Lavoro/Fagan

Benvenuti nell’era complessa. Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il mondo nuovo in formazione – Pierluigi Fagan – Diarkos (2025)

Si sta formando anche un inedito e generalizzato senso di “mal di lavoro”.
La pandemia non solo ha posto, individualmente, questioni di rilevanza esistenziale profonda, ma ha anche mostrato che si puo’ lavorare, o lavorare meno, o non lavorare, diversamente.
Le 40 milioni di dimissioni nel 2021, e ben 50 milioni l’anno dopo, negli Usa non arrivano a caso. Piu’ in generale, la gig economy, la precarieta’, gli stage infiniti, nonche’ l’ampio livello di retribuzioni letteralmente da fame, hanno creato un diffuso, profondo malessere […] che conferma questa perdita di affezione e attrattivita’ del lavoro come strada per realizzare se stessi, e questo anche al netto delle sempre piu’ problematiche condizioni materiali.
Piu’ in generale, le nostre societa’ sembrano avere perso senso riconoscibile, e quindi senza una nuova cornice di senso comune e’ chiaro che ogni singola azione e impegno umano perde energia, convinzione, motivazione. Da qui anche il severo incremento di disagio psichico generalizzato.
Ma c’e’ anche una questione piu’ politica di astensione volontaria dalla macchina sociale economica basata sul lavoro […]
Bastava osservare il semplice fatto che ai vertici delle piramidi sociali di ogni configurazione storica delle societa’ gerarchiche di ogni luogo e tempo, i privilegiati sono sempre state persone impegnate nell’ozio, nel gioco, nei riti, nella socialita’ elitista, nel chiacchiericcio, nella caccia, nell’ammazzare il tempo cercando qualche divertimento eccitante, tutto tranne che “lavorare” […]
Proprio a partire da quel Cinquecento inglese in cui, tra Enrico VIII ed Elisabetta I, si sfornano le leggi per reprimere il vagabondaggio e i mendicanti che si sottraevano al lavoro coatto, frustati, marchiati a fuoco e nei casi peggiori addirittura giustiziati. Il tutto anticipato dalla regola benedettina del pregare e lavorare, la severa disciplina dei monasteri della classe religiosa serva di Dio per scelta.
Da li’ verra’ fuori la spaventosa dilatazione del lavoro, non piu’ finalizzato ai bisogni primari ma a una nuvola di secondari poi esplosi nel consumo esibitivo, nel consumismo, nell’usa e getta, attraverso pubblicita’, marketing, Hollywood e i modelli insensati di pseudo vita.
Tutto lavoro finalizzato a sostenere la riproduzione del capitale, la distribuzione verso l’alto del reddito sociale, la struttura della societa’ occupata a capo chino in modo da non avere altro orizzonte che produrre, consumare, crepare.
Un’occlusione del tempo disponibile passibile di altri impieghi come ad esempio riflettere, progettare altri modi di stare al mondo, leggere e studiare e magari emanciparsi dalla versione appena meno primitiva della sequenza che inizio’ con la schiavitu’, continuo’ con la servitu’, per finire ora con la condizione salariata obbligata dalle necessita’ di sopravvivenza per chi non ha, mentre chi ha e’ preso da importanti problemi di trigonometria relativi a mazze di ferro e palline bianche da infilare in qualche buco su un campo da golf mentre il proprio trader muove il capitale sui mercati di mezzo mondo.
Il lavoro e’ talmente e profondamente introiettato che gli stessi lavoratori diffidano dal considerare una progressiva riduzione dell’orario di lavoro. Occorre ricordare, quanta violenza fu necessaria per far accettare agli esseri umani l’aborrita fatica.

Info:
https://pierluigifagan.com/2025/01/05/benvenuti-nellera-complessa/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32417-pierluigi-fagan-il-nuovo-ordine-multipolare.html

https://mondointernazionale.org/focus-allegati/recensione-del-libro-benvenuti-nellera-complessa-mappe-e-strumenti-del-pensiero-per-esplorare-il-mondo-nuovo-in-formazione-di-pierluigi-fagan
https://www.odysseo.it/strumenti-per-gestire-insieme-il-futuro/

Lavoro/Feltri

10 rivoluzioni nell’economia reale (che in Italia ci stiamo perdendo) – Stefano Feltri – Utet (2024)

Che ci sia qualcosa di diverso nel rapporto con il lavoro lo percepiamo un po’ tutti: a un certo punto ci siamo trovati circondati di storie di persone che hanno lasciato posizioni ben pagate per seguire qualche passione poco remunerativa o, al contrario, di ragazzi e ragazze che hanno rifiutato condizioni di lavoro degradanti e hanno preferito il rischio della disoccupazione piuttosto che piegarsi a richieste inaccettabili.
Su TikTok ha avuto un breve momento di gloria l’hashtag #lazygirljob: giovani donne della Generazione Z che raccontavano di preferire lavori senza prospettive di carriera ma a basso stress rispetto all’eterna gavetta con prospettive incerte e molte ansie che richiedono i percorsi di carriera di solito piu’ ambiti […]
L’ideale del lazy job non riguarda tanto lo scarso impegno – per il quale sono emersi altri eufemismi tipo quiet quitting, le “dimissioni silenziose” – quanto il limitato investimento emotivo, che puo’ derivare da una valutazione razionale di cosa realisticamente ci si attende dalla parte della vita dedicata al lavoro.
Se la dedizione alla carriera non promette altro che frustrazioni e redditi deludenti, non e’ meglio indirizzare le proprie energie altrove?
Magari su una vita con minori disponibilita’ economiche, ma anche con meno stress e piu’ tempo libero.

Info:
https://www.startmag.it/mondo/feltri-economia/
https://appunti.substack.com/p/dieci-rivoluzioni

https://www.settimananews.it/libri-film/raccontare-il-cambiamento/