In letteratura si suole differenziare, nell’ambito delle politiche di workfare, tra Stato sociale attivatore «punitivo» e Stato sociale attivatore «abilitante»: il primo concentrato sull’utilizzo di meccanismi coercitivi volti a spingere i disoccupati nel lavoro, il secondo piu’ attento a fornire gli strumenti con cui attrezzarli a essere appetibili per il mercato del lavoro.
Chi opera una simile distinzione fornisce un giudizio negativo limitatamente allo Stato sociale attivatore punitivo: questo non solo non predispone politiche del lavoro adattate «ai bisogni delle persone», ma finisce per penalizzarle e in ultima analisi per scaricare «sulle famiglie i compiti di sostegno dei propri membri piu’ deboli».
Sarebbe invece diverso il discorso ove riferito allo Stato sociale attivatore abilitante, che opererebbe invece per favorire lo «sviluppo delle risorse umane», e cosi’ facendo beneficerebbe i disoccupati.
A ben vedere la distinzione tra Stato sociale attivatore punitivo e abilitante, sebbene indichi una preferenza per specifiche modalita’ volte a spingere i disoccupati nel lavoro, non appare tale da consentire giudizi differenziati circa il segno delle politiche di volta in volta perseguite.
In entrambi i casi si tratta invero di assolvere alla medesima funzione: consentire ai datori di lavoro di arruolare maestranze sulla base di una relazione di lavoro precaria e svalutata, ovvero instabile e inidonea a consentire la conduzione di una vita libera e dignitosa […]
Non solo. Se i pubblici poteri integrano o sostituiscono i salari con risorse dalla fiscalita’ generale e’ anche per pacificare e in tal senso spoliticizzare il mercato, ovvero per «rendere compatibile con la stabilita’ sociale una distribuzione del reddito sempre piu’ sperequata a danno dei salariati».
Stato/Somma
Abolire il lavoro povero – Alessandro Somma – La- terza (2024)
