Lavoro/Scheidler

La fine della megamacchina. Sulle tracce di una civiltà al collasso – Scheidler Fabian – Castelvecchi (2024)


L’instabilita’ del sistema economico globale e’ a tutti piu’ che evidente dopo la crisi finanziaria del 2008 […]
La causa di questa crescente instabilita’ non risiede, come spesso si crede, nella spregiudicatezza di alcuni banchieri di alto livello, ma nel fatto che l’accumulazione di capitale attraverso il ciclo di produzione, vendita, profitto e reinvestimento ha subito una battuta d’arresto a livello globale.
La ragione piu’ importante e’ che il rollback neoliberale e’ stato molto redditizio per una piccola categoria, ma allo stesso tempo ha indebolito significativamente la domanda attraverso il dumping salariale e la precarizzazione del mondo del lavoro.
Semplicemente, le persone non hanno piu’ i soldi in tasca per acquistare a un prezzo vantaggioso la produzione globale, che nella logica del sistema deve continuare a crescere […]
Il risultato e’ una disoccupazione di massa strutturale che sta peggiorando sempre di piu’ in tutto il mondo, seppur coperta dalla manipolazione delle statistiche governative. Se negli anni Ottanta si parlava di una “societa’ dei due terzi” in cui un terzo era rimasto in modo permanente fuori dal mondo del lavoro, oggi ci stiamo muovendo, a livello globale, verso la “societa’ di un quinto” in cui solo il 20% della popolazione e’ ancora necessario per la produzione.
Nessuno sa quale posto occupera’ il restante 80% e come saranno possibili in queste condizioni la pace sociale e la stabilita’ politica […]
Questa crisi sistemica e’ stata nascosta per decenni da una rapida crescita del debito da parte di tutti i soggetti, imprese, Stati e consumatori. Ma le bolle del debito possiedono la sgradevole proprieta’, a un certo punto, di scoppiare. Nel 2008 gli Stati hanno assorbito il quasi collasso del sistema finanziario globale facendo ricadere su se stessi e sui propri cittadini la maggior parte dei costi della crisi. Ma se saranno in grado di farlo nuovamente e’ alquanto dubbio.

Info:
https://www.goethe.de/ins/it/it/sta/rom/ver.cfm?event_id=26236804
https://www.rivoluzioneanarchica.it/fine-della-megamacchina-un-libro-di-fabian-scheidler/

https://www.officinadeisaperi.it/agora/il-senso-delle-parole/cosi-la-megamacchina-neoliberista-sta-distruggendo-il-nostro-mondo-da-il-fatto/
https://www.ilfattoquotidiano.it/fq-newsletter/fatto-for-future-del-26-marzo-2024/

Capitalismo/Franzini

Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle – Maurizio Franzini, Mario Pianta – Laterza (2016)

Gli anni Settanta sono stati un decennio di grave crisi dell’ordine mondiale del dopoguerra, caratterizzato dalla produzione di massa nelle industrie ‘fordiste’, da conflitti con sindacati e movimenti sociali che contestavano il potere del capitale a tutti i livelli.
Nei paesi avanzati la risposta del capitale e’ stata uno spostamento verso la finanza, che offriva nuove possibilita’ di accumulazione di capitale.
La regolamentazione del settore bancario introdotta dopo la Grande Depressione degli anni Trenta e’ stata progressivamente eliminata, sono stati liberalizzati i movimenti di capitale, rendendo cosi’ impossibili sistemi di controllo dei tassi di cambio, la finanza ha trovato nuovi strumenti e nuovi campi di applicazione – i mercati future, la speculazione sui cambi, i derivati, gli hedge funds, le transazioni sui prodotti alimentari, le materie prime, le emissioni di anidride carbonica e cosi’ via – con un enorme potenziale per la crescita dei valori finanziari e per la speculazione di breve periodo.
Un decennio dopo, nei paesi avanzati la globalizzazione e la rapida diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno trasformato i sistemi di produzione e i flussi d’investimento, riducendo la produzione interna, distruggendo posti di lavoro, minando il potere dei sindacati, abbassando i salari.
Il nuovo potere del capitale sul lavoro ha portato dagli anni Ottanta a oggi a uno spostamento di almeno dieci punti percentuali di Prodotto interno lordo (Pil) dalla quota dei salari a quella del capitale, nei paesi avanzati.

Info:
https://www.circolidossetti.it/le-radici-economiche-della-disuguaglianza-maurizio-franzini/
https://eticaeconomia.it/autore/maurizio-franzini/
https://www.ilperiodista.it/post/disuguaglianze-cause-e-soluzioni-intervista-a-maurizio-franzini
https://sbilanciamoci.info/disuguaglianze-unanteprima-dal-libro-di-m-pianta-e-m-franzini/

Stato/Somma

Abolire il lavoro povero – Alessandro Somma – Laterza (2024)

In letteratura si suole differenziare, nell’ambito delle politiche di workfare, tra Stato sociale attivatore «punitivo» e Stato sociale attivatore «abilitante»: il primo concentrato sull’utilizzo di meccanismi coercitivi volti a spingere i disoccupati nel lavoro, il secondo piu’ attento a fornire gli strumenti con cui attrezzarli a essere appetibili per il mercato del lavoro.
Chi opera una simile distinzione fornisce un giudizio negativo limitatamente allo Stato sociale attivatore punitivo: questo non solo non predispone politiche del lavoro adattate «ai bisogni delle persone», ma finisce per penalizzarle e in ultima analisi per scaricare «sulle famiglie i compiti di sostegno dei propri membri piu’ deboli».
Sarebbe invece diverso il discorso ove riferito allo Stato sociale attivatore abilitante, che opererebbe invece per favorire lo «sviluppo delle risorse umane», e cosi’ facendo beneficerebbe i disoccupati.
A ben vedere la distinzione tra Stato sociale attivatore punitivo e abilitante, sebbene indichi una preferenza per specifiche modalita’ volte a spingere i disoccupati nel lavoro, non appare tale da consentire giudizi differenziati circa il segno delle politiche di volta in volta perseguite.
In entrambi i casi si tratta invero di assolvere alla medesima funzione: consentire ai datori di lavoro di arruolare maestranze sulla base di una relazione di lavoro precaria e svalutata, ovvero instabile e inidonea a consentire la conduzione di una vita libera e dignitosa […]
Non solo. Se i pubblici poteri integrano o sostituiscono i salari con risorse dalla fiscalita’ generale e’ anche per pacificare e in tal senso spoliticizzare il mercato, ovvero per «rendere compatibile con la stabilita’ sociale una distribuzione del reddito sempre piu’ sperequata a danno dei salariati». 

Lavoro/Benanav

Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo – Aaron Benanav – Luiss (2022 )


Denaro gratuito” (UBI/Rbi) Il dibattito sull’automazione si regge su quattro principi fondamentali.
Il primo sostiene che i lavoratori sono gia’ stati soppiantati da macchine sempre piu’ progredite, dando luogo cosi’ a una crescita sempre piu’ considerevole di “disoccupazione tecnologica”.
Secondo, questa sostituzione e’ un segnale indiscusso del fatto che siamo vicini a raggiungere una societa’ in buona parte automatizzata, nella quale quasi tutto il lavoro sara’ eseguito da macchine semoventi e da computer intelligenti.
Terzo, anche se l’automazione dovesse comportare la liberazione collettiva del genere umano dalla fatica fisica del lavoro, viviamo in una societa’ nella quale la maggior parte delle persone deve lavorare per vivere, il che significa che il sogno potrebbe benissimo trasformarsi in un incubo.
Quarto, di conseguenza l’unico modo per scongiurare la catastrofe di una disoccupazione di massa – come quella in corso negli Stati Uniti nel 2020, sebbene per motivi assai diversi – e’ istituire il reddito universale incondizionato (Ubi, Universal basic income), spezzando una volta per tutte il rapporto diretto tra entita’ dei redditi percepiti dalle persone e quantita’ di lavoro che svolgono.

Info:
https://effimera.org/capitalismo-in-declino-lautomazione-in-uneconomia-stagnante-di-alexis-moraitis-e-jack-copley/
https://www.malacoda.it/n-3-2023/il-futuro-del-lavoro-di-fronte-alla-robotica-serviranno-i-migranti/

https://newleftreview.org/issues/ii120/articles/aaron-benanav-automation-and-the-future-of-work-2
https://futura.news/lautomazione-mette-a-rischio-il-mercato-del-lavoro/

Lavoro/Mattei

L’economia è politica – Clara E. Mattei – Fuori- scena (2023)

Sappiamo bene quanto, ovunque nel mondo, partiti e governi traggano vantaggio dagli antagonismi interni alla classe lavoratrice.
Soprattutto nei momenti in cui il malessere sociale e’ piu’ forte, essi soffiano sul fuoco per accendere l’odio dei deboli e scaricarlo contro quelli che sono ancora piu’ deboli.
Presentate come un modo per proteggere i cittadini, le leggi restrittive sull’immigrazione (introdotte non a caso con la fine del colonialismo e della schiavitu’) aggiungono all’esercito di riserva una massa di stranieri illegali, privi in molti casi persino dei diritti politici, che portano al ribasso la competizione nel mercato del lavoro. Basti pensare che il settore della ristorazione a New York crollerebbe senza gli immigrati messicani che guadagnano al di sotto del salario minimo legale. In tutte le principali metropoli la si- tuazione è la stessa  […]
Abbiamo dunque capito che per l’economia capitalistica la disoccupazione non e’ un male eccezionale ma un bene costitutivo e necessario, che difende un «sano» rapporto di forza tra capitale e lavoro.
La paura della disoccupazione agisce come strumento che crea ordine e disciplina, ed e’ talmente forte che porta i lavoratori non soltanto ad accettare la propria condizione di salariati molto spesso insoddisfatti, ma anche ad adeguarsi a stipendi sempre piu’ bassi […]
Per soddisfare i nostri bisogni, dipendiamo da un sistema la cui logica non e’ soltanto indifferente a essi ma prevede il nostro sfruttamento.
La crescita economica e’ prodotta da un ordine sociale e politico ben preciso, nel quale la maggioranza dei cittadini e’ tenuta a vendere la propria forza lavoro in cambio di un (basso) salario.
E’ un punto fermo e indiscutibile della societa’ in cui viviamo. E’ quello che abbiamo chiamato l’ordine del capitale. L’ordine del capitale ha una natura essenzialmente relazionale, quindi politica.
Questo e’ un punto determinante che deve essere riportato al centro della discussione pubblica. L’ordine del capitale non e’ un dato naturale garantito una volta e per sempre, al contrario, esso va costantemente difeso. E’ un ordine fragile e l’austerita’ e’ il mezzo che e’ stato perfezionato nel corso del tempo per salvaguardarlo. L’austerità «gestisce» l’economia nel senso piu’ radicale del termine: produce precarieta’, ci rende docili e controllabili. Fa si’ che il modello economico non venga mai messo in discussione.

Info:
https://www.pde.it/un-libro-al-giorno/leconomia-e-politica-clara-mattei-fuoriscena/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/11/15/davvero-le-scelte-economiche-sono-neutrali-e-inevitabili-no-e-un-luogo-comune-il-libro-di-clara-mattei-spiega-che-in-realta-e-tutta-politica/7354313/
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/11/13/leconomia-e-politica-parole-antiche-per-conflitti-del-futuro/7351420/
https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/28826-francesco-tucci-ripoliticizzare-l-economia.html

Economia di mercato/Saito

Il capitale nell’Antropocene – Kohei Saito – Einaudi (2024)


La trappola della produttivita’.
Per affrontare di petto la «trappola della crescita economica», Rockstrom sostiene che occorre prendere in considerazione l’opzione di rinunciarvi del tutto.
E la ragione e’ semplice. Rinunciando alla crescita, e riducendo cosi’ la scala dell’economia, si ottiene in cambio la possibilita’ di raggiungere molto piu’ facilmente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Si tratta di una decisione che punta a fermare il processo di distruzione ambientale e a mantenere condizioni di prosperita’ per l’essere umano.
Una decisione che pero’ e’ inaccettabile dal punto di vista capitalista. E questo perche’ il capitale ha in serbo per noi un’altra trappola, quella della produttivita’.
Nel tentativo di ridurre i costi, il capitalismo tenta di aumentare la produttivita’ del lavoro. Se questa cresce, diventa possibile produrre gli stessi quantitativi con un numero minore di persone. In questo caso, a parita’ di scala dell’economia, nasce il fenomeno della disoccupazione.
Il problema e’ che sotto il capitalismo i disoccupati non hanno mezzi di sussistenza, e i politici non gradiscono un alto tasso di disoccupazione. Per questo, allo scopo di mantenere l’occupazione, esercitano continuamente forti pressioni per espandere le dimensioni dell’economia. Espandere la produzione significa inevitabilmente espandere anche la scala dell’economia. Ecco «la trappola della produttivita’».
Il capitalismo e’ incapace di sottrarvisi, e nello stesso tempo non e’ in grado di rinunciare alla crescita economica. E cosi’, anche tentando di opporsi ai cambiamenti climatici, aumenta il consumo delle materie prime, cadendo stavolta nella «trappola della crescita economica»

Info:
https://www.sinistrainrete.info/marxismo/29907-city-strike-genova-saito-1-vs-saito-2-ecologismi-a-confronto.html
https://www.einaudi.it/approfondimenti/intervista-saito-kohei/

https://www.cdscultura.com/2024/02/il-capitale-nellantropocene/
https://businessweekly.it/recensioni-libri-business/il-capitale-nellantropocene-il-capitalismo-e-responsabile-della-crisi-climatica/

https://www.micromega.net/il-capitale-antropocene-marx
https://naufraghi.ch/dinosauro-non-e-marx-ma-il-capitalismo/
https://www.antropocene.org/index.php/321-saito
https://journals.openedition.org/anuac/484?lang=it

Lavoro/ De Haas

Migrazioni. La verità’ oltre le ideologie. Dati alla mano – Hein de Haas – Einaudi (2024)


L’idea che l’immigrazione sia una delle cause principali della disoccupazione e della stagnazione salariale non e’ corroborata da nessun dato, perche’ cio’ che sembra una connessione causale e’ in realta’ una correlazione spuria […]
Sebbene esista effettivamente una correlazione tra i tassi di immigrazione e i livelli di disoccupazione, questa correlazione e’ negativa. Cio’ significa che l’immigrazione aumenta nei periodi di crescita elevata e bassa disoccupazione, e cala quando la disoccupazione aumenta.
Se i migranti togliessero posti di lavoro, dovremmo aspettarci semmai una correlazione positiva […]
L’immigrazione e’ soprattutto una risposta alle carenze di manodopera causate da una contrazione dell’offerta di lavoratori autoctoni disposti e in grado di svolgere lavori manuali di vario tipo nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle pulizie, nelle varie forme di collaborazione domestica e in diversi altri servizi.
E’ questo il motivo principale per cui nelle economie occidentali l’immigrazione aumenta proprio durante i periodi in cui la disoccupazione diminuisce […]
In realta’, l’immigrazione puo’ aumentare le entrate di tutti i lavoratori, purche’ le loro competenze siano complementari, e i lavoratori migranti possono aiutare gli autoctoni a diventare piu’ produttivi. I migranti che fanno i cuochi o i lavapiatti, che servono ai tavoli o consegnano cibo a domicilio allargano l’utenza potenziale dei ristoranti, aumentando cosi’ anche i ruoli manageriali disponibili e il reddito dei proprietari.
Questo consente ai clienti di mangiare fuori e ordinare con i servizi di delivery a prezzi accessibili, dando loro piu’ tempo per dedicarsi al lavoro ed essere piu’ produttivi.

Info:
https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/undici-miti-sulle-migrazioni-secondo-sociologo
https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/10/01/migranti-il-sociologo-de-haas-i-cambiamenti-climatici-hanno-un-impatto-indiretto-per-gestire-i-flussi-bisogna-ripensare-leconomia/7712706/
https://rbv.biblioteche.it/community/forum/reviews/show/6141

https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/de-haas-ha-contato-22-miti-sul-fenomeno-migratorio
https://ilmanifesto.it/hein-de-haas-varcate-le-frontiere-uomini-e-donne-stipati-nei-luoghi-comuni-della-politica
https://www.lastampa.it/politica/2024/09/29/news/migranti_de_haas_politica_integrazione_accoglienza-14673169/
https://www.ilfoglio.it/politica/2024/06/24/news/ecco-22-miti-da-sfatare-sui-migranti-rifugiati-e-cambiamenti-climatici-6673916/

Capitalismo/Stiglitz

La strada per la libertà. L’economia e la societa’ giusta – Joseph E. Stiglitz – Einaudi (2024)


I paladini del mercato parlano delle meraviglie dei mercati nel produrre innovazione.
Come abbiamo visto, gran parte dell’innovazione che ha migliorato il tenore di vita nei decenni recenti si poggia sulle fondamenta della scienza di base, finanziata e spesso guidata dal governo.
Ma non solo accade che i mercati da soli non siano sufficientemente innovativi, accade anche che spingano l’innovazione nella direzione sbagliata. Dovremmo concentrare l’innovazione sul salvataggio del pianeta, riducendo le emissioni di CO2; invece, enormi sforzi di ricerca sono diretti a risparmiare sulla manodopera, in particolare quella non specializzata, riducendone il bisogno all’interno dei processi produttivi, quando abbiamo gia’ un’offerta globale eccessiva di questo tipo di lavoratori. Questo genere di innovazione puo’ far risparmiare costi al settore privato, ma la disoccupazione e la disuguaglianza che genera impongono costi elevati al resto della societa’.

Lavoro/Mattei

L’economia è politica – Clara E. Mattei – Fuoriscena (2023) 

L’obiettivo per cui si alzano i tassi di interesse e’ proprio quello di «avere meno pressione al rialzo sui salari» grazie all’effetto del meccanismo disciplinatore della disoccupazione.
Nelle parole dell’attuale segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen, «i tassi di interesse possono essere bassi solo se i lavoratori sono deboli», altrimenti sara’ necessario ricorrere alla disoccupazione, che «agisce da dispositivo disciplinare per i lavoratori, perche’ lo spauracchio di un costoso periodo di disoccupazione spinge i lavoratori all’obbedienza senza una supervisione costante e costosa per l’azienda».
Il 12 settembre 2023, Tim Gurner, imprenditore miliardario australiano, ha espresso con estrema chiarezza questo stesso pensiero nel suo intervento al Property Summit dell’«Australian Financial Review», un think tank che raccoglie ogni anno investitori, imprenditori e commentatori tra i più influenti in ambito di economia e finanza per discutere tendenze, minacce e opportunita’ del mercato: «Penso che il problema che ci troviamo a fronteggiare derivi dal fatto che le persone, almeno a cominciare dal Covid, abbiano deciso che non vogliono piu’ lavorare, e cio’ ha avuto un effetto dirompente sulla produttivita’. Negli ultimi anni i lavoratori sono stati pagati troppo, per fare troppo poco, e noi imprenditori abbiamo bisogno di capire quello che e’ successo. Abbiamo bisogno che la disoccupazione cresca. La disoccupazione deve schizzare al 40-50 per cento. Dobbiamo vedere il dolore nell’economia, dobbiamo far capire alle persone che sono loro che lavorano per gli imprenditori e non viceversa… Dobbiamo cambiare questa situazione. Dobbiamo uccidere questa attitudine (we have got to kill this attitude) e cio’ puo’ avvenire solo con un intervento nell’economia, ed e’ quello che ovunque nel mondo si sta cercando di fare. I governi di tutto il mondo, infatti, stanno cercando di fare alzare la disoccupazione per riportare la situazione alla normalita’»

Info:
https://www.pde.it/un-libro-al-giorno/leconomia-e-politica-clara-mattei-fuoriscena/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/11/15/davvero-le-scelte-economiche-sono-neutrali-e-inevitabili-no-e-un-luogo-comune-il-libro-di-clara-mattei-spiega-che-in-realta-e-tutta-politica/7354313/
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/11/13/leconomia-e-politica-parole-antiche-per-conflitti-del-futuro/7351420/
https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/28826-francesco-tucci-ripoliticizzare-l-economia.html

Lavoro/Feltri

10 rivoluzioni nell’economia reale (che in Italia ci stiamo perdendo) – Stefano Feltri – Utet (2024)

Che ci sia qualcosa di diverso nel rapporto con il lavoro lo percepiamo un po’ tutti: a un certo punto ci siamo trovati circondati di storie di persone che hanno lasciato posizioni ben pagate per seguire qualche passione poco remunerativa o, al contrario, di ragazzi e ragazze che hanno rifiutato condizioni di lavoro degradanti e hanno preferito il rischio della disoccupazione piuttosto che piegarsi a richieste inaccettabili.
Su TikTok ha avuto un breve momento di gloria l’hashtag #lazygirljob: giovani donne della Generazione Z che raccontavano di preferire lavori senza prospettive di carriera ma a basso stress rispetto all’eterna gavetta con prospettive incerte e molte ansie che richiedono i percorsi di carriera di solito piu’ ambiti […]
L’ideale del lazy job non riguarda tanto lo scarso impegno – per il quale sono emersi altri eufemismi tipo quiet quitting, le “dimissioni silenziose” – quanto il limitato investimento emotivo, che puo’ derivare da una valutazione razionale di cosa realisticamente ci si attende dalla parte della vita dedicata al lavoro.
Se la dedizione alla carriera non promette altro che frustrazioni e redditi deludenti, non e’ meglio indirizzare le proprie energie altrove?
Magari su una vita con minori disponibilita’ economiche, ma anche con meno stress e piu’ tempo libero.

Info:
https://www.startmag.it/mondo/feltri-economia/
https://appunti.substack.com/p/dieci-rivoluzioni

https://www.settimananews.it/libri-film/raccontare-il-cambiamento/