Capitalismo/Gorz

Il filo rosso dell’ecologia – André Gorz – Mimesis (2017)

La conoscenza non e’ una merce qualsiasi, e non si presta ad essere trattata come proprieta’ privata.
I suoi detentori non se ne privano nell’atto di trasmetterla. Quanto piu’ si diffonde, tanto piu’ ricca diventa la societa’.
Per sua stessa natura, la conoscenza richiede di essere trattata come un bene comune, di essere considerata a priori come il risultato di un lavoro sociale e collettivo. Privatizzarla vuol dire limitare la sua accessibilita’, il suo valore d’uso sociale […]
Cio’ appare sempre piu’ evidente, tanto che in tutto il mondo si e’ costituito un fronte anticapitalistico di lotta contro l’industria cognitiva: ad esempio l’industria chimica e farmaceutica, ma anche quella del software, e in particolare Microsoft.
Di fatto, il capitalismo cognitivo non si limita a impossessarsi della conoscenza alla quale ha dato origine, ma privatizza anche cio’ che e’ incontestabilmente bene comune, come il genoma di piante, animali e quello umano. E attinge a costo zero al patrimonio culturale comune per utilizzarlo come «capitale culturale» o «capitale umano»

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/ecologia-politica-di-andre-gorz/
https://it.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A9_Gorz

Lavoro/Gorz

Andre Gorz – Il filo rosso dell’ecologia – Mimesis (2017)

Nella cosiddetta economia della conoscenza, ogni lavoro, sia nell’industria manifatturiera che nei servizi, ha una componente cognitiva sempre piu’ determinante.
Le «conoscenze» di cui si parla qui non sono quelle che si possono apprendere nelle scuole professionali. Al contrario: l’informatizzazione ha rivalutato le conoscenze e i saperi non formalizzabili e non sostituibili […]
Il modo in cui questi saperi vengono messi in opera e inquadrati in un lavoro non e’ mai ne’ predeterminato ne’ dominabile. E’ un fatto che dipende dall’investimento di se stessi nel lavoro: cio’ che il linguaggio manageriale chiama «la motivazione»[…] Non e’ piu’ il numero delle ore lavorate ma sono il «comportamento» e la «motivazione» che vengono considerati come sorgenti determinanti del valore prodotto. La ditta li considera come il proprio «capitale umano».
La questione di sapere come il capitale possa impadronirsi della persona nella sua integralita’ e mobilitarla totalmente e’ stata risolta con la tendenziale abolizione delle clausole contrattuali del rapporto salariale: i «collaboratori» dell’impresa sono chiamati a diventare essi stessi degli «imprenditori» responsabili, anche nella grande industria, della redditivita’ del loro lavoro.
La loro messa in concorrenza, cosi’ come la preoccupazione della «competitivita’» dell’impresa, serve a costringerli ad interiorizzare l’imperativo del profitto. Alla figura del salariato deve sostituirsi quella dell’imprenditore di se stesso, in grado di pensare da se’ alla propria formazione continua, alla cassa malattia, ecc. «La persona e’ un’impresa». Lo sfruttamento e’ stato rimpiazzato dall’autosfruttamento e dall’automercificazione di cui approfittano le grandi ditte alle quali gli imprenditori di se stessi vendono i propri servizi.