Intelligenza Artificiale/Mollick

L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI – Ethan Mollick – Luiss (2025)

La AI come persona […]
Un errore comune e diffuso e’ ritenere che la AI, in quanto software, debba comportarsi come ogni altro software […]
La AI non riesce pero’ a comportarsi come un software tradizionale, che e’ prevedibile, affidabile e segue una serie stringente di regole. Se ben costruito e ripulito dai bug, un software ottiene ogni volta gli stessi risultati. La AI invece e’ l’esatto contrario di prevedibile e affidabile. Puo’ sorprenderci con soluzioni innovative, dimenticarsi di quello che sa fare, essere preda di allucinazioni e darci risposte sbagliate. L’imprevedibilita’ e l’inaffidabilita’ possono dare origine a interazioni molto affascinanti […]
Per il software tradizionale esistono tutorial e manuali di istruzioni, ma non per la AI. Non esiste una guida definitiva su come usare la AI nella nostra organizzazione. Stiamo tutti imparando con l’esperienza, inserendo prompt [domanda impartita al sistema] come fossero formule magiche e non codici di un normale software […]
Trattate la AI come fosse un umano in quanto, da molti punti di vista, si comporta cosi’. Questo approccio, che riecheggia il mio principio “trattala come una persona”, puo’ aiutarvi a capire meglio quando e come usare la AI, se non in senso tecnico, almeno in senso pratico.
La AI da’ il meglio in mansioni estremamente umane. Sa scrivere, analizzare, codificare e chattare. Puo’ farci da consulente o vendere i nostri prodotti e svolgere mansioni che ci farebbero perdere tempo, aumentando la nostra produttivita’. Fa pero’ fatica con compiti nei quali in genere le macchine sono bravissime, come ripetere costantemente un processo o svolgere calcoli complessi senza assistenza. Inoltre i sistemi AI fanno errori, dicono bugie e danno risposte assurde, proprio come gli umani. Ogni sistema ha punti di forza e debolezza tutti suoi, proprio come ogni nostro collega. Per capirli, dovremo lavorare un po’ con quella determinata AI, impiegando tempo e accumulando esperienza. Le capacita’ dei sistemi di AI possono variare a seconda del compito, da un livello da scuola media a uno da dottorato […]
La AI come collega […]
Quando le persone cominciano a usare seriamente la AI, chiedono sempre se il loro lavoro sia destinato a cambiare. La risposta e’ probabilmente si’.
Si tratta di una domanda importante, al punto che almeno quattro diversi team di ricercatori hanno cercato di quantificare la sovrapposizione tra i lavori che sanno svolgere gli umani e quelli che sa fare una AI, servendosi di un ricco database dei tipi di lavoro richiesto in 1016 professioni diverse. Tutti gli studi sono arrivati alle stesse conclusioni: non c’e’ quasi nessun lavoro che non abbia margini di sovrapposizione con le capacita’ delle AI […]
Dei 1016 lavori presi in considerazione, solo 36 non presentavano sovrapposizioni con la AI: ballerini, atleti, addetti al battipalo, riparatori di tetti e meccanici specializzati in motociclette […]
Come avrete notato, si tratta di lavori estremamente fisici, per svolgere i quali e’ cruciale la capacita’ di movimento. Ci dimostra come, almeno per ora, la AI non abbia un corpo […]
Pertanto, a prescindere dalla sua natura, e’ probabile che nell’immediato futuro il vostro lavoro e quello della AI avranno dei margini di sovrapposizione.
Non significa necessariamente che vi rimpiazzeranno. Per capire perche’, dobbiamo osservare il lavoro piu’ nel dettaglio, considerandolo secondo una serie di piani diversi. Ogni lavoro e’ composto da una serie di mansioni. I lavori sono parte di sistemi piu’ grandi. Non possiamo capire l’impatto della AI sul lavoro se non teniamo in considerazione anche le mansioni e i sistemi. Prendiamo per esempio il mio ruolo di insegnante in una business school. Come dicevo, su 1016 lavori, il mio e’ al 22° posto tra quelli che si sovrappongono maggiormente a quanto sa fare una AI: sono un filo preoccupato. Il mio lavoro non e’ pero’ un’entita’ unica e indivisibile. E’ composto da una serie di mansioni: insegnare, ricercare, scrivere, stilare rapporti annuali, usare il mio computer, scrivere lettere di presentazione e altro. “Professore” e’ solo un’etichetta: il lavoro quotidiano e’ una miscela dei compiti appena citati.
La AI potra’ svolgere alcune di queste mansioni? La risposta e’ si’, e francamente non mi dispiace affatto delegargliene alcune, come la compilazione delle scartoffie amministrative. Significa pertanto che il mio lavoro scomparira’? Non del tutto. Eliminare alcune mansioni non elimina un lavoro. Proprio come il trapano elettrico non ha eliminato il lavoro del falegname ma lo ha reso piu’ efficiente.

Info:
https://www.carmillaonline.com/2025/05/04/scenari-di-intelligenza-condivisa/
https://www.mangialibri.com/lintelligenza-condivisa
https://magia.news/verso-una-interazione-tra-lintelligenza-umana-e-quella-artificiale/
https://edunews24.it/tecnologia/lintelligenza-condivisa-di-ethan-mollick-la-guida-definitiva-allintelligenza-artificiale-per-il-lavoro-leducazione-e-la-creativit

Capitalismo/Guzzi

Eurosuicidio. Come l’Unione Europea soffocato l’Italia e come possiamo salvarci – Gabriele Guzzi – Fazi (2025)

 L’entrata nell’euro ha richiesto la piu’ intensa operazione di privatizzazioni che la storia recente abbia mai osservato.
La svendita di asset pubblici ha assicurato per decenni ad alcuni gruppi economici flussi ingenti di profitti senza che questi richiedessero una seria politica di innovazione e investimento.
La differenza tra profitto e rendita e’ divenuta cosi’ quasi impercettibile. L’esempio di Autostrade e’ rivelatore. Dal 1999 al 2019, ovvero dalla sua privatizzazione, Autostrade per l’Italia ha distribuito 9 miliardi e 400 milioni di euro di dividendi, di cui 9 miliardi e 200 milioni sono stati assicurati ad Atlantia, «nelle mani di un’unica famiglia che, in pratica dal 2003, godeva di un sostanziale monopolio» […]
Lentamente, ma inesorabilmente, le grandi famiglie si sono internazionalizzate, hanno ridotto il rischio legato al ciclo economico italiano, hanno spostato sedi legali e fiscali all’estero, hanno venduto imprese a fondi stranieri, hanno delocalizzato fabbriche, hanno inviato i propri figli a studiare altrove.

Info:
https://www.lindipendente.online/2026/01/17/eurosuicidio-il-tabu-europeo-e-il-declino-italiano-un-libro-di-gabriele-guzzi/
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2025/12/Gabriele-Guzzi-Eurosuicidio-46322ab1-1085-47e5-8e31-018eb0c44dbc.html
https://www.lafionda.org/2026/02/04/perche-e-necessario-parlare-di-eurosuicidio/
https://www.tag24.it/1379222-eurosuicidio-allarme-gabriele-guzzi-come-si-fa-a-salvare-litalia

Lavoro/De Romanis

L’economia della paura. Perche’ conservando si arretra – Veronica De Romanis – Mondadori (2026)

«Siamo di fronte a una vera e propria fuga di cervelli» spiega il presidente dell’ISTAT, Francesco Maria Chelli, nella sua audizione al Parlamento dell’aprile 2025.
«Oltre 130.000 laureati hanno lasciato l’Italia nel decennio 2013-2022» precisa. Ma non sono solo loro a partire: ampliando la prospettiva, emerge che nello stesso periodo piu’ di un milione di italiani ha trasferito la propria residenza all’estero. Tra questi, un terzo – circa 352.000 – ha un’eta’ compresa tra i 25 e i 34 anni.
Qualcuno, per fortuna, fa il percorso inverso: 104.000 cittadini della stessa fascia d’eta’ sono rientrati, di cui 45.000 laureati, 4 agevolati tra l’altro da una legge che contempla benefici fiscali. Il saldo, pero’, rimane negativo e in continuo peggioramento.
Nel 2023, il bilancio tra partenze e rientri di chi possiede un titolo universitario ha segnato un rosso di 21.000 unita’, «un livello senza precedenti da quando si monitorano i flussi di capitale umano qualificato in uscita», puntualizza Chelli.
Come se non bastasse, i rimpatri hanno subito una brusca frenata, scendendo a 6000, il che corrisponde a una flessione di oltre il 4 per cento rispetto al 2022. Il risultato e’ una perdita netta di oltre 15.000 lavoratori ad alto profilo: un colpo durissimo al futuro di un Paese che si svuota, si rimpiccolisce e perde, giorno dopo giorno, le sue forze migliori.
Il fenomeno, inoltre, non colpisce in modo uniforme. Mentre il Nord e il Centro riescono in parte a compensare le uscite grazie agli arrivi dalle regioni meridionali, queste ultime pagano il prezzo piu’ alto: tra il 2013 e il 2022 hanno perso 168.000 tra ragazzi e ragazze.

Info:
https://www.libertaeguale.it/leconomia-della-paura/
https://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/378-l-economia-della-paura.html
https://www.linkiesta.it/2026/03/economia-della-paura-veronica-de-romanis/
https://www.repubblica.it/economia/2026/04/20/news/de_romanis_crisi_iran_effetti_economia-425292893/
https://www.huffingtonpost.it/economia/2026/03/28/news/de_romanis_al_referendum_ha_vinto_il_no_dei_giovani_alleconomia_della_paura-21535018/

Societa’/Milanovic

Capitalismo contro capitalismo – Branko Milanovic – Laterza (2020)

Quello che fa il capitalismo globale e’ dare a noi come consumatori la possibilita’ di acquistare attivita’ che un tempo venivano fornite in natura dalla famiglia, dagli amici o dalla comunita’ […]
Il caso piu’ evidente e’ la mercificazione di attivita’ che un tempo si svolgevano all’interno delle famiglie estese e poi, con l’arricchimento della popolazione, all’interno delle famiglie nucleari.
La cucina si e’ trasformata in un’attivita’ esterna e spesso i componenti della famiglia non mangiano tutti insieme. Le pulizie, le riparazioni, il giardinaggio e la cura dei figli sono attivita’ piu’ commercializzate che in passato […] La crescita della cosiddetta gig economy commercializza il nostro tempo libero e i beni di cui disponiamo, che un tempo non venivano utilizzati per scopi commerciali. Uber nasce proprio dall’idea di sfruttare meglio il tempo libero […]
Ma affermare che le persone fanno molti lavori equivale a dire che non conservano impieghi individuali durevoli e che il mercato del lavoro e’ completamente «flessibile», con un ricambio molto frequente degli individui che entrano e escono dai posti di lavoro […]
Risulta quindi evidente che questi tre sviluppi sono interconnessi: (a) il mutamento nella formazione della famiglia (atomizzazione); (b) l’ampliamento della mercificazione a nuove attivita’; e (c) l’emergere di mercati del lavoro altamente flessibili con posti di lavoro temporanei. Se ce n’e’ uno, devono esserci per forza tutti e tre.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/capitalismo-contro-capitalismo-di-branko-milanovic/
https://www.doppiozero.com/branko-milanovic-capitalismo-contro-capitalismo
https://it.linkedin.com/pulse/recensione-di-capitalismo-contro-branko-milanovic-nicola-lensi

https://www.radiopopolare.it/la-solitudine-del-capitalismo-diviso-tra-oriente-e-occidente-intervista-alleconomista-branko-milanovic
https://jacobinitalia.it/non-ce-nessuna-eta-delloro-del-capitalismo/

Lavoro/Dardot

La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista. Nuova edizione – Pierre Dardot, Christian Laval – DeriveApprodi (2019)

Il grande errore che commettono coloro che annunciano la «morte del liberismo» e’ confondere la rappresentazione ideologica che accompagna l’istituzione di politiche neoliberiste con la normativita’ pratica che caratterizza specificamente il neoliberalismo.
Per questo, il relativo discredito che oggi intacca l’ideologia del laissez-faire non impedisce in alcun modo al neo- liberismo di prevalere piu’ di prima in quanto sistema normativo dotato di una certa efficacia, ovvero capace di orientare dall’interno la pratica effettiva dei governi, delle imprese e di milioni di persone che non ne sono necessariamente coscienti.
Sta qui, appunto, il cuore del problema: com’e’ possibile che nonostante le ripercussioni catastrofiche cui hanno portato le politiche neoliberiste, queste ultime siano sempre piu’ attive, al punto da precipitare interi Stati e societa’ in crisi politiche e regressioni sociali sempre peggiori? Com’e’ possibile che, negli ultimi trent’anni, queste stesse politiche si siano sviluppate e approfondite senza aver incontrato resistenze sufficienti a metterle in crisi?
La risposta non puo’ ridursi ai semplici aspetti «negativi» delle politiche neoliberiste, ovvero alla distruzione programmata delle regolamentazioni e delle istituzioni […]
Con il neoliberismo cio’ che e’ in gioco e’ ne’ piu’ ne’ meno la forma della nostra esistenza, cioe’ il modo in cui siamo portati a comportarci, a relazionarci agli altri e a noi stessi.
Il neoliberismo definisce una precisa forma di vita nelle societa’ occidentali e in tutte quelle societa’ che hanno intrapreso il cammino della presunta modernita’.
Questa norma impone a ognuno di vivere in un universo di competizione generalizzata, prescrive alle popolazioni di scatenare le une contro le altre una guerra economica, organizza i rapporti sociali secondo un modello di mercato, arriva a trasformare perfino l’individuo, ormai esortato a concepire se stesso come un’impresa.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/la-nuova-ragione-del-mondo-di-pierre-dardot-e-christian-laval/
https://ilmanifesto.it/la-trappola-del-capitale-umano
https://www.dianoia.it/public/rcs/rcs_21_34.pdf
https://www.leparoleelecose.it/?p=13014

Societa’/Casertano

La terza rivoluzione digitale. Come intelligenza artificiale, computer quantici e metaverso cambieranno la nostra vita – Stefano Casertano – Baldini + Castoldi (2023)


Un tempo, la personalita’ di una citta’ era definita dalla presenza di una fabbrica – come poteva essere per la Torino della Fiat, e come e’ ancora per la Ingolstadt del gruppo Audi.
Oggi il motore dell’aggregazione dipende meno dalla presenza di un apparato industriale e sempre piu’ dalle affinita’ esistenziali. Abbiamo cosi’ citta’ progressiste come Berlino, che e’ quasi un emirato laico; citta’ borghesi-conservatrici, come Amburgo o Austin, in Texas; citta’ consumiste-progressiste, come San Francisco; citta’ conservatrici nel centro storico e ricco e di sinistra in periferia (come Parigi) e il contrario (come Roma) […]
La discrasia tra ideologia dichiarata e reale nell’architettura e nell’urbanistica e’ ancora piu’ evidente se si osserva lo sviluppo dei centri cittadini europei negli ultimi vent’anni. Sono stati generalmente ripuliti, borghesizzati, restaurati a morte.
La personalita’ spontanea e selvaggia che permeava zone come Campo dei Fiori a Roma, o la zona del porto di Amburgo, o perfino l’ex-Berlino ovest (la parte ricca e occidentale) e’ scomparsa. Si creano situazioni sociali-urbane concentrate unicamente sul processo di accumulazione capitalistica, senza alcun riguardo per le dinamiche indipendenti e piu’ autoctone dei luoghi. Il tutto guidato da un gusto piccoloborghese basato su un ideale innocuo di decoro. E’ piu’ accettabile che nei portici dei palazzi vicino allo zoo di Berlino ci siano grandi marchi della distribuzione organizzata piuttosto che equivoci locali da marinai in licenza (com’era il caso fino ai primi anni Duemila) […]
C’e’ pero’ un altro aspetto che non depone a favore dell’esperienza in remoto e riguarda principalmente la natura delle citta’. Queste infatti non svolgono solo un ruolo funzionale come «centri di lavoro», ma rappresentano comunita’ identitarie. La scelta di abitare in un particolare territorio dipende anche dallo spirito d’appartenenza. Con la riduzione della funzione «lavorativa» dei centri urbani, la decisione di risiedere in una citta’ dipendera’ sempre di piu’ quindi dalle necessita’ identitarie rispetto a quelle professionali.
Ma non si creeranno societa’ piu’ giuste ed eguali: risiedere in una determinata citta’ sara’ uno status-symbol. Questo dipende da due aspetti che riguardano sia le elite che la popolazione salariata. Per i piu’ benestanti, le concentrazioni residenziali confermeranno il loro ruolo fondamentale quale luogo d’incontro e socialita’, e per questo di lobbismo.
Nell’ambito di una citta’ succede gia’: a Parigi parleremo dell’VIII arrondissement, a Roma dei Parioli, a Milano di Brera, a Napoli di Chiaia.
Per il futuro, dobbiamo immaginare che questo concetto sia tradotto in scala globale: alcune citta’ sono per benestanti e altre per lavoratori a basso reddito.

Capitalismo/Rodhes

Capitalismo Woke. Come la moralita’ aziendale minaccia la democrazia – Carl Rodhes – Fazi (2023)

Mentre le imprese woke sono state messe alla gogna in quanto deboli, opportuniste e ipocrite, a oggi gran parte del pubblico dibattito sul “capitalismo woke” e’ stato dominato dalla critica secondo cui esso danneggerebbe il capitalismo stesso.
A detta dei suoi detrattori, infatti, poiche’ distratto da cause che non favoriscono la funzione propria delle imprese di massimizzare i profitti per gli azionisti, il capitalismo woke costituirebbe una minaccia per la prosperita’ e la crescita economica.
Secondo questi detrattori di ala conservatrice, inoltre, le aziende sono sempre piu’ attratte da questioni sociali politicamente corrette in un modo che va ben al di la’ del semplice woke washing. Il loro timore e’ che i dirigenti prendano sul serio il proprio impegno nei confronti del wokismo. Ancora peggio, questa serieta’ potrebbe indurli a perseguire cause woke a scapito di quello che dovrebbe essere il vero scopo del loro agire.
Le politiche progressiste e l’economia conservatrice sono semplicemente incompatibili e, per il bene del capitalismo, non dovrebbero essere mischiate […]
Accogliendo questa contrapposizione tra chi e’ woke e chi e’ conservatore, ci rimane ben poco spazio di manovra se vogliamo, invece, mantenere l’impegno per una politica democratica progressista e, contemporaneamente, contestare l’ingiustizia di un sistema capitalistico d’impresa che sembra non porre freno alla creazione di disuguaglianze a proprio vantaggio.
E se invece l’adozione del wokismo da parte delle imprese producesse effetti esattamente opposti a quelli condannati dai critici conservatori?
Anziche’ essere la campana a morto del capitalismo, il fatto che le imprese diventino woke non potrebbe essere piuttosto il mezzo con cui estendere il potere e la portata del capitalismo in modi estremamente problematici? […]
Se seguiamo questa linea di pensiero, i problemi per la democrazia sorgono nel momento in cui il peso considerevole delle risorse aziendali viene mobilitato per capitalizzare la moralita’ pubblica. Quando la nostra stessa moralita’ viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’e’ sempre all’opera l’interesse privato delle imprese. Ecco quindi che il dibattito civico e il dissenso democratico vengono sostituiti dalle campagne di marketing e di pubbliche relazioni che, con scaltro autocompiacimento, si ammantano del palese moralismo di scelte politiche farisaiche e spesso facili.

Info:
https://www.micromega.net/capitalismo-woke/
https://maremosso.lafeltrinelli.it/interviste/capitalismo-woke-libro-carl-rhodes

https://www.centromachiavelli.com/2023/12/23/capitalismo-woke-recensione/
https://www.lafionda.org/2023/11/24/capitalismo-woke/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/12/26/capitalismo-woke-guardiamoci-bene-dalle-cause-che-trasformano-la-moralita-in-profitto/7391473/https://www.corriere.it/economia/opinioni/23_febbraio_27/risveglio-capitalismo-filosofia-woke-che-addormenta-utili-521a9a10-b698-11ed-9695-a3af2d07bb2a.shtml
https://www.corriere.it/economia/opinioni/23_febbraio_27/risveglio-capitalismo-filosofia-woke-che-addormenta-utili-521a9a10-b698-11ed-9695-a3af2d07bb2a.shtml

Download in evidenza “L’eclissi del reddito da lavoro” – nuova edizione aggiornata al giu.2025

L-eclissi-del-reddito-da-lavoro-1.pdf (530667 download ) Come nella precedente del 2023, questa edizione e’ una selezione dei post piu’ significativi sul tema del lavoro, pubblicati nel blog www.pericopidieconomia.info, edito dal 2020.
Rispetto alla precedente, questa pubblicazione e’ rinnovata nella struttura e aggiornata al giugno 2025.
L’argomento e’ suddiviso in tre capitoli che riguardano il lavoro nell’era del capitalismo neoliberista, i suoi sviluppi e le innovazioni durante l’attuale era digitale, infine le prospettive che il futuro prossimo ci riservera’.
Il blog Pericopi di economia, lo ricordiamo, e’ una sorta di rassegna stampa, tutt’altro che obiettiva, su vari argomenti che sono stati oggetto di pubblicazioni librarie edite nel XXI secolo.

Societa’/Lasch

La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia – Cristopher Lasch – Neri Pozza (2017)


Quanto alla pretesa secondo cui la rivoluzione dell’informazione avrebbe innalzato il livello dell’intelligenza pubblica, non e’ un mistero per nessuno che, oggi, sugli affari pubblici si sa molto meno di una volta […]
Invece di dare la colpa di questa spaventosa ignoranza alla scuola, come si fa di solito, forse dovremmo cercare altrove una spiegazione piu’ convincente, tenendo presente che la gente acquisisce conoscenze tanto piu’ prontamente quanto piu’ ne puo’ fare buon uso.
Visto che il pubblico non partecipa piu’ a dibattiti sui problemi nazionali, non ha alcuna ragione d’informarsi sugli aspetti della cultura civica.
E’ la decadenza del dibattito pubblico, non il sistema scolastico (per quanto male esso funzioni) che fa si che la gente sia male informata, nonostante le meraviglie dell’era dell’informazione. Quando il dibattito diventa un’arte perduta, l’informazione, per quanto rapidamente acquisibile, non fa impressione a nessuno.
La democrazia ha bisogno di un vigoroso dibattito pubblico, non di informazione.
Naturalmente anche l’informazione serve, ma soltanto quel tipo d’informazione che si origina dal dibattito.
Noi non sappiamo cosa dobbiamo sapere finche’ non facciamo le domande giuste, e possiamo individuare le domande giuste soltanto sottoponendo le nostre idee sul mondo all’esame del dibattito pubblico.
L’informazione, che di solito si considera la precondizione del dibattito, in realta’ e’ un suo prodotto.
Quando ci infervoriamo in una discussione che focalizza tutta la nostra attenzione, ci scopriamo avidi ricercatori della relativa informazione. Altrimenti ci limitiamo ad assorbire informazione passivamente, se mai lo facciamo.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/gli-stati-uniti-e-la-ribellione-delle-elite/
https://www.archiviostorico.info/libri-e-riviste/8661-la-rivolta-delle-elite
https://www.pensalibero.it/la-rivolta-delle-elite-tradimento-della-democrazia-christopher-lasch/