Andiamo a valutare quattro campi in cui l’adesione dell’Italia alle impostazioni di politica europea e’ stata particolarmente rigorosa: il consolidamento fiscale, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la liberalizzazione dei mercati, le privatizzazioni.
Capiamo cioe’ dove e come l’Italia sia sempre stata piu’ realista del re, ossia il paese che ha maggiormente seguito le istanze di riforma europea.
Innanzitutto, secondo il discorso dominante, l’Italia sarebbe la grande “spendacciona” d’Europa: avremmo vissuto “al di sopra delle nostre possibilità” accumulando deficit e debito a scapito delle generazioni future.
La realta’ e’ decisamente diversa: dalla firma del trattato di Maastricht nessun paese avanzato al mondo ha adottato misure di contenimento fiscale tanto radicali quanto l’Italia. Siamo i campioni assoluti dell’austerita’.
Dal 1992 al 2020, l’Italia ha accumulato 1200 miliardi di euro di avanzi primari: una cifra imparagonabile a tutte quelle degli altri paesi europei. Nessun altro Stato ha sottratto piu’ risorse a famiglie e imprese per diminuire la spesa pubblica, tagliare gli investimenti, ridurre i posti di lavoro e aumentare le tasse […]
Questa radicalita’ nell’aderire alle regole europee si riscontra anche nel mercato del lavoro. Come e’ noto, la politica europea si ispira ai principi neoclassici secondo cui i mercati porterebbero naturalmente a un livello di disoccupazione che non accelera il tasso d’inflazione: se lasciati liberi di operare, i mercati tenderebbero cioe’ ad allocare efficacemente ed efficientemente i fattori produttivi. Le riforme strutturali dovrebbero percio’ servire innanzitutto a “oliare” il loro funzionamento. E il primo mercato da liberalizzare sarebbe, ovviamente, quello del lavoro: un’eccessiva ingerenza pubblica produrrebbe un risultato subottimale sia rispetto all’occupazione che alla crescita di lungo periodo.
Per decenni, ci siamo allora convinti che, se il lavoro fosse stato piu’ flessibile e non ci fossero state protezioni sociali, si sarebbero attirati investimenti, sarebbe cresciuta la fiducia dei mercati e questo avrebbe alla fine incrementato l’occupazione. Insomma, per trent’anni abbiamo creduto – difficile anche solo a pensarci oggi – che, se avessimo ridotto i diritti, i lavoratori alla fine sarebbero stati meglio.
Info:
https://www.lindipendente.online/2026/01/17/eurosuicidio-il-tabu-europeo-e-il-declino-italiano-un-libro-di-gabriele-guzzi/
https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2025/12/Gabriele-Guzzi-Eurosuicidio-46322ab1-1085-47e5-8e31-018eb0c44dbc.html
https://www.lafionda.org/2026/02/04/perche-e-necessario-parlare-di-eurosuicidio/
https://www.tag24.it/1379222-eurosuicidio-allarme-gabriele-guzzi-come-si-fa-a-salvare-litalia
