiedere, con maggior o minor insistenza, per quale motivo la produzione di carne destinata a un paese perlopiu’ ancora agricolo come la Cina dovesse aver luogo in un altro, densamente popolato, ad alto livello di industrializzazione e con salari piu’ elevati quale e’ appunto la Germania, a costi pero’ competitivi sul mercato mondiale, cioe’ spietatamente depressi, in condizioni disumane e al prezzo non solo di notevoli problemi ambientali – come lo smaltimento del letame –, ma anche degli orrori dell’allevamento in fabbrica, quale dazio per la maggior competitivita’ dell’industria tedesca delle esportazioni.
Tutto questo in netto contrasto con la tendenza di consumatori piu’ consapevoli e la loro preferenza per alimenti “a chilometro zero”. Il Coronavirus, a quanto almeno lascia sperare, potrebbe forse rafforzare questa tendenza, anch’essa nell’ordine di un accorciamento delle filiere.

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Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


Deglobalization. Ideas for a New World Economy (Bello 2002). In esso Bello colloca la critica alla globalizzazione nel quadro di un’analisi generale della crisi del capitalismo statale nel dopoguerra e della sua trasformazione neoliberale.
La sua analisi presta particolare attenzione alla governance globale e alle sue istituzioni, tra cui soprattutto la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio, organismi che egli descrive come orientati agli interessi e alle esigenze statunitensi e del grande capitale americano e che nei primi anni 2000 sono stati da più parti oggetto di critiche internazionali provenienti dal basso, soprattutto dal Sud globale.
L’ordine economico mondiale da essi amministrato e “vincolato a regole”, come viene definito, e’ secondo Bello in realta’ uno strumento utile alla subordinazione della sovranita’ nazionale e con essa della politica democratica a un insieme unitario di norme che pretendono di avere validita’ universale; norme apparentemente uguali per tutti – grandi e piccoli, ricchi e poveri, Nord e Sud –, ma che sono scritte e applicate da nazioni del Nord ricco del mondo, tra tutte gli Stati Uniti, con un ruolo dominante nelle organizzazioni internazionali.
Nata alla fine del XX secolo, la globalizzazione altro non sarebbe, secondo Bello, che un progetto a sostegno delle grandi imprese occidentali; a esse la governance globale offrirebbe un accesso remunerativo a paesi alla periferia del mondo capitalista che sperano nel proprio “sviluppo”.
Tra gli esempi che Bello menziona vi e’ il trattamento riservato dal Fondo monetario internazionale ai paesi con un debito elevato e i programmi di aggiustamento strutturale loro imposti, cui puntualmente corrisponde un’apertura di essi agli investimenti dell’Occidente a condizioni di mercato, ossia occidentali.
Nell’ultima parte del libro, Bello affronta una serie di proposte di riforma circolanti all’epoca per la modifica delle organizzazioni internazionali trainanti nel processo di globalizzazione.
Pioniere di un’ampia corrente critica antiglobalista sempre piu’ radicale, Bello giunge alla conclusione che l’unico vero obiettivo di una tale resistenza non possa che essere l’abolizione di queste organizzazioni. Nel farlo, egli prende in esame anche Rodrik. Secondo l’autore, Rodrik sosterrebbe la necessita’ di un ritorno “al modello originale di Bretton Woods ideato da Keynes […] in cui le ‘regole lasciavano spazio sufficiente

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Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia. L’economia politica del tardo neoliberalismo – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)

Nell’autunno del 2020, la stampa economica e il dibattito pubblico erano unanimi nel ritenere che l’esperienza della pandemia avrebbe consolidato e accelerato una tendenza gia’ in atto, ossia l’accorciamento delle catene internazionali di approvvigionamento, di accumulazione del capitale e del valore aggiunto posto in essere dalla globalizzazione all’apice del suo sviluppo.
Interruzioni reali o temute dei flussi globali di materie prime, anche e soprattutto nel campo dei semilavorati, misero in luce la vulnerabilita’ dell’economia e della societa’ che i rapporti reciproci di dipendenza globale producevano e che imprese e consumatori domandavano agli stati, tra gli altri, di risolvere […]
A porsi nel modo piu’ evidente e immediato su tutti fu il problema della filiera dei farmaci, la loro eccessiva lunghezza e la gestione in mano al mercato, non governata dalla politica. Cio’ che si scopri’ e’ che, persino nel caso di produzioni nei ricchi paesi di consumo, la fabbricazione di farmaci in un’economia iperglobalizzata dipendeva spesso da prodotti intermedi provenienti soprattutto da paesi asiatici, dalla Cina perlopiu’, ma anche dall’India. Quando, dopo l’inizio della pandemia, questi paesi interruppero le forniture, per volonta’ o impossibilita’, alcuni farmaci antidolorifici come il paracetamolo cominciarono a scarseggiare negli Stati Uniti e in Europa.
Posta alla merce’ delle forze di mercato, la distribuzione farmaceutica passo’ da infrastruttura sociale qual’ era a settore di produzione commerciale […]
Problemi analoghi sorsero anche in altri settori, scatenando discussioni tanto sotto il profilo dell’approvvigionamento che della sicurezza nazionale, tutte sotto il titolo della sempre piu’ frequente parola d’ordine e formula magica dell’anno: resilienza.
Quello della resilienza divenne l’obiettivo di un’ampia gamma di interventi – horribile dictu – di protezione dal libero commercio mondiale, da parte di aziende, governi o entrambi. Le previsioni indicano, per esempio, come si e’ visto, che l’uso della tecnologia robotica (l’“industria 4.0”) portera’ sempre piu’ a un rientro della produzione industriale nei paesi di provenienza – a un reshoring (“rilocalizzazione”) in luogo dell’offshoring (“delocalizzazione”) – con una conseguente reindustrializzazione del Nord globale.

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