Economia di mercato/Acemoglu

Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperita’ – Daron Acemoglu, Simon Johnson – il Saggiatore (2023)


[Friedman] sosteneva che la «responsabilita’ sociale» delle imprese era interpretata erroneamente: le aziende dovevano preoccuparsi soltanto di realizzare profitti e generare alti rendimenti per i loro azionisti.
In parole semplici: «La responsabilita’ sociale di un’impresa e’ aumentare i profitti».
Friedman articolava un’idea che era gia’ nell’aria. Nei decenni precedenti erano state formulate aspre critiche nei confronti della regolamentazione statale e da piu’ parti si erano levate voci in favore dei meccanismi di mercato. Ciononostante, la sua dottrina ebbe un impatto dirompente. Tutto d’un colpo, cristallizzo’ una nuova visione, secondo la quale le grandi imprese che facevano soldi erano gli eroi, non i cattivi della situazione […]
La dottrina Friedman ottenne sostegno anche da una diversa angolatura. Un altro economista, Michael Jensen, sosteneva che i manager delle aziende quotate in borsa non si preoccupavano a sufficienza dei loro azionisti, preferendo dedicarsi a progetti che magnificavano le loro doti o a costruire imperi inefficienti.
Secondo Jensen, i manager dovevano essere sottoposti a un controllo piu’ severo, ma dato che era difficile, la soluzione piu’ naturale era vincolare la loro retribuzione al valore che creavano per gli azionisti. Cio’ significava premiare i dirigenti con generose gratifiche e stock options, in modo che si focalizzassero sull’obiettivo di far salire il prezzo delle azioni della societa’.
La dottrina Friedman e la modifica introdotta da Jensen diedero inizio alla rivoluzione del «valore per gli azionisti»: le grandi aziende e i loro manager dovevano impegnarsi ad aumentare al massimo il valore di mercato.

Info:
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-11-A/2024_10_20-Domenica_Sole24Ore-Acemoglu-1.pdf
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-11-A/2024_10_15-Foglio-Acemoglu-1.pdf
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-01-C/2024_01_14-manifesto-Acemoglu-1.pdf

https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2023/2023-09-D/2023_09_20-Avvenire-Acemoglu.pdf

Capitalismo/Mattei

L’economia è politica – Clara E. Mattei – Fuori- scena (2023)

L’ordine del capitale puo’ essere rappresentato attraverso una semplice formula.
Il denaro (D) e’ investito per produrre merci (M) allo scopo di ottenere maggiore denaro (D’). DMD’ e’ la formula che descrive il funzionamento della nostra economia orientata all’aumento costante dei profitti.
La classe dei capitalisti ha un unico obiettivo che persegue senza sosta, cioe’ l’espansione costante della ricchezza […]
Il fine dell’investimento di capitale (anche detto accumulazione di capitale) non e’ qualitativo (l’uso del prodotto) ma quantitativo (fare piu’ soldi di quelli con cui hai iniziato). Secondo questa logica, il denaro diventa il fine.
Un fine che non ha limiti fisici e la cui accumulazione e’ potenzialmente infinita. Una volta che ho consumato un piatto di pasta, posso volerne un secondo e magari anche un terzo, dipende dalla fame che ho, ma certamente non ne vorro’ dieci.
Cio’ non vale per il capitale, che puo’ essere costantemente investito per ottenere ulteriore capitale. Entra allora in scena un’altra domanda alla quale dobbiamo rispondere:come si ottiene questo maggiore denaro da re-in- vestire? […]
Da dove vengono allora questi profitti? Nel rispondere a questa domanda capiamo perche’ la ricchezza capitalistica sia inscindibile dalla produzione di disuguaglianza e di alienazione umana […]
Tutto il lavoro salariato, anche quello meglio remunerato, sebbene cio’ possa sembrare controintuitivo, e’ per definizione lavoro sfruttato per il fatto che come lavoratori produciamo piu’ valore di quello che riceviamo in busta paga.
«Sfrutta- mento» e’ il termine tecnico che fotografa l’essenza stessa della relazione salariale. Il messaggio politico conseguente a questa constatazione e’ forte e chiaro: per liberarsi dello sfruttamento non basta aumentare i salari e ottenere migliori condizioni di lavoro.

Info:
https://www.pde.it/un-libro-al-giorno/leconomia-e-politica-clara-mattei-fuoriscena/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/11/15/davvero-le-scelte-economiche-sono-neutrali-e-inevitabili-no-e-un-luogo-comune-il-libro-di-clara-mattei-spiega-che-in-realta-e-tutta-politica/7354313/
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/11/13/leconomia-e-politica-parole-antiche-per-conflitti-del-futuro/7351420/
https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/28826-francesco-tucci-ripoliticizzare-l-economia.html

Lavoro/Acemoglu

Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperita’ – Daron Acemoglu, Simon Johnson – il Saggiatore (2023)


La posizione di mercato, le dimensioni o le competenze tecnologiche spesso consentono a una grande azienda moderna, oggi, di realizzare profitti considerevoli […]
Gli economisti definiscono questi megaprofitti «rendite economiche» (o semplicemente «rendite»), per sottolineare che vanno ben oltre il normale rendimento prevalente del capitale che gli azionisti si aspettano, considerando i rischi impliciti in un investimento di questo genere.
Quando le rendite economiche entrano nell’equazione, i salari non sono determinati semplicemente da forze di mercato esterne, ma anche dalle potenzialita’ di «condivisione della rendita», vale a dire dalla loro capacita’ di negoziare una parte di questi profitti […]
I datori di lavoro possono scegliere di condividere le rendite anche per guadagnarsi le simpatie dei dipendenti e motivarli a lavorare con piu’ impegno, oppure perche’ le norme sociali prevalenti li convincono a farlo […]
Questi esiti dipendono da scelte economiche, sociali e politiche. Le nuove tecniche e le nuove macchine non sono doni che calano dal cielo indisturbati: possono essere incentrate sull’automazione e sulla sorveglianza per ridurre il costo del lavoro, oppure possono creare nuove mansioni e dare piu’ potere ai lavoratori.
Piu’ in generale, possono generare prosperita’ condivisa oppure una disuguaglianza inarrestabile, a seconda di come vengono usate e di dove viene indirizzato lo sforzo innovativo.
In teoria, dovrebbe essere la societa’ nel suo insieme a prendere queste decisioni. Nella pratica, sono prese da imprenditori, manager, visionari e a volte leader politici, e determinano chi ci guadagnera’ e chi ci rimettera’ con il progresso tecnologico.

Info:
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-11-A/2024_10_20-Domenica_Sole24Ore-Acemoglu-1.pdf
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-11-A/2024_10_15-Foglio-Acemoglu-1.pdf
https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2024/2024-01-C/2024_01_14-manifesto-Acemoglu-1.pdf

https://www.ilsaggiatore.com/storage/app/media/rassegne/2023/2023-09-D/2023_09_20-Avvenire-Acemoglu.pdf

Capitalismo/Rodhes

Capitalismo Woke. Come la moralita’ aziendale minaccia la democrazia – Carl Rodhes – Fazi (2023)

Mentre le imprese woke sono state messe alla gogna in quanto deboli, opportuniste e ipocrite, a oggi gran parte del pubblico dibattito sul “capitalismo woke” e’ stato dominato dalla critica secondo cui esso danneggerebbe il capitalismo stesso.
A detta dei suoi detrattori, infatti, poiche’ distratto da cause che non favoriscono la funzione propria delle imprese di massimizzare i profitti per gli azionisti, il capitalismo woke costituirebbe una minaccia per la prosperita’ e la crescita economica.
Secondo questi detrattori di ala conservatrice, inoltre, le aziende sono sempre piu’ attratte da questioni sociali politicamente corrette in un modo che va ben al di la’ del semplice woke washing. Il loro timore e’ che i dirigenti prendano sul serio il proprio impegno nei confronti del wokismo. Ancora peggio, questa serieta’ potrebbe indurli a perseguire cause woke a scapito di quello che dovrebbe essere il vero scopo del loro agire.
Le politiche progressiste e l’economia conservatrice sono semplicemente incompatibili e, per il bene del capitalismo, non dovrebbero essere mischiate […]
Accogliendo questa contrapposizione tra chi e’ woke e chi e’ conservatore, ci rimane ben poco spazio di manovra se vogliamo, invece, mantenere l’impegno per una politica democratica progressista e, contemporaneamente, contestare l’ingiustizia di un sistema capitalistico d’impresa che sembra non porre freno alla creazione di disuguaglianze a proprio vantaggio.
E se invece l’adozione del wokismo da parte delle imprese producesse effetti esattamente opposti a quelli condannati dai critici conservatori?
Anziche’ essere la campana a morto del capitalismo, il fatto che le imprese diventino woke non potrebbe essere piuttosto il mezzo con cui estendere il potere e la portata del capitalismo in modi estremamente problematici? […]
Se seguiamo questa linea di pensiero, i problemi per la democrazia sorgono nel momento in cui il peso considerevole delle risorse aziendali viene mobilitato per capitalizzare la moralita’ pubblica. Quando la nostra stessa moralita’ viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’e’ sempre all’opera l’interesse privato delle imprese. Ecco quindi che il dibattito civico e il dissenso democratico vengono sostituiti dalle campagne di marketing e di pubbliche relazioni che, con scaltro autocompiacimento, si ammantano del palese moralismo di scelte politiche farisaiche e spesso facili.

Info:
https://www.micromega.net/capitalismo-woke/
https://maremosso.lafeltrinelli.it/interviste/capitalismo-woke-libro-carl-rhodes

https://www.centromachiavelli.com/2023/12/23/capitalismo-woke-recensione/
https://www.lafionda.org/2023/11/24/capitalismo-woke/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/12/26/capitalismo-woke-guardiamoci-bene-dalle-cause-che-trasformano-la-moralita-in-profitto/7391473/https://www.corriere.it/economia/opinioni/23_febbraio_27/risveglio-capitalismo-filosofia-woke-che-addormenta-utili-521a9a10-b698-11ed-9695-a3af2d07bb2a.shtml
https://www.corriere.it/economia/opinioni/23_febbraio_27/risveglio-capitalismo-filosofia-woke-che-addormenta-utili-521a9a10-b698-11ed-9695-a3af2d07bb2a.shtml

Stato/Chomsky

Un altro futuro è possibile – Noam Chomsky, C.J. Polychroniou – Ponte alle Grazie (2025)


Una conseguenza delle politiche socioeconomiche neoliberiste e’ il collasso dell’ordine sociale, che crea un terreno fertile per l’estremismo, la violenza, l’odio, la ricerca di capri espiatori e per figure autoritarie che possono atteggiarsi a salvatori.
Ci dirigiamo verso una forma di neofascismo.
L’Encyclopædia Britannica definisce il neoliberismo «un’ideologia e un modello politico che enfatizzano il valore della concorrenza del libero mercato» con «un intervento statale minimo».
Questa e’ l’immagine convenzionale. La realta’ e’ differente.
L’attuale modello politico ha fatto in modo che i padroni dell’economia, che dominano anche lo Stato, possano inseguire il profitto e il potere con pochissimi vincoli. In breve, una guerra di classe senza restrizioni di sorta.
Una componente di quel modello e’ stata una forma di globalizzazione che unisce a un protezionismo estremo per i padroni la ricerca di manodopera a bassissimo costo e condizioni di lavoro peggiori in modo da massimizzare il profitto, lasciando arrugginire in patria le varie «rust belts». Sono scelte politiche, non necessita’ economiche […]
Una conseguenza correlata al «neoliberismo reale» e’ stata la rapida finanziarizzazione dell’economia, che consente imbrogli senza rischi finalizzati al profitto immediato – senza rischi perche’ il potente Stato che interviene pesantemente nel mercato per garantire protezioni negli accordi commerciali fa lo stesso per salvare i padroni se qualcosa va storto.

Info:
https://www.carocci.it/wp-content/uploads/2024/10/12-04-2025-10-lanotizia.pdf?srsltid=AfmBOoq8IYMCOrvVnlDHmAvNSzrOQuX4KTjC-56DkO_bsmUMJ3RfjrzU
https://www.anapia.it/2025/04/30/un-altro-futuro-e-possibile/

https://mowmag.com/culture/come-si-combatte-il-neofascismo-abbiamo-letto-un-altro-futuro-e-possibile-di-noam-chomsky-l-intellettuale-piu-citato-al-mondo-per-capirlo-dalla-crisi-climatica-alla-guerra-nucleare-e-sull-intelligenza-artificiale

Societa’/Brown

Il disfacimento del demos – Wendy Brown – Luiss University Press (2023)

Non e’ una novita’ che le universita’ europee e nordamericane siano state radicalmente trasformate e rivalutate negli ultimi decenni.
L’aumento delle rette, il calo dei sostegni statali, l’ascesa dell’istruzione a scopo di lucro e di quella online, la riformulazione delle universita’ attraverso le “migliori pratiche” delle corporation e la cultura aziendale delle “competenze” che prendono il posto delle “certificazioni” hanno presentato quella che soltanto trent’anni fa era una torre d’avorio come anacronistica, costosa e indulgente.
Mentre la Gran Bretagna ha semi-privatizzato gran parte delle istituzioni pubbliche e vincolato i resti dei fondi statali a una serie di parametri di produttivita’ accademica che misurano la conoscenza in base all’“impatto”, negli Stati Uniti l’icona della trasformazione e’ un po’ diversa: la proliferazione di sistemi di classificazione piu’ informali, simili al crowdsourcing.
I parametri usati in precedenza per misurare la qualita’ dei college (in se’ e per se’ contestabili in quanto fortemente legati al calibro e alla quantita’ delle domande, oltre che alle sovvenzioni) vengono rapidamente soppiantati da una serie di nuove classificazioni basate sul rapporto qualita’-prezzo […]
Il mutamento culturale e’ evidente: a rimpiazzare i parametri che misurano la qualita’ didattica sono strumenti completamente volti a un ritorno sull’investimento (return on investment, ROI) e incentrati sul tipo di collocazione lavorativa e di aumento di reddito che gli studenti-investitori possono aspettarsi da un determinato istituto.
La questione non e’ immorale, ma ovviamente riduce il valore dell’istruzione superiore al rischio e al guadagno economico individuale, cancellando aspetti antiquati come lo sviluppo della persona e del cittadino o forse restringendo questo sviluppo alla capacita’ di ottenere un vantaggio economico […]
I nuovi parametri, in poche parole, indicano e allo stesso tempo determinano una rivoluzione dell’istruzione superiore.
Un tempo quest’ultima si occupava dello sviluppo di elite intelligenti e riflessive e della diffusione della cultura, e piu’ di recente ha incarnato un principio di pari opportunita’ e coltivato l’istruzione generale della cittadinanza.
Adesso l’istruzione superiore produce capitale.

Info:
https://www.equilibrielmas.it/2023/11/29/wendy-brown-il-disfacimento-del-demos-la-rivoluzione-silenziosa-del-neoliberismo-luiss-university-press-roma-2023/
https://www.dinamopress.it/news/wendy-brown-lo-svuotamento-silenzioso-della-democrazia/
https://www.ilmanifestoinrete.it/2023/07/01/per-farla-finita-con-lhomo-oeconomicus/
https://www.sinistrainrete.info/politica/27901-pierluigi-fagan-democrazia-o-barbarie.html
https://pierluigifagan.com/2024/04/16/democrazia-o-barbarie/

Economia di mercato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


A rendere inefficace la tassazione delle societa’ sono soprattutto l’erosione della base imponibile mediante il trasferimento dei profitti e la concorrenza fiscale.
Per erosione dell’imponibile e trasferimento dei profitti s’intende la possibilita’ di dichiarare i profitti in giurisdizioni che applicano aliquote piu’ basse.
I principali strumenti che le corporation hanno a disposizione a questo scopo sono: il trasferimento della proprieta’ intellettuale nei paradisi fiscali; la deducibilita’ del debito per abbassare i profitti dichiarati nelle giurisdizioni ad alta tassazione; infine, la manipolazione dei prezzi dei trasferimenti infragruppo allo scopo di spostare i profitti nelle giurisdizioni a bassa tassazione.
Il trasferimento dei profitti nelle giurisdizioni con una pressione fiscale bassa si presta particolarmente bene alle esigenze delle aziende digitali, dato che e’ difficile stabilire con certezza dove operano.
Ma se ne servono ampiamente anche le aziende del settore delle scienze della vita, le cui attivita’ consistono soprattutto di proprieta’ intellettuale.
A tutto cio’ bisogna aggiungere la corsa al ribasso delle aliquote sui redditi societari alimentata dalla concorrenza fiscale tra le diverse giurisdizioni.
Ne e’ un esempio l’abbattimento dell’imposta sulle societa’ negli Stati Uniti deciso dall’amministrazione Trump […]
Nel 2015, per esempio, circa meta’ dei profitti esteri delle multinazionali americane non petrolifere risultava in paesi con aliquote effettive del 27 per cento, mentre la meta’ restante veniva dichiarata in paradisi fiscali con aliquote effettive del 7 per cento.
La possibilità di trasferire i profitti praticamente ovunque per sottrarli al fisco e’ persino piu’ dannosa della semplice estrazione di rendita, perche’ determina effetti distorsivi sulla concorrenza. Infatti, le piccole imprese nazionali che le loro tasse le pagano sono molto svantaggiate rispetto alle grandi corporation che invece giocano sporco […]
Un altro esempio (seppure con conseguenze piu’ limitate) e’ l’esenzione del carried interest dall’imposta sul reddito. Il carried interest e’ quella particolare modalita’ di remunerazione, sottoforma di commissioni di incentivo, percepita dai manager (o general partners) di fondi di private equity e di fondi comuni speculativi (hedge funds). Le norme fiscali in vigore prevedono che queste remunerazioni vengano tassate come plusvalenze, e non come reddito. Cosi’, ad alcune delle persone meglio pagate al mondo si accordano aliquote fiscali su misura (e molto piu’ leggere). Perche’ e’ palese che il carried interest non e’ una plusvalenza. Piuttosto, e’ un reddito incerto, come puo’ esserlo quello di uno scrittore. Se fosse una plusvalenza, allora dovrebbe esserci la possibilita’ di incorrere in una perdita di capitale, mentre in effetti il carried interest non comporta perdite, tutt’al piu’ nella peggiore delle ipotesi si riduce a zero. Quindi e’ un reddito, e come tale andrebbe tassato.

Info:
https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/08/05/news/il-mondo-di-oggi-si-e-rotto-a-margine-del-libro-di-martin-wolf-6818502/
https://www.ilmonocolo.com/post/la-crisi-del-capitalismo-democratico

https://www.editorialedomani.it/economia/libro-martin-wolf-bh9jht73

Societa’/Stiglitz

La strada per la libertà. L’economia e la societa’ giusta – Joseph E. Stiglitz – Einaudi (2024)


Il pensiero che le persone possano essere acquistate e vendute o date a noleggio come una proprieta’ qualsiasi e’ intollerabile.
Eppure, quando giunse il momento di porre fine alla schiavitu’ nella maggior parte dei Paesi, erano gli schiavisti a essere indennizzati per la perdita dei diritti di proprieta’, non le persone in precedenza ridotte in schiavitu’.
Il fatto che qualcuno volesse indennizzare le persone che avevano sottratto il frutto del lavoro altrui, per non parlare della loro liberta’, rafforza la conclusione che la proprieta’ e’ un costrutto sociale […]
Possedere il brevetto di un medicinale salvavita mi da’ o mi dovrebbe dare il diritto di farlo pagare quanto voglio?
Gli Stati Uniti e l’Europa danno risposte differenti. Negli Stati Uniti, se il mio potere monopolistico e’ acquisito in maniera legittima, posso imporre qualsiasi prezzo io desideri. In Europa, gli abusi di posizione dominante non sono consentiti.
E’ un’altra dimostrazione del fatto che i mercati vengono definiti dalle regole imposte. In questo caso, credo sia chiaro quale sistema e’ migliore, ma e’ chiaro anche perche’ gli Stati Uniti hanno adottato il proprio.
Non perche’ dia risultati migliori. Ma perche’ in America i potenti, e in particolare le principali case farmaceutiche, hanno maggior peso nel fissare le regole.
Osservando le cose con gli occhi di qualcuno abituato alle norme europee, gli enormi extraprofitti delle case farmaceutiche americane che sfruttano il proprio potere monopolistico non hanno legittimita’ morale […]
Le regole determinano sia il funzionamento dell’economia sia la distribuzione del reddito che ne emerge […]
Ci sono molti possibili insiemi di regole e percio’ ci sono molte possibili distribuzioni di reddito in un mercato concorrenziale. Nessuno dipende dalla legge naturale e neppure dalle leggi naturali del pensiero economico, ma piuttosto dalle leggi create all’interno del nostro ordinamento politico tramite un procedimento politico a cui danno forma persone dotate di potere politico.
E’ questo il punto. Non possiamo scindere l’attuale distribuzione del reddito e della ricchezza dalla distribuzione attuale e storica del potere. Chi ha il potere tipicamente, anche se non sempre, cerca di perpetuarlo. Anche se possono appellarsi a idee di equita’ e giustizia mentre modellano le regole economiche e politiche, i potenti possono naturalmente, involontariamente o attivamente piegare quelle regole a favore dei loro interessi.

Capitalismo/Streeck

Globalismo e democrazia – Wolfgang Streeck – Feltrinelli (2024)


L’obiettivo della rivoluzione neoliberale degli anni settanta era il superamento della crisi di stagnazione del capitalismo, in conseguenza anche delle maggiori richieste di una classe operaia piu’ consapevole di se’, sostenuta nelle sue istanze dalla politica di piena occupazione degli stati.
Il calo dei profitti nei paesi trainanti del capitalismo fu accompagnato da un aumento dell’inflazione e da una crescente domanda di intervento dei sistemi di sicurezza sociale.
L’insieme di tali fattori ha indebolito la disponibilita’ di investimento e deposito dei capitali. Conseguenza di tutto questo fu a sua volta una maggior disoccupazione […]
Il passaggio a una politica economica neoliberista negli anni ottanta rappresento’ un tentativo di rivitalizzazione del capitalismo mediante il disciplinamento della forza lavoro, che in quell’epoca poteva contare sulla tutela di sistemi sociali nazionali.
In vista di tale scopo fu predisposta non solo una ristrutturazione delle politiche sociali, salariali e del mercato del lavoro, ma anche una nuova economia estera di tipo liberale e non piu’ keynesiano.
Con la fine del comunismo negli anni novanta, tale cambiamento fu promosso e portato avanti su un ampio fronte sotto il nome di globalizzazione, come prosecuzione lineare di un lungo, naturale e inarrestabile cammino di progresso dell’umanità verso una societa’ mondiale pacifica e pacificata,unita da un comune sistema di valori universali.

Info:
https://www.fondazionedivittorio.it/lezione-streeck-limiti-potenzialita-della-ue-egemonie-planetarie-popoli-crisi
https://www.doppiozero.com/wolfgang-streeck-neoliberalismo-e-poi

https://www.corriere.it/la-lettura/24_giugno_21/come-sonnambuli-la-guerra-la-lettura-anteprima-nell-app-1af31e72-2fe1-11ef-8a97-996e27b017a2.shtml
https://ilmanifesto.it/uneuropa-svizzera

Economia di mercato/Palermo

l mito del mercato globale. Critica delle teorie neoliberiste – Giulio Palermo – Manifestolibri (2004)

Il valore d’uso di un bene deriva dalle particolari proprieta’ del bene le quali rendono possibili determinati usi del bene stesso.
L’acqua ha un valore d’uso perche’ disseta, la pasta perche’ sfama, il computer perche’ aiuta nella scrittura di un libro. Il valore di scambio (il prezzo) esprime invece un rapporto tra merci: sul mercato 10 litri d’acqua si scambiano con un chilo di pasta e 1000 chili di pasta si scambiano con un computer.
Il valore d’uso e’ ovviamente un presupposto essenziale del valore di scambio: un bene che non abbia alcun valore d’uso non ricevera’ mai una valutazione sul mercato semplicemente perche’ nessuno e’ disposto a cedere alcunche’ in cambio per averlo.
Tuttavia, una volta appurato che i beni che si scambiano sul mercato hanno necessariamente un valore d’uso, l’importanza relativa dei loro diversi usi non e’ sufficiente a determinare i loro valori di scambio […]
Il valore di scambio, non il valore d’uso, e’ il vero motore delle economie di mercato. A parita’ di sforzo nella produzione, se si produce il bene X inluogo del bene Y non e’ perche’ X e’ più importante di Y dal punto di vista degli usi che se ne vogliono fare, ma perche’ esso ha un valore maggiore sul mercato, che permette di ottenere maggiori quantità di altri beni in cambio.
In un sistema pianificato invece la produzione e’ guidata direttamente dalla valutazione che la societa’ esprime in merito agli usi dei diversi beni e servizi.
Il vero problema, allora, e’ quello di garantire che la societa’ possa esprimere la propria valutazione in modo democratico, stabilendo collegialmente le proprie priorita’ e definendo coscientemente dei criteri di razionalita’ economica che vadano a sostituire i criteri di (ir)razionalita’ del mercato sintetizzati nel sistema dei prezzi […]
La cultura del mercato, con la sua pretesa (e in- fondata) neutralita’, e’ oggi l’ostacolo piu’ grande che si incontra quando si tenti di ragionare apertamente sugli altri mondi possibili. Continuamente, anche in molti ambienti critici, riemerge la convinzione che il mercato possa essere cavalcato, governato, indirizzato, e questo non come male minore rispetto al liberismo piu’ spinto, ma come soluzione ai problemi di un mondo in cui ogni cosa si trasforma in merce (da scambiarsi appunto sul mercato).
Quando un oggetto o un aspetto della nostra vita (il lavoro, la salute, l’istruzione, l’ambiente, lo sport, il sesso, l’arte, la cultura, la ricerca scientifica) diventa merce, esso viene assoggettato alle leggi impersonali del mercato e la collettivita’ perde il proprio diritto di determinare i valori guida piu’ opportuni per regolare la sua produzione e la sua distribuzione in base ai bisogni della popolazione, perche’ l’unico valore che conta nel mercato e’ il profitto.