Societa’/Banti

Alberto Mario Banti – La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa – Alberto Mario Banti – Laterza (2020)

Il conformismo domina. La ricerca del divertimento domina. Ma divertirsi significa guardare da un’altra parte; non voler vedere i problemi; e piuttosto inseguire la loro magica trasformazione in qualcosa d’altro, di confortante, di rassicurante.
È un male, tutto questo? Un pericolo per la stabilita’ delle istituzioni democratiche? Non credo.
Non necessariamente.
Lo stato di passivita’ incoraggiato dalla cultura di massa trova anzi una facile ospitalita’ nella cornice delle istituzioni democratiche. Si puo’ dire che quella che si sviluppa nel contesto del neoliberismo e della cultura di massa mainstream sia una «spectator democracy»: stiamo li’, a guardare gli eventi, mettiamo un like sotto un video, come mettiamo un like su una scheda elettorale, animati dalla speranza di aver puntato sul padre, o madre, o sorella, o fratello piu’ grande che ci guidi e ci liberi dai guai.
Ma forse il modello di democrazia nel quale ci siamo inoltrati meriterebbe un’altra e migliore definizione. Forse dovremmo chiamarla una democrazia di followers, popolata di persone che pendono acriticamente dalle labbra dell’opinion maker di turno, come da quelle della influencer piu’ in voga, senza avere la capacita’ di sviluppare risorse cognitive proprie; anzi, senza nemmeno volerlo.
Da qui, opinioni pubbliche fragili, incapaci di formulare autonomamente un pensiero critico; incapaci di riconoscere cause ed effetti nel disastro sociale prodotto dal neoliberismo; indotte a recitare bovinamente il mantra «There Is No Alternative», interiorizzato al punto da crederci fermamente, come a un dogma di fede; indotte a pensare che un altro mantra, «bisogna abbassare le tasse», porti a mondi di felicita’ al solo pronunciarlo.
Tristemente senza rendersi conto che l’abbassamento delle tasse ha favorito clamorosamente solo pochissimi soggetti, danneggiando (forse irreparabilmente) le strutture sanitarie, educative e assistenziali pubbliche di cui avrebbero il massimo bisogno proprio coloro che non hanno tratto che miseri benefici dal neoliberismo degli ultimi quarant’anni.

Info:
https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/la-fragile-democrazia-dei-follower-il-like-al-posto-del-voto-atxsrm5k
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/banti-5.pdf
https://www.letture.org/la-democrazia-dei-followers-neoliberismo-e-cultura-di-massa-alberto-mario-banti
https://www.pandorarivista.it/articoli/la-democrazia-dei-followers-di-alberto-mario-banti/
https://www.lacittafutura.it/recensioni/la-democrazia-dei-followers

Economia di mercato/Banti

Alberto Mario Banti – La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa – Laterza (2020)

In breve, le politiche neoliberiste poggiano su quattro mosse fondamentali:
a) una drastica riduzione della pressione fiscale, soprattutto sui redditi molto alti: in questo modo si pensa che la piu’ ampia disponibilita’ di risorse possa stimolare gli animal spirits dei grandi investitori e degli imprenditori, sollecitando l’adozione di soluzioni tecnologicamente innovative; per questo si pensa anche che le risorse date ai ricchi possano indirettamente beneficiare anche il resto della popolazione;
b) questa netta riduzione della pressione fiscale comporta un piu’ magro bilancio a disposizione dei governi; ne deriva un taglio progressivo e in qualche caso molto pesante della spesa pubblica, che non risparmia settori chiave della vita collettiva (dal sistema sanitario a quello educativo, a quello assistenziale, alle infrastrutture e comunicazioni);
c) a tutto cio’ si collega un culto mistico del «mercato autoregolato» in nome del quale si realizzano ampi piani di privatizzazioni: le aziende possedute dallo Stato vengono messe sul mercato e vendute al miglior offerente, e non importa che siano aziende da ristrutturare o che siano aziende promettenti dal punto di vista delle performance economiche; giacche’ il principio e’ che un operatore privato (persona fisica o corporation che sia) e’ un attore economico piu’ razionale ed efficiente di qualunque agenzia che appartenga allo Stato, inesorabilmente dipendente da logiche politiche estranee alla piu’ pura razionalita’ economica;
d) infine, sempre in nome dello stesso principio, si procede con la «deregulation», ovvero l’attenuazione dei limiti e dei controlli che lo Stato esercita sulle attivita’ produttive: una decisione che ha comportato – tra le altre cose – un monitoraggio meno severo sulle condizioni effettive in cui i lavoratori svolgono le loro attivita’; e un monitoraggio ancor meno severo sui processi di inquinamento, i quali hanno contribuito all’accelerazione di imponenti cambiamenti climatici che, alla lunga, potrebbero avere conseguenze disastrose per la stessa sopravvivenza della specie umana.
Lo sviluppo delle politiche neoliberiste ha coinciso e si e’ intrecciato con il pieno dispiegamento della globalizzazione nelle sue plurime declinazioni.

Info:
https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/la-fragile-democrazia-dei-follower-il-like-al-posto-del-voto-atxsrm5k
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/banti-5.pdf
https://www.letture.org/la-democrazia-dei-followers-neoliberismo-e-cultura-di-massa-alberto-mario-banti
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Societa’/Banti

Il culto della performance e del successo individuale e’ diventato la proiezione concreta della brutale affermazione della Thatcher secondo cui «la societa’ non esiste».
Non e’ che non esista: non deve esistere. O meglio, non deve esistere la socialita’, la cooperazione, l’identita’ collettiva. Esistono individui singoli. E sono o pedine in una scacchiera, anonime, sacrificabili; o individui di successo […]
L’esaltazione delle virtu’ imprenditoriali, delle virtu’ del mercato, della competizione, del profitto, ha assunto forme dirette e indirette. E queste ultime sono, in fondo, le piu’ efficaci. L’idea che ogni esperienza umana, ogni attivita’ professionale, ogni forma del sapere possa essere tradotta in una competizione che ha come posta un compenso monetario risale ai primordi della televisione e ha, naturalmente, nello spettacolo degli sport professionistici (a loro volta determinanti per i palinsesti dei mezzi di comunicazione di massa) un modello fondamentale.
Col passare del tempo le trasmissioni di intrattenimento basate su una competizione tra concorrenti hanno occupato parti crescenti dei palinsesti televisivi: competizioni canore, competizioni di aspiranti chef, competizioni in giochi surreali, competizioni in giochi disgustosi, competizioni basate sulle conoscenze o sulla memoria, hanno monopolizzato l’attenzione del pubblico.
E implicitamente hanno avvalorato l’idea che la competizione archetipica, quella combattuta dagli imprenditori sul libero mercato, sia il migliore dei modelli ai quali ci si puo’ ispirare […]
Le trasmissioni «di competizione» non vogliono offrire un’accurata trasposizione simbolica del sistema di mercato, ma vogliono magnificare le qualita’ positive astratte di chi vince la competizione: e in definitiva suggeriscono che vincere, avere successo, e’ cio’ che veramente conta. Il tutto «garantito», per cosi’ dire, dalle vere star di questi format televisivi, che non sono tanto i concorrenti (i quali hanno una breve notorieta’ per lo spazio della competizione, e poi spariscono), quanto i giudici, che nella finzione narrativa ricoprono questo ruolo per le loro grandi qualita’ professionali, certificate dal potere anonimo di una qualche invisibile entita’ superiore che li ha scelti.
Il potere assoluto col quale questi giudici emettono i loro verdetti e’ apprezzato dal pubblico, che ne e’ rassicurato e che puo’ scegliere tra referees dal profilo militaresco e repressivo e referees dal profilo piu’ gentilmente paternalistico […]
«Senza rendercene conto, senza aver mai deciso di farlo, siamo passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una societa’ di mercato. La differenza e’ questa: un’economia di mercato e’ uno strumento – prezioso ed efficace – per organizzare l’attivita’ produttiva. Una societa’ di mercato e’ un modo di vivere in cui i valori di mercato penetrano in ogni aspetto dell’attivita’ umana. Un luogo dove le relazioni sociali sono trasformate a immagine del mercato».
E cosi’, per esempio, le unita’ sanitarie diventano «aziende». I loro amministratori, scelti dai politici, sono – in primo luogo – dei contabili che devono far quadrare un (magro) bilancio. Gli istituti di istruzione sono sottoposti a valutazioni numeriche sulla base di un insieme di variabili che qualche team ha predeterminato in modo da poter alla fine stilare una classifica (come se ci fosse il campionato degli istituti di istruzione o delle universita’). Il sapere scientifico si misura in «crediti» […]
Passando poi rapidamente dal micro al macro, e’ inevitabile osservare che i paesi stessi e le loro economie sono valutati da entita’ di cui si accetta l’autorevolezza senza neanche chiedersi da chi siano composte (Moody’s; Standard & Poor’s; Fitch Ratings); spesso senza neanche sapere che sono aziende private, una delle quali (Moody’s) quotata in Borsa; ma subendone collettivamente le valutazioni come se fossero i verdetti dell’oracolo.
In un contesto di questo tipo, solo gli eroi vincenti hanno il diritto di emergere, di essere conosciuti per nome e cognome. Tutti gli altri sono numeri. Statistiche. A volte statistiche cinicamente redatte: quanti morti ci possiamo permettere prima di dover fare una seria manutenzione delle infrastrutture? Quanti contagi ci possiamo permettere per consentire agli imprenditori di riaprire le loro attivita’ durante la pandemia? Quanti bambini e bambine possiamo far ammalare, rimandandoli a scuola al piu’ presto possibile, in modo che le mamme possano rientrare in fabbrica o in ufficio?

Info:
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Societa’/Banti

Alberto Mario Banti – La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa – Alberto Mario Banti – Laterza (2020)

Quali risposte politiche sono state date ai processi di globalizzazione e all’aumento delle disuguaglianze causate dalle politiche neoliberiste?
Alla globalizzazione hanno risposto in modo molto vocale e, negli ultimi anni, con un crescente successo movimenti e partiti che vengono definiti variamente populisti o sovranisti, ma che io tenderei a chiamare neo-nazionalisti – dalla Lega ai movimenti pro-Brexit, al Rassemblement National, a Vox, e molti altri ancora.
Qui il tema della geografia e’ centrale, e molto presente nel modo di ragionare dei leader di questi partiti: nei loro programmi e’ fondamentale la contrapposizione ai processi di globalizzazione, in difesa dello spazio geografico del proprio Stato-nazione, considerato come una fortezza assediata dai flussi fisici di persone, cosi’ come dalla concorrenza economica straniera.
Tutto cio’ intorno alla ricostruzione di un’identita’ nazionale che e’ declinata in modi a volte differenti, ma che ha un orientamento xenofobo, filo-cristiano e tradizionalista dal punto di vista dei rapporti di genere […]
Molto vocale, dunque, la reazione antiglobalizzazione di questi partiti che viceversa sono del tutto silenti per quanto riguarda gli effetti sociali prodotti dal neoliberismo “giacché” i neo-nazionalisti incorporano senza alcun problema le politiche neoliberiste nei loro programmi di governo.
Semmai – quando sembra retoricamente opportuno – scaricano la responsabilita’ dei dissesti sociali alternativamente sui migranti o sull’Unione Europea, o su singoli paesi o gruppi di paesi al suo interno.

Info:
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Societa’/Banti

Alberto Mario Banti – La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa – Laterza (2020)

Quasi nessuno dei grandi eventi storici che hanno avuto luogo in questo periodo (dall’imperialismo alla Grande Guerra, al fascismo, al nazismo) puo’ essere davvero compreso senza osservare l’impatto comunicativo travolgente (e profondamente divisivo) del discorso nazionalista, che sul piano europeo si strutturava intorno a tre semplici ed efficaci figure profonde.
La prima e’ l’immagine della parentela.
Ed e’ proprio attraverso il riferimento a un’immagine cosi’ semplice e facilmente comprensibile che prende forma una delle fondamentali matrici del discorso nazionale. Descrivere la nazione come un sistema parentale, cioe’ come un reticolo di relazioni che si estende verso le generazioni passate, agisce nel presente per i membri della comunita’, e si proietta verso le generazioni future, significa essenzialmente due cose. Intanto vuol dire immaginare la nazione come una comunita’ genealogica dotata di un suo specifico passato storico. Inoltre vuol dire enfatizzare molto l’importanza dei legami biologici come cemento della comunita’ nazionale, il che spiega l’ampio ricorso a termini come «razza», «stirpe», «sangue», «ius sanguinis» per illustrare il tipo di relazioni che legano tra loro i membri della medesima comunita’ nazionale.
Cio’ detto, si capisce anche perche’ il discorso nazionale sia espresso attraverso l’utilizzazione sistematica di un lessico che rimanda all’universo della famiglia: la terra nazionale e’ la «madre-patria»; i leader del movimento sono i «padri della patria»; la comunita’ nazionale e’ composta da «fratelli» e da «sorelle» […]
Questa operazione acquista una forza ancora maggiore perche’ si collega a una seconda figura profonda, quella del sacrificio che, introducendo nell’universo simbolico della nazione i temi della sofferenza e della morte, trasforma l’ideologia nazionale in un sistema discorsivo «quasi-religioso». Il dovere morale di sacrificarsi per la patria, fino alla morte, acquista risonanze particolari attraverso l’ampio uso del termine «martirio», un concetto estratto di peso dalla tradizione simbolica cristiana […]
Il senso fondamentale del nesso sta nel significato della parola «martirio», che vuole dire «testimonianza della propria fede, attraverso il proprio sacrificio» […]
E’ proprio questo modo di affrontare il dolore e la morte che conferisce un tono para-religioso al discorso nazionalista. Ed e’ in questo modo che si spiega il frequentissimo ricorso che gli speaker nazionalisti fanno a termini di derivazione religiosa come «fede», «missione», «rigenerazione», «Risorgimento» (parola che in origine significa solo «resurrezione»), «guerra santa», «crociata».
I valori etici incorporati in questo sistema simbolico sono completati da una terza figura profonda costruita intorno al concetto di «onore». Nelle narrative nazionaliste otto-novecentesche si incontra una sorprendente quantita’ di storie di stupri che vengono tentati dai nemici (o dai traditori) a danno delle caste e pure eroine nazionali. Queste storie si risolvono essenzialmente in tre modi: se l’eroina nazionale viene violata, muore a causa di un irresistibile breakdown psicofisico; oppure si suicida prima di essere violata; o ancora, viene salvata prima di essere stuprata, grazie al tempestivo intervento degli eroi nazionali.
Al di la’ delle ossessioni maschili che evidentemente animano queste fantasie, cio’ che e’ importante, nel funzionamento del discorso nazionale, e’ l’evocazione della necessita’ di difendere l’onore collettivo attraverso la difesa dell’integrita’ delle donne della nazione. Cio’ che si deve proteggere, in questo caso, e’ l’incorruttibilita’ della linea genealogica, che e’ l’asse essenziale della nazione come comunita’ di discendenza. E che le storie di stupro si concludano o col salvataggio della donna o con la sua morte, e’ una soluzione narrativa che deve rassicurare la comunita’ nazionale, dicendo essenzialmente che nessun ceppo meticcio potra’ mai corrompere la purezza della discendenza genealogica.

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