Lavoro/De Romanis

L’economia della paura. Perche’ conservando si arretra –
Veronica De Romanis – Mondadori (2026)

Le prospettive per il futuro non sono incoraggianti: l’ISTAT prevede che la popolazione italiana scendera’ a 54,7 milioni entro il 2050, con una perdita complessiva di 4,3 milioni di abitanti.
Il problema non riguarda solo i numeri, ma soprattutto la composizione. Basti pensare che entro il 2050 la quota di over 65 aumentera’ di oltre 10 punti percentuali rispetto al 2024, mentre quella degli under 14 calera’ di 2 punti.
Tra venticinque anni, dunque, in Italia ci saranno tre ultrasessantacinquenni per ogni ragazzo, un rapporto destinato a incidere profondamente sulla societa’.
Si profila infatti un Paese sbilanciato, con una base della piramide demografica che si restringe e un vertice che si allarga.
Nonostante questi scenari complessi, c’e’ comunque una buona notizia: l’aspettativa di vita alla nascita continua a salire. Nel 2024 ha raggiunto 83,4 anni, tre anni in piu’ rispetto al 2005,17 con 81,4 per gli uomini e 85,5 per le donne, ben al di sopra della media europea ferma a 81,4.
Quindi, ricapitolando: gli italiani sono sempre meno, sempre piu’ anziani, ma vivono piu’ a lungo. 

Info:
https://www.libertaeguale.it/leconomia-della-paura/
https://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/378-l-economia-della-paura.html
https://www.linkiesta.it/2026/03/economia-della-paura-veronica-de-romanis/
https://www.repubblica.it/economia/2026/04/20/news/de_romanis_crisi_iran_effetti_economia-425292893/
https://www.huffingtonpost.it/economia/2026/03/28/news/de_romanis_al_referendum_ha_vinto_il_no_dei_giovani_alleconomia_della_paura-21535018/

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L’economia della paura. Perche’ conservando si arretra – Veronica De Romanis – Mondadori (2026)


Se vuoi investire in Italia devi essere autorizzato; vale a dire che non e’ il mercato che ti giudica, casomai devi piacere a chi sta alla guida del Paese.
Lo strumento principe, quasi iconico, del conservatorismo autorizzativo e’ il Golden Power, letteralmente «potere d’oro» – o meglio «poteri speciali» –, il cui funzionamento puo’ cosi’ sintetizzarsi: chi dall’estero intende prendere il controllo di una nostra azienda in campi strategici – quali per esempio energia, telecomunicazioni, trasporti, digitale – e’ tenuto a notificarlo. Se il governo ritiene che l’operazione possa mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, ha la facolta’ di bloccarla, imporre condizioni o influire sulla governance futura […]
Il Golden Power ha continuato ad assumere nuove connotazioni […] divenendo – di fatto – sempre piu’ uno strumento di potere. Sia discrezionale, perche’ dipende dalla libera scelta dell’esecutivo, sia distorsivo, poiche’ puo’ alterare il normale funzionamento della concorrenza, dal momento che limita le opportunita’ delle nostre imprese di partecipare ad alleanze o acquisizioni strategiche […]
Un uso improprio del Golden Power [puo’] minare l’attrattivita’ del Paese: chi sarebbe disposto a investire in Italia se operazioni condotte in trasparenza e nel rispetto delle regole di mercato rischiano di essere bloccate a discrezione dell’esecutivo di turno?
Inoltre, simili decisioni minano la creazione di un mercato unico dei capitali, una delle iniziative piu’ rilevanti per i prossimi anni, essenziale per attrarre risorse e finanziare lo sviluppo delle aziende europee, incluse le nostre.
Ma nell’economia della paura, va ribadito, l’obiettivo non e’ crescere, bensi’ conservare.

Info:
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https://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/378-l-economia-della-paura.html
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https://www.repubblica.it/economia/2026/04/20/news/de_romanis_crisi_iran_effetti_economia-425292893/
https://www.huffingtonpost.it/economia/2026/03/28/news/de_romanis_al_referendum_ha_vinto_il_no_dei_giovani_alleconomia_della_paura-21535018/

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L’economia della paura. Perche’ conservando si arretra – Veronica De Romanis – Mondadori (2026)


 [L’identita’] e’ centrale nell’economia della paura: va tutelata poiche’ rappresenta il segno di appartenenza a una comunita’.
Senza di essa ci si sente esposti, soli, vulnerabili. Difendere la tradizione, il patrimonio e il retaggio culturale diventa allora un imperativo collettivo. Ci si rifugia nella propria tribu’, non solo un luogo di riconoscimento, ma anche di riparo: delimitare i confini, distinguere chi sta dentro da chi sta fuori, rassicura.
E piu’ il mondo esterno appare incerto e ostile, piu’ cresce il bisogno di stringersi attorno a simboli, riti e memorie che tengono unito il gruppo […]
L’essenziale in questo nuovo ordine – che sa di vecchio – e’ il senso di appartenenza a una comunita’ che viene riconosciuta e valorizzata a suon di slogan. Un’appartenenza che non di rado assume tratti religiosi al limite del fanatismo. Il significato e’ chiaro: ognuno, all’interno del proprio gruppo, va bene cosi’ com’e’, e non deve cambiare; semmai sono gli outsider a doversi adattare. Si pensi, per esempio, al tema della cittadinanza. Per chi ne e’ privo, diventa una conquista e non un diritto: tocca agli altri «diventare italiani», senza che ci si domandi se gli italiani stessi siano davvero cittadini consapevoli delle regole della convivenza civile […]
In definitiva, appartenenza, sicurezza, ordine sono concetti che toccano le paure piu’ profonde degli elettori. Cosi’ si costruisce un senso comune netto, privo di sfumature: chi puo’ opporsi?

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[E’ una] idea, diffusa e radicata, che tutto sommato un nuovo assetto non sia necessario quando si puo’ contare su un Welfare familistico diffuso, sebbene imperfetto: questa e’ la sostanza della Repubblica delle tribù. Ovvero, gruppi chiusi che difendono se stessi prima del sistema nel suo insieme, attraverso una rete informale ma solida, che consente a molti di sopportare precarieta’, basse retribuzioni o disoccupazione.
Le tribu’, piu’ dello Stato, offrono garanzie, sicurezza, assistenza e in qualche caso, nella zona grigia, persino un apparato alternativo di giustizia.
Non c’e’ volonta’ di scardinare una siffatta organizzazione: significherebbe esporsi, confrontarsi, rischiare. L’idea stessa di competizione viene vissuta come minaccia, non come stimolo. Ciascuno presidia il proprio ambito, difende il proprio spazio, esercita il proprio potere senza interferenze esterne, evitando scontri, paragoni, valutazioni. La concorrenza non esiste, la mobilita’ e’ praticamente assente, perche’ non c’e’ un campo aperto in cui tutti si mettono davvero in gioco, c’e’ piuttosto una somma di gruppi impermeabili […]
Il curriculum conta meno della raccomandazione.
I dati ISTAT al riguardo sono eloquenti. Nel 2025, solo il 34 per cento dei disoccupati italiani ha contattato un Centro per l’impiego, contro il 42,5 per cento della media europea. Per avere un termine di paragone, in Germania la percentuale e’ pari al 63,6 e in Francia al 52,9.
Ovviamente esistono anche i canali politici. Del resto, pure coloro che ricoprono incarichi istituzionali compongono una tribu’ che procura impieghi spesso ben remunerati. Il fenomeno e’ talmente diffuso e trasversale da meritarsi un nome: «amichettismo».
Cosi’, nei posti di responsabilita’, dove sarebbero richieste esperienza e competenza, troviamo amici dei politici, amici degli amici dei politici e persino politici non eletti a cui e’ necessario trovare un incarico: la lealta’ va sempre ricompensata. 

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L’economia della paura. Perche’ conservando si arretra – Veronica De Romanis – Mondadori (2026)

«Siamo di fronte a una vera e propria fuga di cervelli» spiega il presidente dell’ISTAT, Francesco Maria Chelli, nella sua audizione al Parlamento dell’aprile 2025.
«Oltre 130.000 laureati hanno lasciato l’Italia nel decennio 2013-2022» precisa. Ma non sono solo loro a partire: ampliando la prospettiva, emerge che nello stesso periodo piu’ di un milione di italiani ha trasferito la propria residenza all’estero. Tra questi, un terzo – circa 352.000 – ha un’eta’ compresa tra i 25 e i 34 anni.
Qualcuno, per fortuna, fa il percorso inverso: 104.000 cittadini della stessa fascia d’eta’ sono rientrati, di cui 45.000 laureati, 4 agevolati tra l’altro da una legge che contempla benefici fiscali. Il saldo, pero’, rimane negativo e in continuo peggioramento.
Nel 2023, il bilancio tra partenze e rientri di chi possiede un titolo universitario ha segnato un rosso di 21.000 unita’, «un livello senza precedenti da quando si monitorano i flussi di capitale umano qualificato in uscita», puntualizza Chelli.
Come se non bastasse, i rimpatri hanno subito una brusca frenata, scendendo a 6000, il che corrisponde a una flessione di oltre il 4 per cento rispetto al 2022. Il risultato e’ una perdita netta di oltre 15.000 lavoratori ad alto profilo: un colpo durissimo al futuro di un Paese che si svuota, si rimpiccolisce e perde, giorno dopo giorno, le sue forze migliori.
Il fenomeno, inoltre, non colpisce in modo uniforme. Mentre il Nord e il Centro riescono in parte a compensare le uscite grazie agli arrivi dalle regioni meridionali, queste ultime pagano il prezzo piu’ alto: tra il 2013 e il 2022 hanno perso 168.000 tra ragazzi e ragazze.

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https://www.huffingtonpost.it/economia/2026/03/28/news/de_romanis_al_referendum_ha_vinto_il_no_dei_giovani_alleconomia_della_paura-21535018/

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 La strada da percorrere e’ obbligata e urgente: servono riforme coraggiose, nuovi capitali e una spinta decisa verso settori ad alto valore aggiunto.
Ciononostante, si va in direzione opposta: si continuano a esaltare attivita’ a bassa produttivita’. Un esempio per tutti, il turismo che sarebbe «il nostro petrolio» […]
Certo, il turismo e’ importante, ma definirlo «il nostro petrolio» e’ fuorviante. Soprattutto perche’ avvalora la pericolosa – e assai diffusa – illusione che un grande Paese come il nostro possa prosperare solo in quanto meta di viaggi, facendo magari anche un po’ a meno delle industrie, che ovviamente inquinano e non sono belle da vedere […]
In linea generale, l’eccesso di enfasi sul turismo suggerisce l’idea che in quel settore non sia necessario intervenire: basta conservare cio’ che gia’ esiste, quasi fosse sufficiente «estrarlo». Proprio quel modo di pensare che porta con se’ protezioni e privilegi, come nel caso dei balneari […]
Si tratta di problemi ormai atavici, a cui si aggiungono la burocrazia complessa e una carente formazione specializzata, due fattori che rendono ancora piu’ difficile la diffusione di nuove idee e tecnologie.
Le imprese, dunque, restano piccole, spesso a conduzione familiare, con scarsa propensione all’investimento e all’innovazione e, di conseguenza, margini di produttivita’ limitati.
Pertanto, definire il turismo «il nostro petrolio» e’ solo un alibi per giustificare – ancora una volta – l’immobilismo consolatorio che si trasforma in una grande trappola in cui vengono sprecati energie e capitale. Del resto, cio’ che conta e’ sentirsi tutelati. Una tutela che, tuttavia, si rivela illusoria.

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 L’ex presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, amava ripetere: «Noi politici sappiamo come realizzare le riforme, ma non sappiamo come vincere le elezioni dopo averle completate».
Un’amara verita’, almeno per i dirigenti europei.
In Italia, infatti, si e’ andati ben oltre: da noi la classe politica non si pone nemmeno il problema, perche’ ha capito che per vincere basta non fare assolutamente nulla e lasciare tutto com’e’. Cosi’ l’immobilismo e’ diventato la sua arma elettorale.
La cronaca degli ultimi quindici anni lo dimostra con disarmante chiarezza. Le vere riforme sono state essenzialmente due: quella del sistema pensionistico varata dall’esecutivo guidato da Mario Monti nel 2011 – la cosiddetta Legge Fornero – e quella del lavoro, il Jobs Act, voluta da Matteo Renzi nel 2015. Entrambe, pero’, non hanno prodotto ne’ consenso ne’ continuita’, lasciando un retaggio fatto di resistenze e contestazioni.
Basti pensare che l’intervento sulle pensioni non e’ stato rivendicato neppure da chi, in Parlamento, l’aveva votato. Al contrario, quasi tutti hanno tentato di attenuarlo, persino di annullarlo, ma senza successo.
Ancora piu’ illogica e’ la vicenda del Jobs Act, introdotto con l’ambizione di rendere il mercato italiano piu’ flessibile. Dieci anni dopo, paradossalmente, e’ lo stesso Partito democratico, guidato da Elly Schlein, a spingere per un referendum che ne decreti l’abolizione […]
In definitiva, nel nostro Paese mantenere lo status quo non e’ solo l’opzione piu’ naturale, ma si configura – di fatto – come una necessita’ accettata e persino desiderabile.

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