Societa’/Armao

Capitalismo di sangue – Fabio Armao – Laterza (2024)

Dopo la fine degli accordi di Bretton Woods e il crollo del comunismo, la globalizzazione ha alimentato (o imposto) intensi processi di deindustrializzazione nei paesi piu’ sviluppati e la delocalizzazione della produzione in aree a piu’ basso costo della manodopera e con minori standard di sicurezza.
Tra le conseguenze, ben note, basta ricordare la sostanziale riduzione della capacita’ di esazione fiscale da parte degli stati e l’altrettanto significativa perdita di potere contrattuale della classe operaia.
Tutto cio’ spiega il formarsi di un doppio capitalismo – analogo, per molti aspetti, al doppio stato che aveva caratterizzato la Germania nazista – in cui alla sfera della normalita’ se ne affianca una dell’eccezionalita’ e della discrezionalita’ che tende a sfruttare, istituzionalizzandoli, i vantaggi garantiti dall’occultamento.
In questa seconda sfera, il capitalismo tende a sottrarsi, e con un discreto successo, al controllo dei governi, rivendica una propria autonomia (arbitrarieta’), incarna il sogno (il delirio) dei liberisti piu’ estremi del mercato senza stato. Per farlo, si dota di una serie alquanto varia e sofisticata di enti e professionalita’: agenzie di intermediazione creditizia esterne al sistema bancario vero e proprio e sottratte agli organi di controllo (shadow banking); paesi che offrono regimi fiscali preferenziali (anche all’interno dell’Unione Europea, mettendosi in concorrenza con gli altri stati membri); paradisi fiscali e centri offshore (offrono spazio giuridico – leggi: immunita’ – anche ai non residenti); infine, spostandosi nella dimensione virtuale, protocolli darknet e criptovalute […]
[E’] evidente che l’esistenza di questa sfera di eccezionalita’ costituisce un autentico attentato alla sovranita’ economica e finanziaria degli stati […]
Al doppio capitalismo si deve anche la soluzione dell’annoso dilemma cha ha afflitto le sinistre europee, alla ricerca di un compromesso tra liberismo e welfare, che consiste nella proposta di una terza via che si sta rivelando oltremodo efficace: il crony capitalism [capitalismo clientelare]. Una soluzione che mette d’accordo un Trump, un Putin e un Xi Jinping a prescindere dalle loro eventuali rivalita’ politiche o, piu’ probabilmente, commerciali; basata sulla costruzione di fitte trame di reti clientelari tra politici e amministratori locali, da un lato, e imprenditori, dall’altro; e che puo’ estendersi con facilita’ a livello transnazionale.
Una terza via, il capitalismo clientelare, che sembra alla fine in grado di accontentare un po’ tutti; ma che, in realta’, comporta una distrazione di risorse pubbliche spesso molto cospicue a esclusivo vantaggio dei soliti noti, e una distorsione continua dei normali meccanismi della libera concorrenza. Perche’ si basa su scambi reciproci, su favoritismi, tra attori che appartengono comunque a una stessa rete sociale fatta di patroni e di clienti, a carattere quindi sempre privatistico e non certo universale.
Che tale rete entri in gioco a livello locale per l’aggiudicazione di un appalto o nel parlamento europeo per gestire un traffico di influenze, cambia davvero poco. Cio’ che rileva, piuttosto, e’ che prefigura il superamento della legittima attivita’ di lobbismo e trasforma la corruzione da illecito occasionale in un autentico indotto economico, destinato percio’ ad assumere un carattere sistemico.

Info:
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/IL_FATTO_QUOTIDIANO_27012024.pdf
https://www.micromega.net/author/fabio-armao/ 

https://www.globalist.it/culture/2024/03/25/capitalismo-di-sangue-analisi-su-conflitti-globali-e-crisi-economica/

Economia di mercato/Slobodian

Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia – Quinn Slobodian – Einaudi (2023)


La fine degli imperi e la fine del comunismo hanno generato una frotta di nuovi Stati-nazione sovrani mentre anche un’altra forma politica stava iniziando ad apparire.
Dagli anni Novanta in poi, e in modo sempre crescente fino ai giorni nostri, allo Stato-nazione si e’ aggiunta la nuova entita’ della zona.
Le zone ci aiutano a ripensare la globalizzazione come una frammentazione della cartina in quella che gli studiosi chiamano «l’economia-arcipelago dell’offshore», con i territori impegnati in un’incessante competizione per attirare clienti, risparmiatori e investitori errabondi […]
Stiamo iniziando a scoprire qualcosa di piu’ su un particolare tipo di zona, il paradiso fiscale.
Ma considerare la zona come uno strumento degli «accumulatori di ricchezza» e’ insieme vero e non abbastanza.
Dobbiamo comprendere come, per gli integralisti del mercato, la zona non sia stata semplicemente un mezzo per raggiungere un fine economico, ma l’ispirazione per la riorganizzazione della politica globale nel suo insieme.
Per la destra capitalistica, la zona svolge varie funzioni. Lo spettro della zona e la correlata minaccia di fuga dei capitali servono a ricattare e portare all’estinzione i resti dello Stato sociale in Europa occidentale e Nordamerica.

Info:
https://left.it/2023/11/23/il-capitalismo-dellaframmentazioneche-alimenta-le-derive-autoritarie/
https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/
https://jacobinitalia.it/capitalismo-fuori-controllo/
https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-capitalismo-della-frammentazione

Economia di mercato/Wolf

La crisi del capitalismo democratico – Martin Wolf – Einaudi (2024)


A rendere inefficace la tassazione delle societa’ sono soprattutto l’erosione della base imponibile mediante il trasferimento dei profitti e la concorrenza fiscale.
Per erosione dell’imponibile e trasferimento dei profitti s’intende la possibilita’ di dichiarare i profitti in giurisdizioni che applicano aliquote piu’ basse.
I principali strumenti che le corporation hanno a disposizione a questo scopo sono: il trasferimento della proprieta’ intellettuale nei paradisi fiscali; la deducibilita’ del debito per abbassare i profitti dichiarati nelle giurisdizioni ad alta tassazione; infine, la manipolazione dei prezzi dei trasferimenti infragruppo allo scopo di spostare i profitti nelle giurisdizioni a bassa tassazione.
Il trasferimento dei profitti nelle giurisdizioni con una pressione fiscale bassa si presta particolarmente bene alle esigenze delle aziende digitali, dato che e’ difficile stabilire con certezza dove operano.
Ma se ne servono ampiamente anche le aziende del settore delle scienze della vita, le cui attivita’ consistono soprattutto di proprieta’ intellettuale.
A tutto cio’ bisogna aggiungere la corsa al ribasso delle aliquote sui redditi societari alimentata dalla concorrenza fiscale tra le diverse giurisdizioni.
Ne e’ un esempio l’abbattimento dell’imposta sulle societa’ negli Stati Uniti deciso dall’amministrazione Trump […]
Nel 2015, per esempio, circa meta’ dei profitti esteri delle multinazionali americane non petrolifere risultava in paesi con aliquote effettive del 27 per cento, mentre la meta’ restante veniva dichiarata in paradisi fiscali con aliquote effettive del 7 per cento.
La possibilità di trasferire i profitti praticamente ovunque per sottrarli al fisco e’ persino piu’ dannosa della semplice estrazione di rendita, perche’ determina effetti distorsivi sulla concorrenza. Infatti, le piccole imprese nazionali che le loro tasse le pagano sono molto svantaggiate rispetto alle grandi corporation che invece giocano sporco […]
Un altro esempio (seppure con conseguenze piu’ limitate) e’ l’esenzione del carried interest dall’imposta sul reddito. Il carried interest e’ quella particolare modalita’ di remunerazione, sottoforma di commissioni di incentivo, percepita dai manager (o general partners) di fondi di private equity e di fondi comuni speculativi (hedge funds). Le norme fiscali in vigore prevedono che queste remunerazioni vengano tassate come plusvalenze, e non come reddito. Cosi’, ad alcune delle persone meglio pagate al mondo si accordano aliquote fiscali su misura (e molto piu’ leggere). Perche’ e’ palese che il carried interest non e’ una plusvalenza. Piuttosto, e’ un reddito incerto, come puo’ esserlo quello di uno scrittore. Se fosse una plusvalenza, allora dovrebbe esserci la possibilita’ di incorrere in una perdita di capitale, mentre in effetti il carried interest non comporta perdite, tutt’al piu’ nella peggiore delle ipotesi si riduce a zero. Quindi e’ un reddito, e come tale andrebbe tassato.

Info:
https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/08/05/news/il-mondo-di-oggi-si-e-rotto-a-margine-del-libro-di-martin-wolf-6818502/
https://www.ilmonocolo.com/post/la-crisi-del-capitalismo-democratico

https://www.editorialedomani.it/economia/libro-martin-wolf-bh9jht73

Stato/Piketty

Uguaglianza. Che cosa significa e perche’ e’ importante – Thomas Piketty, Michael J. Sandel – Feltrinelli (2025)


Gli Stati hanno concesso alle persone il diritto di movimentare qualsiasi cosa tra i Paesi a proprio piacimento, senza alcun obbligo collettivo.
Cosi’ tu puoi accumulare ricchezza, per esempio, negli Stati Uniti, in Francia o in Germania, sfruttando ogni infrastruttura pubblica, il sistema giudiziario, le scuole e gli ospedali su cui i lavoratori fanno affidamento, su cui tu fai affidamento. E poi, acquisisci il diritto di premere un pulsante e trasferire questa ricchezza in un’altra giurisdizione senza possibilita’ per il governo nazionale di seguirti e tassarti. Dopodiche’, il governo dice ai cittadini: “Accidenti, non sappiamo dove sia finita la ricchezza. Non c’e’ nulla che possiamo fare”.
Se non fosse che e’ stato proprio il governo ad aver contribuito a costruire questo sistema legale internazionale incredibilmente sofisticato, che permette a qualcuno di premere un pulsante e trasferire la ricchezza. C’e’ una certa dose di ipocrisia.
Abbiamo iniziato a costruire un sistema giuridico internazionale pensato essenzialmente per permettere ai piu’ ricchi di sfuggire ai propri doveri verso il bene comune, e poi facciamo finta che sia normale […]
Facciamo un esempio molto concreto.
Supponiamo di essere in Francia e che il Paese voglia tassare i profitti aziendali al 30 per cento. Gli altri Paesi che esportano da noi – Paesi europei come i Paesi Bassi o l’Irlanda e altri come la Cina, il Brasile o gli Stati Uniti – tassano i profitti aziendali soltanto al 10 per cento, al 15 o allo 0 per cento. Potremmo ipotizzare un’analoga asimmetria con la carbon tax o con altre regolamentazioni sociali o ambientali. Ebbene, penso che la Francia dovrebbe dire: “Voi volete esportare qui da me beni e servizi, ma dal mio punto di vista rilevo un disavanzo fiscale, perche’ i produttori con sede sul territorio francese pagano un’imposta aziendale del 30 per cento mentre i vostri pagano il 10 per cento. Quindi, c’è un disavanzo fiscale del 20 per cento e io vi faro’ pagare la differenza quando esporterete i vostri beni e servizi qui da me”.
Non si tratta di protezionismo standard. La differenza e’ che, se l’altro Paese innalza al 30 per cento l’aliquota fiscale o il prezzo dei combustibili fossili al nostro stesso livello, non ci sara’ sanzione commerciale.
E’ molto diverso dal protezionismo classico, nel senso che e’ un tentativo di portare tutti a standard piu’ elevati.

Info:
https://www.pandorarivista.it/articoli/una-breve-storia-dell-uguaglianza-di-thomas-piketty/
https://www.doppiozero.com/piketty-e-sandel-la-sfida-delluguaglianza

https://www.casadellacultura.it/1305/la-storia-maestra-di-uguaglianza
https://www.repubblica.it/venerdi/2025/04/30/news/thomas_piketty_ricchi_e_poveri_uguaglianza-424157531/
https://www.corriere.it/economia/finanza/20_novembre_25/piketty-l-uguaglianza-conquistatadella-svezia-1cf028a0-2f59-11eb-92d0-88841ccfa2bb.shtml

Europa/Scheidler

La fine della megamacchina. Sulle tracce di una civiltà al collasso – Scheidler Fabian – Castelvecchi (2024)


I giganteschi sussidi al petrolio sostengono in modo ingente anche l’industria automobilistica, in crisi in tutto il mondo.
Se i veri costi del petrolio venissero trasferiti sui prezzi della benzina, guidare un’auto sarebbe inaccessibile per la maggior parte delle persone e il settore crollerebbe […]
Anche il settore aeronautico, che e’ responsabile della quota di gas serra in piu’ rapida crescita, viene sovvenzionato in modo ingente. Le sue infrastrutture, in particolare la costruzione di aeroporti, sono pagate principalmente dai contribuenti. Il carburante per aerei non e’ tassato in tutto il mondo e l’aviazione e’ anche esclusa dai negoziati sul clima delle Nazioni Unite […]
I produttori di aerei Airbus e Boeing ricevono per via diretta o indiretta iniezioni di denaro dallo Stato per miliardi di euro. Senza tutti questi sussidi, sarebbe impensabile che volare in Europa sia piu’ economico che viaggiare in treno.
L’agricoltura industriale, anch’essa uno dei maggiori killer del clima, e’ sovvenzionata dalla sola Unione Europea per un ammontare di circa cinquanta miliardi di euro ogni anno […]
Praticamente tutte le grandi societa’ traggono profitto dalla rete di paradisi fiscali e di scappatoie fiscali create dagli Stati e, nonostante tutti i discorsi a parole, ostinatamente mantenute. Solo nell’Unione Europea le perdite di entrate statali dovute all’evasione fiscale e all’economia sommersa ammontano a circa mille miliardi di euro all’anno. Con questa cifra si potrebbero pagare, sul medio periodo, tutti i debiti nazionali dell’UE.
Questo elenco, che potrebbe essere esteso per diverse pagine, dimostra che il “libero mercato” e’ un mito che serve a nascondere il fatto che le grandi imprese, apparentemente onnipotenti, possono sopravvivere solo grazie alla flebo dello Stato.
Questa constatazione e’ altamente esplosiva. Nelle democrazie, infatti, l’uso del denaro delle tasse e’ deciso, almeno in teoria, dai Parlamenti eletti dai cittadini. E i cittadini potrebbero in linea di principio decidere che tutti questi trilioni di euro non debbano piu’ confluire nei settori piu’ distruttivi del pianeta, ma nella ristrutturazione socio-ecologica. In questo consiste una delle leve piu’ potenti per una profonda trasformazione della societa’.

Info:
https://www.goethe.de/ins/it/it/sta/rom/ver.cfm?event_id=26236804
https://www.rivoluzioneanarchica.it/fine-della-megamacchina-un-libro-di-fabian-scheidler/

https://www.officinadeisaperi.it/agora/il-senso-delle-parole/cosi-la-megamacchina-neoliberista-sta-distruggendo-il-nostro-mondo-da-il-fatto/
https://www.ilfattoquotidiano.it/fq-newsletter/fatto-for-future-del-26-marzo-2024/

 

Economia di mercato/Scheidler

La fine della megamacchina. Sulle tracce di una civiltà al collasso – Scheidler Fabian – Castelvecchi (2024)


Per rimettere in moto la macchina del denaro e ripristinare il potere sociale minacciato, i detentori di capitale si sono avvalsi di una serie di strategie tipiche delle fasi di contrazione economica: in primo luogo, si impegnarono a fondo per ridurre i costi dei fattori produttivi, ossia i salari, le tasse e i costi delle risorse.
Per spingere al ribasso i salari e le tasse, esistevano anche in questo caso diversi modi: lotta ai sindacati, ai salari minimi legali e agli standard lavorativi; delocalizzazione della produzione verso Paesi con manodopera a basso costo; finanziamento di campagne per la riduzione delle imposte sulle imprese; trasferimento delle sedi aziendali in paradisi fiscali, ecc. […]
La seconda reazione, anch’essa tipica delle fasi di contrazione, fu un’espansione delle attività speculative […]
Si dice spesso che la speculazione e’ sostanzialmente un gioco a somma zero per quanto riguarda la totalita’ degli speculatori; ma nella pratica le cose vanno diversamente. Infatti, mentre i profitti confluiscono nelle mani dei privati durante la fase di espansione di una bolla speculativa, non appena questa scoppia, le casse pubbliche sono solitamente pronte a compensare gran parte delle perdite e a scaricarle sulla societa’ in generale.
Un esempio tipico e’ la grande crisi bancaria e immobiliare degli Stati Uniti del 1982, nota come “Savings and Loan Crisis”: dopo lo scoppio della bolla, il settore pubblico si e’ assunto la responsabilita’ dei costi per ben 124 miliardi di dollari, mentre le societa’ private hanno dovuto coprire perdite per soli 29 miliardi. Questo schema si e’ ripetuto dall’inizio degli anni Ottanta nelle innumerevoli crisi bancarie e finanziarie, fino alla crisi finanziaria globale del 2008 e alla successiva “crisi dell’euro”. Per rendere la speculazione redditizia in modo duraturo, pertanto, non solo è necessario abolire le norme ostruzionistiche, ma anche garantire che le perdite speculative non siano sostenute dagli stessi speculatori. Sebbene questo principio sia incompatibile con l’ideologia neoliberista, esso ha ricoperto fin dall’inizio un ruolo cruciale nella pratica”

Economia di mercato/Volpi

I padroni del mondo – Alessandro Volpi – Laterza (2024)


E’ interessante a questo riguardo chiarire come fa [Amazon], un colosso di simili dimensioni, a non pagare, praticamente, imposte.
La risposta e’ rintracciabile in uno schema fiscale che, apparentemente, e’ molto semplice. Esiste una societa’ di diritto lussemburghese, la Amazon Europe Holding Technologies Scs (Aeht), che ha il diritto legale di utilizzare la proprieta’ intellettuale di Amazon al di fuori dei confini degli Stati Uniti.
Dal momento che si tratta di una realta’ giuridica prevista dall’ordinamento del Lussemburgo, denominata “non-resident partnership”, qualsiasi somma ricevuta da altre societa’ del gruppo Amazon in cambio del diritto di utilizzare tale proprieta’ intellettuale e’ esente da imposte in Lussemburgo.
Esiste poi una seconda societa’, Amazon Eu Sarl, che gestisce le attivita’ europee di Amazon e che paga alla Aeht centinaia di milioni di euro in “diritti di autore” per la proprieta’ intellettuale di intangibles sfruttati dalle societa’ operative. Il costo dei canoni e’ deducibile dal reddito e va ad abbassare il reddito imponibile di questa societa’, e quindi la sua tassazione effettiva, che di fatto, per effetto delle perdite dovute ai pagamenti, non esiste.
Il passaggio finale della strategia prevede il trasferimento dei canoni da Aeht alla societa’ statunitense di Amazon, per le commissioni legate al diritto di concedere in licenza tale proprieta’ intellettuale in Europa. In altre parole, un paese europeo permette che esista una societa’ a cui vengono versati miliardi di euro senza che paghi imposte e che un’altra societa’, quella “reale”, gli versi miliardi di euro in canoni per abbattere artificialmente i propri profitti e quindi non pagare imposte. In pratica uno dei piu’ grandi monopolisti del mondo opera nell’Unione Europea senza versare un euro grazie alle regole di un paese europeo.

Info:
https://www.thedotcultura.it/alessandro-volpi-ecco-chi-sono-i-padroni-del-mondo/
https://valori.it/fondi-padroni-mondo-libro-alessandro-volpi/

https://altreconomia.it/chi-controlla-i-padroni-del-mondo/
https://sbilanciamoci.info/i-fondi-dinvestimento-padroni-del-mondo/

Finanziarizzazione/Marcon

Giulio Marcon – Se la classe inferiore sapesse. Ricchi e ricchezze in Italia – People (2023)

I super-ricchi vivono ormai in modo crescente in un territorio senza Stato.
Vivono a Londra e New York. Hanno il conto bancario a Ginevra. Fanno shopping a Milano e a Parigi. E mettono i loro asset nelle compagnie offshore delle Isole Vergini.
I manager di HSBC potrebbero vedere in cio’ i segni di una nuova epoca di diseguaglianza, ma non se ne accorgono. Un rapporto di HSBC ha evidenziato che lo Stato si sta ritirando dal welfare.
I ricchi “senza Stato” evitano di pagare le tasse nel loro paese, verso il quale provano ben poca fedelta’. Per cui trovano molto piu’ sensato fare le loro operazioni nei paradisi fiscali e nelle banche svizzere» […]
I super-ricchi stateless (‘senza stato’): ormai sono degli apolidi cosmopoliti. Non e’ lo spirito di solidarieta’ che faceva dire piu’ di un secolo fa ai proletari “la nostra patria e’ il mondo intero”, ma sono l’egoismo e il privilegio a far muovere i ricchi per il pianeta alla ricerca del posto migliore dove depositare i loro patrimoni esentasse: la loro patria sono i loro soldi.
La ricchezza apolide non e’ caduta dal cielo: e’ il risultato delle politiche neoliberiste di questi anni. E in particolare della circolazione incontrollata e senza regole dei capitali, della finanziarizzazione (speculativa) dell’economia, della distruzione dello Stato nazionale e della perdita di potere delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali, della concorrenza fiscale tra gli Stati, del trattamento di favore verso la ricchezza e i grandi patrimoni.

Info:
https://altreconomia.it/se-la-classe-inferiore-sapesse-chi-sono-i-ricchi-e-perche-continuano-a-essere-ammirati/
https://www.lafionda.org/2024/01/09/se-la-classe-inferiore-sapesse/
https://www.ossigeno.net/post/se-la-classe-inferiore-sapesse
https://altreconomia.it/perche-sappiamo-cosi-poco-dei-ricchi/

Economia di mercato/Klein

Matthew C. Klein, Michael Pettis – Le guerre commerciali sono guerre di classe. Come la crescente disuguaglianza corrompe l’economia globale e minaccia la pace internazionale – Einaudi (2021)

Pensate a Apple. Ogni iPhone viene assemblato da Foxconn, una societa’ separata, usando componenti non prodotti da Apple.
Di per se’, Apple fabbrica pochi beni – di solito paga altri perche’ lo facciano. Eppure, gran parte del valore di ogni telefono arriva a Apple sotto forma o di profitti pagati agli azionisti o di salari pagati ai lavoratori americani che hanno sviluppato il software, progettato il prodotto finito e gestito le operazioni della societa’.
La produzione di ogni iPhone dovrebbe quindi generare esportazioni dai paesi che producono le componenti (principalmente Corea, Giappone e Taiwan), importazioni di quelle componenti nel paese in cui vengono assemblate (Cina), esportazioni dei telefoni finiti dal paese in cui sono stati assemblati (sempre Cina) ed esportazioni dal paese che ha prodotto il sistema operativo e il resto del software presente sull’iPhone prima della vendita (gli Stati Uniti).
Invece non e’ cosi’.
Buona parte del valore generato dall’attivita’ americana di Apple viene conteggiata come esportazione da un paradiso fiscale: sebbene la maggior parte del valore generato da Apple derivi dai suoi dipendenti negli Stati Uniti, molto del reddito di Apple si genera quando le vendite all’estero dei suoi prodotti sono ufficialmente pagate alle controllate di Apple in paradisi fiscali.
Il meccanismo esatto e’ complesso e si e’ evoluto nel tempo, ma la versione semplificata funziona piu’ o meno cosi’: prima di tutto, la controllata irlandese di Apple paga una commissione alla casa madre a Cupertino, in California, per coprire i costi di ricerca e sviluppo. Questa operazione vale come un’esportazione di servizi dagli Stati Uniti all’Irlanda. (La maggior parte delle esportazioni americane di servizi di ricerca e sviluppo finisce in paradisi fiscali, e la maggior parte delle importazioni irlandesi di servizi di ricerca e sviluppo proviene dagli Stati Uniti).
Il passo successivo e’ complicato. Secondo un’indagine internazionale pubblicata dal «New York Times» alla fine del 2016, l’impianto di Foxconn a Zhengzhou, in Cina – che assembla circa la meta’ di tutti gli iPhone – tecnicamente non e’ affatto in Cina, ma in una specie di terra di nessuno circondata da un confine doganale definita «zona franca». Questo permette a Foxconn di importare le componenti senza pagare i dazi cinesi. Non solo: grazie alla zona franca, Apple compra i telefoni finiti da Foxconn prima che siano entrati tecnicamente in Cina, poi li vende alle controllate in paradisi fiscali come l’Irlanda, e lascia che siano quelle controllate a vendere gli iPhone al resto del mondo dopo aver aggiunto un cospicuo margine di guadagno.
Questo permette a Apple di registrare il grosso dei suoi profitti in paesi dove paga meno tasse anche se i suoi telefoni vengono spediti da porti cinesi. Il risultato e’ che nell’anno fiscale 2017 Apple ha pagato imposte in misura pari al 18 per cento circa del suo reddito lordo, sebbene la societa’ si aspettasse di pagare un’aliquota intorno al 25 per cento […]
Apple non e’ certo la sola.
Anche Microsoft, per esempio, riporta che la sua aliquota fiscale effettiva negli anni fiscali 2015-17 e’ stata del 18 per cento circa […]
Anche Google ha pagato un’aliquota media effettiva di circa il 18 per cento. Cio’ puo’ essere spiegato solo in parte dalle inferiori aliquote fiscali previste per le societa’ presso i principali partner commerciali degli Stati Uniti. Almeno altrettanto importante e’ la capacita’ di queste aziende di riportare i loro profitti in paesi con aliquote fiscali effettive prossime allo zero

Info:
https://www.lavoce.info/archives/68783/guerre-commerciali-e-disuguaglianze/
https://www.repubblica.it/robinson/2020/08/18/news/bentornata_cara_vecchia_lotta_di_classe-300827708/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/11/i-super-ricchi-alla-base-delle-crisi-come-evitarlo-misure-fiscali-parla-lautore-del-libro-che-lega-guerre-commerciali-e-lotta-di-classe/6009245/

Europa/Collier

Paul Collier – Il futuro del capitalismo. Fronteggiare le nuove ansie – Laterza (2020)

Le grandi aziende si sono globalizzate, trasformandosi in reti giuridicamente complesse di consociate che hanno reciproci rapporti commerciali ma sono controllate da una societa’ madre.
Per questo tipo di imprese, il pagamento delle imposte e’ diventato un’attivita’ volontaria.
In Gran Bretagna, l’esempio piu’ efficace e’ quello della Starbucks: nonostante abbia venduto miliardi di tazze di caffe’, nel corso di un intero decennio la sua consociata britannica non ha praticamente fatto registrare profitti tassabili. E’ trapelato che un’altra consociata, con sede legale nelle Antille olandesi, stava facendo profitti notevolmente elevati nonostante non vendesse affatto caffe’; vendeva invece i diritti di utilizzazione del marchio «Starbucks» alla consociata britannica. La compagnia ha annunciato con tono indignato di aver versato tutte le imposte dovute nelle Antille olandesi, sebbene abbia omesso di ricordare che li’ l’aliquota fiscale era pari a zero […]
Alla globalizzazione delle imprese non ha corrisposto la globalizzazione degli strumenti di regolamentazione.
I poteri fiscali e di regolamentazione sono rimasti saldamente ancorati al livello nazionale […]
I nostri meccanismi sovrannazionali di coordinamento – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea, il G7 e il G20 – hanno perso la capacita’ di creare obbligazioni reciproche vincolanti sostenute sull’interesse individuale illuminato.
Ogni nazione preferisce gareggiare in una corsa alla deregolamentazione fiscale. Questa sconfitta della governance e’ stata l’aspetto peggiore della globalizzazione contemporanea.

Info:
https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858131060
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-futuro-del-capitalismo-di-paul-collier/
https://www.anobii.com/it/books/il-futuro-del-capitalismo/9788858131060/015fc8fc1b8b48e476/reviews