Partiamo da una premessa. Molto spesso la scelta di un Paese di candidarsi alla UE e’ stata lo sbocco naturale del passaggio da un regime autoritario a uno democratico.
Dopo il primo allargamento del 1973 a Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, le successive adesioni seguirono in molte circostanze tale schema: dalla Grecia uscita dal regime dei colonnelli, alla Spagna del dopo-Franco sino al Portogallo post-Salazar.
La prospettiva europea come strumento di transizione verso la democrazia e’ stata cruciale anche per i Paesi dell’Est liberatisi del giogo comunista o per quelli nati dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Nel caso di Kiev il discorso tuttavia e’ diverso. Allargare la UE all’Ucraina non significa, come in passato, integrare un Paese in transito verso la democrazia liberale, ma accogliere uno Stato che e’ in guerra per difendere il suo diritto a farlo. L’aggressione russa mira proprio a impedire che Kiev si svincoli dalla presa ideologica e militare di Mosca per collocarsi nel campo occidentale. L’Ucraina ci pone quindi un problema di sicurezza prima ancora che di trasformazione politica, economica e istituzionale […]
L’Ucraina post-bellica da integrare nella UE sara’ pertanto un Paese con una forte impronta etnico-nazionalista e con un alto tasso di militarizzazione.
Uno nuovo Stato membro quindi non facilmente adattabile.
Info:
https://diplosor.wordpress.com/tag/luca-gori/https://www.giornalediplomatico.it/libro-amb-luca-gori-e-nicola-pontara-su-allargamento-unione-europea.htm
https://www.linkiesta.it/2026/02/direzione-pd-intervento-gori-difesa-europa/
https://www.ilriformista.it/gori-non-esclude-il-bazooka-europa-non-ti-disunire-sconfortante-latteggiamento-a-sinistra-sulliran-cosi-come-la-poca-passione-nel-sostenere-la-resistenza-ucraina-497148/
