Geoeconomia/Zielonka

Democrazia miope. Il tempo, lo spazio e la crisi della politica – Jan Zielonka – Laterza (2023)


La migrazione e’ uno dei temi politici piu’ scottanti fra quelli legati alla gestione dello spazio globale.
Politici come l’ungherese Viktor Orban o l’italiano Matteo Salvini dichiarano che «i trafficanti di esseri umani» sono i principali responsabili delle migrazioni e accusano le ONG che cercano di aiutare i migranti di essere loro complici.
Ma la migrazione non e’ orchestrata dalle ONG e dai trafficanti; e’ primariamente causata da guerre e poverta’ – di cui sono in gran parte responsabili gli Stati. Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, la guerra in Siria ha costretto 6,6 milioni di siriani a lasciare il loro paese, e ho gia’ citato i milioni di persone messi in fuga dall’attacco russo all’Ucraina.
Naturalmente, la guerra in Siria ha molti ‘padri’, a cominciare dal presidente Bashar al-Assad. Ma occorre dire che le confuse politiche adottate nei confronti della Siria da Stati democratici come la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti non hanno facilitato la situazione. Infatti, il caso siriano mostra che tanto gli interventi esterni quanto il non-intervento possono avere effetti dannosi.
I casi dell’Afghanistan, della Iugoslavia, dell’Iraq, del Sudan, dell’Ucraina e della Libia mostrano un legame simile fra guerra, interventi stranieri e migrazione.
In ognuno di questi casi, si puo’ discutere della legittimita’ e della saggezza degli interventi stranieri, ma il legame fra guerra e migrazione e’ indubbio.

Info:
https://www.thewatcherpost.it/politica/democrazia-miope/
https://www.micromega.net/pangloss-nella-compressione-spazio-temporale-zielonka-e-harvey
https://www.thedotcultura.it/spazio-tempo-e-velocita-la-rifondazione-della-democrazia/

Lavoro/Somma

Abolire il lavoro povero – Alessandro Somma – Laterza (2024)

Il Novecento ci aveva abituato a ritenere che «poverta’ lavorativa» fosse un ossimoro: che la condizione occupazionale fosse di per se’ «una garanzia di sufficienza reddituale».
Il nuovo millennio ci ha invece mostrato quanto sia tornata in auge la condizione di coloro i quali, stando ai parametri piu’ diffusi e utilizzati tra gli altri da Eurostat, «lavorano per oltre la meta’ dell’anno e il loro reddito disponibile annuo equivalente e’ inferiore al 60% del livello di reddito mediano nazionale delle famiglie (dopo i trasferimenti sociali)».
Restituendoci il senso della parabola del lavoro: il suo essersi trasformato in «pura merce» e «solo affare di mercato».
Soprattutto, il nuovo millennio ci ha confermato il nesso inscindibile tra precarieta’ e poverta’, particolarmente evidente in tutte le tipologie contrattuali alternative al rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato. A riprova di come il patto di cittadinanza incentrato sul dovere di lavorare, inizialmente fondato su un accettabile compromesso tra capitale e lavoro, sia oramai definitivamente scardinato anche dal punto di vista della capacita’ di assicurare buona occupazione nel senso chiarito dalla Costituzione: stabile e retribuita in modo tale da garantire una vita libera e dignitosa.

Lavoro/Somma

Abolire il lavoro povero – Alessandro Somma – Laterza (2024)

La crisi economica provocata dalla pandemia ha fornito all’Europa unita l’occasione per tornare sul reddito minimo garantito […]
Una caratteristica fondamentale del reddito minimo garantito, alla base della sua distinzione dal reddito di base, e piu’ precisamente del suo essere funzionale all’edificazione di quanto in area tedesca viene efficacemente definito in termini di «Stato sociale attivatore»: lo Stato che spinge i disoccupati nel lavoro e fonda cosi’ un dovere di lavorare molto diverso da quello cui rinvia il patto di cittadinanza disegnato dalla Costituzione italiana.
Il secondo dovere e’ invero concepito per attuare il compromesso keynesiano ed e’ pertanto una contropartita per la garanzia di diritti concernenti l’emancipazione sociale e individuale […]
La raccomandazione contiene innanzi tutto una definizione della misura come forma di integrazione del reddito di carattere monetario, che mira a perseguire almeno due obiettivi: «combattere la poverta’ e l’esclusione sociale» e «perseguire livelli elevati di occupazione».
La definizione e’ ambigua perche’ sembra alludere al diritto al lavoro cui rinvia il patto di cittadinanza voluto dalla Costituzione italiana, e tuttavia non e’ questo l’intento dell’Europa unita.
Il reddito minimo garantito punta invero ad assicurare il solo diritto di lavorare: mira a spingere i disoccupati nel lavoro attraverso «una condizionalita’ personalizzata e proporzionata alla reintegrazione nel mercato del lavoro», idonea cioe’ a «incoraggiare un maggiore impegno nella ricerca di un impiego e l’accettazione delle offerte di lavoro».
Per promuovere cosi’ l’occupabilita’ in luogo della piena occupazione, o se si preferisce per sostenere l’offerta in luogo della domanda.

Info:
https://www.ildiariodellavoro.it/abolire-il-lavoro-povero-per-la-buona-e-piena-occupazione-di-alessandro-somma-edizioni-laterza/
https://www.glistatigenerali.com/lavoro-autonomo_dipendenti/abolire-il-lavoro-povero-il-lavoro-non-e-finito-checche-ne-dica-la-politica/
https://www.recensionedilibri.it/2024/02/03/somma-abolire-il-lavoro-povero/
https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/27701-lelio-demichelis-lavoro-povero-con-vita-digitale-o-vita-povera-con-lavoro-digitale.html

Lavoro/Somma

Abolire il lavoro povero – Alessandro Somma – Laterza (2024)

Tra coloro i quali reputano che si stia avvicinando la fine del lavoro, e’ diffuso il convincimento che esso debba essere sganciato dal reddito.
Di qui la proposta di un reddito di cittadinanza o di base, ovvero di un beneficio individuale, universale e incondizionato sufficiente quantomeno a consentire ai suoi destinatari di non lavorare.
Alcuni fautori di questa misura la celebrano come corrispettivo per la diffusione del lavoro non retribuito tipica del capitalismo cognitivo, e persino come espediente attraverso cui giungere al superamento del capitalismo tout court.
Le origini del reddito di cittadinanza sono peraltro di tutt’altro segno: prende corpo nel campo neoliberale come espediente con cui rendere accettabile lo sfruttamento lavorativo, e consentire nel contempo di abolire o quantomeno ridimensionare il welfare.
Il reddito di cittadinanza e’ stato al centro di innumerevoli dibattiti, i quali non sono pero’ riusciti a produrre risultati concreti: la misura non ha mai visto la luce.
In sua vece si e’ istituito un reddito minimo garantito, volto a sostituire o integrare il salario sino alla soglia della poverta’ relativa, tuttavia solo a coloro i quali si rendono disponibili al lavoro e alla formazione professionale.
Il reddito minimo garantito e’ cioe’ un beneficio condizionato, utilizzato nell’ambito dello Stato sociale attivatore, per consentire alle imprese di corrispondere salari al di sotto della soglia di poverta’ relativa e ai pubblici poteri di avallare una simile prassi attraverso l’integrazione retributiva nella misura necessaria e sufficiente a raggiungere quella soglia.
Il tutto perseguendo l’occupabilita’ in luogo della piena occupazione, ovvero la capacita’ dei lavoratori di stare sul mercato: finalita’ corrispondente alla sostituzione del diritto al lavoro con il diritto di lavorare.

Info:
https://www.ildiariodellavoro.it/abolire-il-lavoro-povero-per-la-buona-e-piena-occupazione-di-alessandro-somma-edizioni-laterza/
https://www.glistatigenerali.com/lavoro-autonomo_dipendenti/abolire-il-lavoro-povero-il-lavoro-non-e-finito-checche-ne-dica-la-politica/
https://www.recensionedilibri.it/2024/02/03/somma-abolire-il-lavoro-povero/
https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/27701-lelio-demichelis-lavoro-povero-con-vita-digitale-o-vita-povera-con-lavoro-digitale.html

Societa’/De Benoist

I demoni del bene. Dal nuovo ordine morale all’ideologia del genere – Alain De Benoist – Controcorrente (2015)

La giustizia sociale e’ (cosi’) sostituita da una mobilitazione compassionevole che, per quanto possa essere utile nel singolo caso, e’ incapace di permettere di formulare soluzioni politiche ai problemi sociali […]
L’evoluzione del linguaggio e’ a questo riguardo significativa.
Ormai si preferisce parlare di «fratture sociali», tutto sommato fortuite tanto quanto le fratture della tibia, piuttosto che di conflitti sociali o di lotta di classe. Non ci sono piu’ sfruttati, la cui alienazione rinvia direttamente al sistema capitalista, ma «diseredati», «esclusi», «sfavoriti», «poveri», tutti ugualmente vittime di «handicap» o «discriminazioni», tutti ugualmente esortati a fronteggiare le loro difficolta’ adottando le ricette dispensate dallo Stato terapeutico.
E’ allo stesso modo significativo che la nozione di «lotta contro l’esclusione» abbia sostituito quella di «lotta contro le disuguaglianze», in vigore negli anni Settanta, che evocava ancora la lotta di classe.
Beninteso, la poverta’ e la miseria prosperano su questo humus di angelismo umanitario.
Si vuole essere «solidali» senza piu’ sapere cosa realmente significhi la solidarieta’, ossia in primo luogo l’interiorizzazione del legame sociale.
Piu’ in generale, per una sinistra ormai separata dal popolo, il societario e’ un modo per dimenticare (e far dimenticare) il sociale.

Info:
https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/01/22/news/i-banali-demoni-del-bene-51782/
https://www.barbadillo.it/38725-libri-i-demoni-del-bene-di-de-benoist-critica-al-pensiero-unico-e-al-gender/

https://ilmangiacarte.wordpress.com/2021/05/20/demoni-del-bene/
https://ilpensierostorico.com/de-benoist-demoni-del-bene/

Lavoro/Mattei

L’economia è politica – Clara E. Mattei – Fuoriscena (2023)

Parliamo qui, tecnicamente, del cosiddetto plusvalore relativo.
Il plusvalore relativo puo’ essere generato in modalita’ differenti. Il caso piu’ ovvio, e oggi sempre piu’ diffuso, prevede che i capitalisti taglino direttamente i salari, anche e paradossalmente al di sotto del livello di sussistenza. Basti pensare che in Italia, dove i salari sono in declino da decenni e il costo della vita e’ in aumento, intere famiglie di lavoratori sono ormai piombate nella poverta’ assoluta (1,9 milioni di famiglie nel 2021 secondo l’Istat, e i nuovi dati si preannunciano in crescita), e vi e’ addirittura un’opposizione feroce a introdurre un salario minimo di 9 euro all’ora […]
La dinamicita’ del sistema economico e’ stata assicurata principalmente dall’innovazione tecnologica, volta ad aumentare la produttivita’ del lavoro e dunque ad alimentare la crescita del plusvalore relativo. Aumentare la produttivita’ del lavoro significa che, nello stesso lasso di tempo, ciascun lavoratore produce piu’ valore […]
L’aumento della produttivita’ produce un aumento dell’intensita’, che costituisce la terza strategia per aumentare il plusvalore relativo. Aumento di pro- duttivita’ e aumento di intensita’ sono concettualmente distinguibili ma storicamente quasi inscindibili.
Con aumento della produttivita’ s’intende che il lavoratore produce di piu’, non perche’ sta spendendo piu’ energia muscolare ma perche’ sta lavorando con macchine migliori; con aumento dell’intensita’ invece s’intende che con gli stessi strumenti si lavora piu’ velocemente.
Con il passare degli anni, le aziende hanno investito capitali enormi per affinare le tecniche di supervisione e di monitoraggio dei lavoratori assicurando cosi’ un’alta intensita’ di lavoro. Oggi il colosso di Amazon rappresenta un’avanguardia potentissima sotto questo aspetto […]
Le preoccupazioni per la salute e la sicurezza dei lavoratori non fanno parte della logica dell’accu- mulazione di capitale.

Info:
https://www.pde.it/un-libro-al-giorno/leconomia-e-politica-clara-mattei-fuoriscena/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/11/15/davvero-le-scelte-economiche-sono-neutrali-e-inevitabili-no-e-un-luogo-comune-il-libro-di-clara-mattei-spiega-che-in-realta-e-tutta-politica/7354313/
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/11/13/leconomia-e-politica-parole-antiche-per-conflitti-del-futuro/7351420
https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/28826-francesco-tucci-ripoliticizzare-l-economia.html

Societa’/Ambrosini

L’invasione immaginaria – Maurizio Ambrosini – Laterza (2020)

A partire non sono quasi mai i piu’ poveri tra i cittadini dei paesi di provenienza. Le migrazioni sono processi selettivi anche in questo senso.
Bisogna disporre di un po’ di risorse o almeno provenire da un contesto in cui sia possibile raccoglierne, tra prestiti, aiuti e collette.
Influiscono inoltre variabili non economiche: e’ necessario che nell’ambiente di vita si sia formata una cultura favorevole all’emigrazione, che la veda come un’opportunità possibile e desiderabile; che le persone abbiano sviluppato dei saperi adeguati o comunque tali da rendere piu’ realistico il progetto di partire, come la conoscenza di qualche lingua veicolare, una certa istruzione, delle competenze lavorative trasferibili, una mentalita’ curiosa del mondo e aperta al cambiamento […]
Possiamo fissare alcuni punti.
Il nesso tra poverta’ e migrazioni mobilita immaginari apparentemente opposti.
Da una parte coloro che paventano l’esplosione demografica africana e si arroccano dietro i muri delle paure: non possiamo accogliere tutti, non possiamo aiutare tutti i poveri del mondo.
Dall’altra coloro che puntano sul senso di colpa per invocare apertura e accoglienza: abbiamo colonizzato l’Africa, l’abbiamo sfruttata e schiavizzata, ora abbiamo il dovere morale di farci carico della sua poverta’.
In realta’ entrambe le posizioni condividono al fondo il medesimo punto di vista: le migrazioni deriverebbero dalla poverta’ e sarebbero una patologia sociale da curare e rimuovere […]
I punti da discutere sono due. Primo, la maggior parte degli immigrati arrivano e si fermano perche’ noi abbiamo bisogno del loro lavoro […]
Secondo, non c’e’ nessuna prova che miliardi di poveri desiderino sottoporsi a rischi e privazioni per tentare l’avventura dell’emigrazione.
Non esistono i “tutti” che vogliono partire e farsi accogliere. Sradicarsi, abbandonare un mondo noto e familiare, rinunciare a relazioni protettive, per ricominciare da capo in luoghi sconosciuti ed estranei, non e’ affatto un’aspirazione molto diffusa.
L’emigrazione e’ invece un processo selettivo, che per diventare realizzabile e non troppo traumatico richiede delle risorse di vario tipo: economiche, culturali e sociali

Info:
https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/linvasione-immaginaria-limmigrazione-oltre-i-luoghi-comuni/
https://www.piuculture.it/2020/11/linvasione-immaginaria-limmigrazione-tra-percezione-e-realta/
https://www.ais-sociologia.it/portfolio/maurizio-ambrosinilinvasione-immaginaria-limmigrazione-oltre-i-luoghi-comuni/

Lavoro/Aloisi

Antonio Aloisi, Valerio De Stefano – Il tuo capo e’ un algoritmo. Contro il lavoro disumano – Laterza (2020)

I programmi contro la poverta’ o quelli di attivazione al lavoro finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro di chi e’ disoccupato o inattivo devono essere finalmente affrancati dal retropensiero, radicatissimo, che esser poveri o senza lavoro sia una colpa.
Va preso atto, in primo luogo, che il lavoro oggi non e’ piu’, per troppe persone, un modo di uscire dalla poverta’.
Il Bureau of Labour Statistics, l’unita’ statistica del ministero del lavoro statunitense, riporta che nel 2017 quasi 7 milioni di persone negli USA erano working poors, vale a dire persone che, pur avendo lavorato o cercato attivamente lavoro per piu’ di sei mesi durante l’anno, si collocavano al di sotto della soglia di poverta’. Quasi il 3% di chi aveva lavorato full-time e oltre il 10% di chi aveva lavorato part-time negli USA era da considerarsi working poor nel 2017.
Uno studio preparato per la Commissione europea rivela che in Italia il tasso di persone a rischio di in-work poverty era, nello stesso anno, il 12,3%, contro una media europea del 9,6%. Non e’ una sorpresa che i lavoratori non-standard registrino rischi molto piu’ elevati dei lavoratori standard.
Sono numeri sottovalutati nel dibattito sugli andamenti del mercato del lavoro. Troppo spesso, come detto, si bada alle sole cifre che riportano il dato degli occupati. Non ci si chiede, invece, se chi ha un lavoro riesce a garantirsi uno stile di vita indipendente e dignitoso.
Uno degli articoli piu’ pregnanti della nostra Costituzione, il 36, sancisce che il lavoratore abbia diritto a una «retribuzione proporzionata alla quantita’ e qualita’ del suo lavoro» e «in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa»

Info:
https://www.laterza.it/images/stories/pdf/9788858141298_ALOISI%202.pdf
https://www.laterza.it/images/stories/pdf/9788858141298_ALOISI%203.pdf
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/ALOISI-8.pdf
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/ALOISI-10.pdf
https://www.laterza.it/wp-content/uploads/recensioni/ALOISI-10.pdf
https://www.pandorarivista.it/articoli/il-tuo-capo-e-un-algoritmo-di-antonio-aloisi-e-valerio-de-stefano/

Europa/Somma

Alessandro Somma – Abolire il lavoro povero. Per la buona e piena occupazione – Laterza (2024)

Va detto innanzi tutto che la totalita’ dei Paesi membri dell’Unione europea ha raccolto l’invito a dotarsi di un reddito minimo garantito, ovunque fondato sul meccanismo da cui trae fondamento la sua distinzione dal reddito di base: il sistema delle condizionalita’ nella sua essenza di meccanismo volto a spingere i disoccupati nel lavoro.
Cio’ non esclude peraltro differenze anche notevoli tra le discipline nazionali, in ultima analisi riconducibili al loro collegamento con i vari modelli di sicurezza sociale adottati, concernenti in particolare i requisiti per ottenerlo e la sua durata, oltre che ovviamente la sua entita’.
Diversi sono anche i tempi con i quali si e’ introdotto il reddito minimo garantito, dal momento che in alcuni Paesi cio’ e’ avvenuto molto prima che l’Europa lo chiedesse e in altri molto tempo dopo. Il primo e’ ad esempio il caso della Svezia e dell’Olanda, che hanno adottato la misura rispettivamente nel 1957 e nel 1963. Il secondo e’ il caso dell’Italia: l’ultimo Paese ad averla recepita.
Le ragioni di questo ritardo sono molteplici e in ultima analisi legate a risalenti carenze del sistema di contrasto della poverta’. Tradizionalmente, questo ha invero fatto affidamento sulla solidarieta’ familiare e sulla filantropia degli enti del terzo settore. L’Italia ha inoltre scontato la centralita’ attribuita alle prestazioni fondate sui contributi e in particolare al sistema pensionistico, e subito la frammentarieta’ che caratterizza la base categoriale del sistema di protezione sociale. Il tutto mentre il ruolo attribuito ai livelli di governo locale ha fatto si’ che l’entita’ delle risorse destinate al contrasto della poverta’ fosse inversamente proporzionale alla diffusione della poverta’.

Info:
https://www.ildiariodellavoro.it/abolire-il-lavoro-povero-per-la-buona-e-piena-occupazione-di-alessandro-somma-edizioni-laterza/
https://www.glistatigenerali.com/lavoro-autonomo_dipendenti/abolire-il-lavoro-povero-il-lavoro-non-e-finito-checche-ne-dica-la-politica/
https://www.recensionedilibri.it/2024/02/03/somma-abolire-il-lavoro-povero/

Societa’/Fraser

Nancy Fraser – Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi – Meltemi (2019)

[La]”post-crescita” non significa che la societa’ non dovrebbe crescere, tanto meno che debba ridursi.
L’idea e’ piuttosto che la societa’ non dovrebbe essere costruita su un imperativo di crescita programmato, che opera come una cieca necessita’ o un’irresistibile “forza della natura”, che anticipa la nostra possibilita’ di decidere se crescere o meno, quando e quanto velocemente farlo, il che e’ esattamente cio’ che fa il capitalismo […]
Dovremmo anche riflettere su cosa si intende esattamente per “crescita” in questo discorso.
Esattamente, che cosa dovrebbe essere o non essere in crescita?
Nel capitalismo, cio’ che deve necessariamente crescere non e’ la ricchezza umana o il benessere ma il capitale. Questa interpretazione della crescita (che il capitale deve crescere all’infinito e senza limiti) e’ quella che dovremmo rifiutare apertamente. Ma a cio’ non necessariamente consegue che dovremmo produrre di meno, soprattutto alla luce degli enormi livelli di privazione e poverta’ nel mondo.
La vera domanda non e’ quanto si sta producendo ma cosa, come e a beneficio di chi […]
Abbiamo anche bisogno di spiegare cio’ che intendiamo per “societa’ industriale”.
Sono felice che alcune cose che uso siano prodotte industrialmente, ma non lo sono per altre. Per esempio, sono felice che gli aerei siano prodotti industrialmente. Non vorrei salire su un velivolo che qualcuno ha appena costruito nel suo garage; sono contenta che ci siano standard, regolamenti, controlli e ispezioni volti a garantirne la resistenza e la sicurezza. Il cibo, invece, e’ tutt’altra questione. Sarei felice di vedere la fine dell’allevamento industriale degli animali e della produzione di massa di colture geneticamente modificate.
Ancora una volta, dovremmo concentrarci sulla domanda qualitativa: di quali merci stiamo parlando? Com’e’ organizzata la produzione e da chi? Qualcuno ne trae profitto a spese di altri? Il lavoro e’ sicuro e gratificante o e’ umiliante e alienante? E’ organizzato democraticamente? Il surplus che ne deriva e’ a beneficio degli azionisti? Si svolge in una dimora nascosta fatta di lavoro non pagato ed espropriato? La sua fonte di energia e’ ecologica e sostenibile?

Info:
https://kriticaeconomica.com/letture-kritiche/finalmente-siamo-tornati-a-parlare-di-capitalismo-nancy-fraser/
https://www.meltemieditore.it/wp-content/uploads/fazio-jaeggi-manifesto-capitalismo-fraser.pdf
https://www.meltemieditore.it/wp-content/uploads/fazi-manifesto-capitalismo-fraser.pdf
http://www.linterferenza.info/contributi/nancy-fraser-capitalismo-conversazione-rahel-jaeggi/
https://jacobinitalia.it/il-capitalismo-si-infiltra-nelle-nostre-vite-quotidiane/